|
Don Michele Bianco è autore di un corposo saggio di storia
comparata, dedicato al martire irpino Giovanni Palatucci – penultimo
questore reggente di Fiume, ancora italiana – morto, dopo stenti e sevizie,
a Dachau (in Baviera), il 10 febbraio 1945, per testimoniare la sua fede
cristiana e la soprannaturale carità di Dio, dopo aver salvato migliaia di
ebrei, sottraendoli alla truculenta ferocia nazista, ai campi dello
sterminio industriale e sistematico e ai forni crematori.
Il 10 febbraio 2004, nell’Urbe, presso il Vicariato, s’è
positivamente conclusa a fase diocesana del processo canonico di
beatificazione e canonizzazione del servo di Dio per il riconoscimento del
titolo di martire in odio della fede; ed è stato ufficialmente proclamato
venerabile.
Una commissione teologica, isituita ad hoc dal
Vaticano sta ultimando la Positio super Virtutibus per accertare
l’eroismo delle virtù del Venerabile) e quindi proclamarlo beato.
Nel suo dotto libro “Giovanni Palatucci - Un olocausto
nella shoàh” , Accademia Vivarium Novum, Montella 2003, don Mchele Bianco
tratteggia dettagliatamente la figura e l’opera del venerabile,
contestualizzandola acriticamente nell’opera storica in cui visse,
evidenziando la duplice forma del suo martirio, in odio alla fede e
nell’esercizio della carità.
L’abbiamo intervistato.
Don Michele, la figura di Giovanni Palatucci suscita sempre
grande interesse, da parte dei media, nel mondo istituzionale ed accademico,
e soprattutto nei giovani e nelle scuole. Perché?
Perché è una figura straordinaria, affascinante, un
precursore delle future svolte conciliari, anticipando il Concilio Vaticano
II di almeno 4 lustri, contrastando gli odi e i veleni e l’imperversare
d’insuperabili polemiche, e infrangendo barriere ideologiche plurisecolari
e lottando contro le chiusure del suo tempo. I media gli hanno riservato
spazio ed attenzione fin da subito, post mortem, evidenziando
l’eccezionalità delle sue gesta e del suo impegno in pro dei suoi “fratelli
maggiori “, gli ebrei, che sottrasse allo sterminio e alle nefandezze degli
scenari nazionalsocialisti.
Dal 1953 a tutt’oggi, la stampa nazionale ed estera ha
lumeggiato la sua figura eccezionale e la sua opera fuori dal comune.
L’interesse istituzionale, purtroppo, risale soltanto al
1955.
Nel maggio di quell’anno gli fu conferita, dall’allora
presidente della Repubblica italiana, Oscar Luigi Scalfaro, la medaglia
d’oro al merito civile alla memoria.
Nel 1999, inoltre, durante la prima visita dell’attuale
Presidente della Repubblica in Isdraele, il capo della likud, A. Sharon,
parlando alla likud, ricordò l’impegno di Giovanni Palatucci che salvò
numerosi ebrei dai campi dello sterminio industriale.
Le scuole d’ogni ordine e grado amano celebrarne l’opera
straordinaria e l’eccezionalità delle gesta, proponendolo come modello di
moralità e di coerenza. In suo ricordo sono state dedicate piazze e strade,
questure, scuole di polizia e caserme, come pure edifici scolastici, aule
etc...: a Milano, Torino, Genova, Campobasso, Isernia, Brindisi, Bologna,
Ancona, Nettuno, Frosinone, Montella, Avellino, Lucca, Recanati, Roma,
Benevento, e via enumerando.
Don Michele, come ha conosciuto Giovanni Palatucci e perché
n’è rimasto affascinato?
Nell’agosto del 1991 sono stato nominato Parroco di Torre Le
Nocelle; nello stesso anno ho avuto l’onore e il piacere di conoscere il mai
troppo compianto professor Goffredo Raimo che mi donò un suo primo lavoro
sulle vicende e sull’opera del nostro venerabile e, successivamente, nel
1992, la sua dotta biografia” A Dachau per amore” che è una pietra miliare
negli studi palatucciani.
