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L’evidenza de l’esistenza di Dio: ne “La philosophie de Saint Bonaventure”
di E. Gilson
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La
ragione filosofica, in quanto ragione, deve conquistare alcune verità delle
quali la più urgente è l’esistenza di Dio. A prima vista sembrerebbe la più
facile, perché in sé è molto evidente; tuttavia ci sono tre errori che
mascherano l’evidenza di questa verità:
a) errore di concezione; b) errore di ragionamento; c) errore di
conclusione.
1) Errore di concezione: può infatti accadere che noi comprendiamo
esattamente il senso della parola Dio, come i pagani i quali, pensando sotto
questo termine un attributo di Dio al posto di Dio, designavano con esso
ogni essere superiore all’uomo e capace di prevedere il futuro.
Con questa definizione incompleta erano autorizzati a adorare gli idoli e a
considerarli dèi.
2) Errore di ragionamento: lo commettono coloro che, dal fatto che
gli empi non vengono puniti, concludono che non esiste Dio.
3) Errore di conclusione: è dovuto al fatto che alcuni intelletti
troppo carnali sono incapaci di superare la sensibilità e si fermano al
mondo materiale per cui adorano, per es., il sole.
L’errore quindi sull’esistenza di Dio è possibile, ma non è possibile invece
per quell’intelletto che ragiona e risolve correttamente (De mysterio SS.
Trinitatis, I,I. Concl. T. V, pag.49).
Conviene esaminare se, prese tutte le precauzioni da parte del nostro
intelletto, Dio è per natura trascendente e se ci resta inconoscibile; è il
problema della sua conoscibilità.
Conoscere può significare due cose: comprendere o apprendere.
1) Per comprendere un oggetto bisogna essere uguali ad esso, per
abbracciarlo nella sua totalità. In questo senso noi non possiamo
comprendere Dio, cioè non possiamo conoscerLo.
2) Apprendere una cosa: basta che la verità di questa cosa diventi a noi
manifesta, che cioè la sua presenza ci sia attestata dall’evidenza.
Ora non si vede alcuna ragione per cui noi diventiamo incapaci di conoscere
Dio. Infatti un tale essere sarà nello stesso tempo il supremo intelligibile
e il principio di tutte le nostre conoscenze.
Ma c’è un’obiezione: c’è più distanza tra il nostro intelletto e la verità increata che tra il nostro senso e l’intelligibile della cosa.
Si risponde che tale obiezione confonde il rapporto di essere con il
rapporto di conoscenza. Vi è infatti una distanza di essere più grande tra
un Dio infinito e un intelletto finito che tra i sensi finiti e un
intelligibile finito; ma vi è minor distanza tra l’intelletto e Dio che tra
il senso e l’intelligibile, se ci poniamo dal punto di vista della
conoscenza.
Infatti a differenza dell’intelletto e del senso, Dio e l’anima appartengono
al medesimo ordine dell’intelligibile.
Si dirà ancora che il finito non può apprendere l’infinito. Ma bisogna
distinguere tra l’infinito di massa che porta con sé la grandezza vasta e la
molteplicità e l’infinito assoluto che suppone la perfetta semplicità. Ora
Dio è un infinito assoluto, perfettamente semplice; dunque è particolarmente
presente tutto intero; perciò se uno spirito finito può apprendere un
infinito perfettamente semplice, apprendendolo in uno dei suoi punti, lo
apprende tutto intero. Si noti che lo si può apprendere ma non comprendere.
S. Agostino, prima di S. Bonaventura, e Cartesio dopo di lui, non hanno
sottolineato con la medesima profondità metafisica che l’infinito non può
essere appreso che come infinito, in ragione della sua semplicità stessa.
Altra obiezione: nessuna maniera di conoscenza è concepibile per un tale
oggetto. Infatti Dio deve informare il nostro intelletto per esserne
conosciuto; ora egli non può divenire la forma in senso proprio, non può più
informarlo con l’intervento di un’immagine che il nostro intelletto ne
tirerà per astrazione, giacché, nella buona dottrina aristotelica,
l’immagine astratta è più spirituale dell’oggetto da cui si astrae; ora
niente è più spirituale di Dio.
Ma dobbiamo domandarci: esiste un altro modo di conoscere Dio?