Senza la sua opera pionieristica, oggi, nulla o pochissimo,
si conoscerebbe di Giovanni Palatucci.
Fino al 1992 Palatucci era un eroe (o martire) ignorato dalla
storiografia ufficiale?
Purtroppo è così, per quanto riguarda l’Italia e l’Europa.
La Comunità Ebraica, al contrario, immantinente, ha
riconosciuto il suo impegno in pro d’innumerevoli fratelli soccorsi al costo
della propria vita.
Nel 1955 lo stato d’Isdraele lo insignisce della medaglia
d’oro dei giusti e, due anni prima, gli dedica una strada a Ramat Gan,
piantando trentasei alberi, gli anni della sua vita. Nel settembre del 1990,
poi, l’istituzione del Memoriale Ebraico dell’Olocausto “Yad Vashem” (=
memoria e ricordo) gli ha conferito il massimo onore che gli ebrei possano
tributare, riconoscendolo “giusto fra le nazioni”.
L’Italia, purtroppo, non conosceva bene e a fondo l’opera
singolare di Giovanni Palatucci.
L’Associazione Miriam Novitch si rese promotrice d’iniziative
lodevoli finalizzate a far conoscere il suo sacrificio presso
l’amministrazione dello stato.
Dal 1995 ad oggi ci sono stati studi, o pubblicazioni ad
hoc, su Giovanni Palatucci?
In seguito al saggio di Goffredo Raimo, ci sono stati alcuni
studiosi revisionisti che hanno inteso ridimensionare sia la figura sia
l’opera di Giovanni Palatucci: essi sono A. Ballerini, Il tributo fiumano
all’olocausto, AA.VV. Roma 1999 e M. Coslovich, Note sulla figura e l’opera
di Giovanni Palatucci in “Rassegna mensile di Isdrael” vol. LXI, 1995.
Li ho controbattuti punto per punto, anfibolie e
contraddizioni ( cfr. pp. 295 – 318 del mio libro).
Nel 2002 viene pubblicato, a cura del Dipartimento della
Pubblica Sicurezza, un testo di buon livello, che integra e completa quello
del professore Raimo “Giovanni Palatucci – Il poliziotto che salvò migliaia
di ebrei”, Larus Robuffo, Roma – Ostia Antica.
L’ultimo saggio, in ordine di tempo, è quello a cura di Luigi
Parente e Francesco Saverio Festa “Giovanni Palatucci – la scelta, la
differenza”, Atti della giornata di studio (Avellino 2001), Mephita,
Atripalda 2004.
Tra i vari contributi ci sono quelli di Carlo Spartaco
Capogreco e di Marco Coslovich, alquanto ingenerosi nei riguardi di Giovanni
Palatucci.
Si pongono sulla falsariga dei brani saggi che ho già,
precedentemente, confutato. In nome d’un revisionismo storiografico che
vorrebbero combattere, incappano in uno storicismo tout court che li
riconduce proprio a quel revisionismo di stampo negazionista dal quale
vorrebbero prendere le distanze.
Per loro Giovanni Palatucci “un eroe modesto” diventa il
“santino buono di celebrazioni di maniere” precostituite. Nulla di più falso
alla luce di studi che vadano oltre il documento e che considerano la
testimonianza de audito et de relato che valgono quanto i
documenti scritti, se fededegne.
A confutazione dell’opera dianzi citata, e sulla linea del
mio saggio e di quello del professor Raimo, si colloca l’ultino studio di
Piersandro Vanzan S. J. e Mirella Satena “Giovanni Palatucci – Il questore
giusto, Edizioni pro Sanctitate, Roma 2004. Esso integra e completa il mio
testo e quello del professor Raimo.
Allora, Padre Michele, Giovanni ha salvato migliaia di ebrei;
ci sono le prove?