Non solo Dio non è in conoscibile, ma la conoscenza che noi ne abbiamo è
evidente e facilissima da acquistare. Infatti disponiamo di tre vie diverse
per raggiungere la sua esistenza, e ciascuna di esse ci conduce alla
presenza di una certezza così completa che è umanamente possibile
desiderarla.
Prima via: prende le mosse dal fatto che l’esistenza di Dio è una verità
naturalmente innata ad ogni anima razionale. Questa qualità innata non
suppone che l’uomo veda Dio attraverso la sua essenza; non implica
necessariamente che possiede naturalmente e senza sforzo una conoscenza
esatta di ciò che è la natura divina; quando noi parliamo di conoscenza
innata dell’esistenza di Dio è della sua esistenza sola che si tratta. Ugo
da S. Vittore ha dato la formula definitiva di questo innatismo, affermando
che Dio ha proporzionato la conoscenza che l’uomo ha di Lui in modo tale che
noi non possiamo mai comprendere totalmente la sua essenza né ignorare
completamente la sua esistenza. Importa comprendere esattamente il pensiero
di S. Bonaventura su questo punto delicato.
Bisogna perciò porre il problema negli stessi termini che S. Bonaventura
aveva ereditato da S. Anselmo e S. Agostino e che egli ha adottato.
La questione che preoccupa i filosofi di questa scuola è di sapere se Dio
può o non può essere ignorato dall’anima umana. L’affermazione dell’innatezza
dell’idea di Dio si oppone a questo fatto: che gli idolatri adorano statue
di pietre o di legno. E allora l’idea di Dio come può essere innata?
S. Bonaventura risponde che vi sono gradi possibili tra la conoscenza e
l’ignoranza assoluta del vero Dio; c’è innanzi tutto differenza tra l’errore
sulla sua natura e ignorare la sua esistenza. Quelli che pretendono che Dio
è ciò che in realtà non è, come fa l’idolatra; o quelli che dicono che Dio
non è quello che è, come quelli che accusano Dio di non essere giusto perché
non punisce subito l’empio, possono errare sulla sua natura, ma ne affermano
l’esistenza. Si può affermare che essi indirettamente negano l’esistenza di
Dio nel senso che quello che affermano o quello che negano è incompatibile
con la verità dell’essenza divina; ma non si può dire che l’idolatra sia
privo di Dio, né che egli pensa che Dio non esiste; al contrario: egli
afferma l’esistenza di Dio nel momento stesso nel quale si sbaglia sulla sua
natura.
S. Bonaventura, interpreta la parola di S. Giovanni Damasceno: “Nemo quippe
mortalium est, cui non hoc ab eo, naturaliter insitum est, ut Deum esse
cognoscat”.
In questa frase S. Bonaventura trova l’asserzione formale dell’innatismo di
questa conoscenza.
Il pensiero umano aspira alla saggezza; ora la saggezza più desiderabile è
quella eterna; dunque è l’amore di questa saggezza che è innato allo spirito
umano. Ora è impossibile amare ciò che non si conosce; bisogna dunque che
una conoscenza qualunque di questa saggezza sia innata all’anima umana, e
ciò è il sapere della felicità; poiché un tale desiderio non può concepirsi
senza una certa conoscenza del suo oggetto bisogna che noi abbiamo una
conoscenza innata dell’esistenza di Dio che è il nostro Supremo Bene. Così
si dica della sete di pace: la pace di un essere immutabile ed eterno è
dunque naturalmente innata in ogni spirito razionale.
E com’è questa conoscenza? L’anima è presente ad essa e si conosce
immediatamente; ora Dio è eminentemente presente all’anima e giacché l’anima
è intelligibile, Dio è intelligibile per se stesso. È dunque un
intelligibile presente in un intelligibile; e che questo intelligibile
supremo sia superiore, sproporzionato rispetto a colui in cui risiede non
prova nulla contro la possibilità di una tale conoscenza.Se si richiedesse
una proporzione tra il soggetto conoscente e l’oggetto suo, l’anima umana
non giungerebbe mai alla conoscenza di Dio, giacché non può proporzionarsi a
Lui né per natura, né per grazia, né per gloria.
La proporzione che si richiede per una conoscenza uguale al suo oggetto, non
si richiede se si tratta della constatazione di un’esistenza: basta un
semplice rapporto di convenienza, rapporto che esiste.