Gli studi e le escussioni effettuate dal professor Raimo lo
spinsero ad ipotizzare la cifra di almeno 5000 ebrei.
La stessa cifra è ipotizzata dal Dipartimento di P. S.;
mentre Padre Vanzan – che ha esaminato i miei documenti e le mie
testimonianze – come me, ipotizza una cifra che oscilla fra i sei e i
settemila ebrei. Lo stesso Cardinal Ruini ha sposato questa causa, alla luce
di testimonianze inoppugnabili.
Il venerabile servo di Dio salvò migliaia di ebrei, si
prodigò per fornire documenti falsi, fece sparire schedari dall’anagrafe e
dirottò navi stracariche di ebrei verso Fiume, o in Palestina o in America,
o soprattutto a Campagna, ove poté contare sull’appoggio incondizionato
dello zio, mons. Giuseppe Maria Palatucci, pastore di quella diocesi,
sottraendoli alla ferocia sterminazionistica del nazionalsocialismo. La sua
opera, dapprima in sordina, e poi sempre più palesemente, principiò nel
1938, dopo la promulgazione delle inique leggi razziali, da parte del
fascismo, e non dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943 e la
proclamazione della R. S. .
Dunque Giovanni Palatucci scelse la strada della coerenza e
della fedeltà ai suoi principi morali e cristiani?
In un tempo nel quale la follia sembrò regnare sovrana,
facendo abbeverare d’illusioni i tedeschi che celebrarono la figura numinosa
di Adolf Hitler come icone a Dio di una nuova religione teutonica, fondata
sulla purezza d’una razza eugeneticamente superiore alle altre, l’ariana,
spingendosi a sopprimere quelle impure ed inferiori o scimmiesche (ebrei,
zingari, slavi, testimoni di Geova, Sinti, Aavventisti etc.) sterminando sei
milioni di ebrei; e mentre il fascismo subì sempre più il fascino sinistro
del Führer e si rese correo della sua politica di morte, Giovanni lottò
contro uno stato del non diritto, si oppose agli editti tirannici e, in nome
della superiore legge naturale e dei suoi principi evangelici, si fece
salvatore di migliaia di vite umane, spingendosi consapevolmente, per almeno
sette anni, verso la morte, sfidando anche le ire dei suoi superiori.
La sua testimonianza, perciò, si può considerare martirio?
Certamente. E nella duplice accezione: in odio della fede e
nell’esercizio della carità.
I truculenti scherari nazisti, sitibondi d’odio e di
vendetta, vollero colpire in lui il cattolico praticante e il filoebreo,
considerandolo traditore della patria, fedigrafo e amico dei “perfidi
giudei”.
In un tempo che vide precipitare norme, morale, etica e
valori, egli seppe essere una nave ferma che solcò le onde.
La civiltà cattolica, nel 2002, nell’editoriale “Giovanni
Palatucci, questore e martire”, considera come forme di martirio l’esercizio
della carità soprannaturale e la difesa della giustizia, il martirio in odio
della fede è completato da quello della carità attenta ai bisogni dei
sofferenti. Su queste coordinate, secondo Padre Vanzan, è da considerare
tutta l’opera indefessa di Giovanni Palatucci che, testimone dell’amore
soprannaturale di Dio contro le ideologie neopagane del nazismo, si fece
buon samaritano di senso, soccorrendo i suoi fratelli ebrei, a costo della
sua vita.
Come di fatto avvenne. A soli 36 anni fu falcidiato da
un’epidemia di tifo petecchiale e il suo corpo, gettato in una fossa comune,
abbracciò idealmente e per sempre quello dei suoi fratelli maggiori nella
fede, gli ebrei, che soccorse a costo della propria vita.
Santo e martire, dunque?
Sì, sicuramente; è l’unica e sola pista che la Commissione
Teologica può e deve seguire, a motivo della verità.
Qualsiasi altra lettura della figura di Giovanni Palatucci è,
a mio parere, fuorviante e storicamente inesatta. |