Infatti: l’anima è naturalmente adatta a conoscere tutto, perché può
assimilarsi a tutto; inoltre è molto adatta a conoscere Dio per
assimilazione, perché è fatta a sua immagine e somiglianza.
Perciò la nostra conoscenza dell’esistenza di Dio prende ragione
nell’accordo profondo fra questi due intelligibili di cui l’uno è causa e
archetipo dell’altro.
La seconda via che ci conduce all’esistenza di Dio è quella che passa per le
creature e che il ragionamento conquista con una semplice applicazione del
principio di causalità. Questo principio non permette soltanto di concludere
dalla causa all’effetto, ma permette anche di risalire dall’effetto alla
causa; se dunque Dio è veramente causa delle cose, ci deve essere possibile
riconoscerLo dai suoi effetti. La cosa deve esserci tanto più facile quanto
il sensibile è una strada che conduce naturalmente all’intelligibile e che,
per un intelletto quasi materiale come il nostro, percepire Dio nella sua
pura spiritualità sarà cosa impossibile.
Conviene dunque ugualmente accostarsi a Lui attraverso le creature.
Ora, ciò posto, importa assai poco che la ragione scelga questo o quel punto
di partenza per concludere all’esistenza del Creatore. Cioè non è
accidentalmente e secondo questa o quella loro proprietà che le cose sono
deficienti, è essenzialmente che esse sono caduche e incapaci di essere
sufficienti. Se dunque il ragionamento rinforzato dal principio di casualità
si applica a sviluppare le diverse relazioni che si stabilissero tra la
causa e l’effetto, ogni riflessione del pensiero su una qualunque delle
proprietà dell’essere causato la conduce immediatamente alla sua causa. Ora
le cose sono evidentemente imperfette e finite, dunque causate;
conseguentemente noi possiamo concludere che se vi è un essere prodotto vi è
un essere primo, perché l’effetto suppone la causa; se vi è un essere per
altri, secondo altri e per altri, vi è un essere per sé, secondo sé e per
sé; se vi è un essere composto, vi è un essere semplice del quale possiede
l’esistenza, perché la composizione è un difetto di semplicità; se vi è un
essere mescolato, vi deve essere un essere puro, perché niente del creato è
puro; se vi è un essere in movimento, vi deve essere un essere immobile,
perché il movimento si fonda sull’immobile come il movimento della mano
sull’immobilità del gomito, il movimento del gomito sul punto di appoggio
fisso che gli presta la spalla, ecc.; se vi è un essere relativo, vi è un
essere assoluto, perché ogni creatura si trova rinchiusa in un genere
qualunque; ora ciò che non rappresenta che uno dei generi dell’essere non
può né darsi l’essere né darlo; un essere assoluto è dunque necessario, e da
esso tutti gli altri ricevono il loro.
Appare immediatamente che le prove di S. Bonaventura improntate al sensibile
si presentano a noi sotto un aspetto quasi trascurato. Il punto di partenza
preferito per ogni prova gli sembra essere quasi indifferente, ed ognuna di
queste prove non è tecnicamente elaborata con una cura che richiama gli
argomenti minuziosamente adottati da S. Tommaso. È un’ottima occasione
dunque per mettere in rilievo ciò che il pensiero di S. Bonaventura può
avere di incompleto, ed è un peccato che egli non abbia potuto utilizzare il
testo di Aristotele.
Se S. Bonaventura sembrava indifferente alle scelte del punto di punto di
partenza delle sue prove per il mondo sensibile, è perché questa scelta gli
è completamente indifferente.
Meglio ancora egli ha interesse a non scegliere e ad accumulare più prove
possibili fondate sui fenomeni o le proprietà naturali, le più diverse che
si possono immaginare. Qual è in effetti il suo disegno?
Non è in nessun modo di costruire quattro o cinque prove convincenti per la
loro solidità, ma piuttosto di mostrare che Dio è sì universalmente
attestato dalla natura, che la sua esistenza è una specie di evidenza, e che
ha appena bisogno di dimostrarla. S. Tommaso insiste sul fatto che
l’esistenza di Dio non è evidente; bisogna dunque portare tutto il suo
sforzo sulla scelta di uno o più punti di partenza privilegiati e sulla
solidità dialettica della prova. S. Bonaventura insiste invece sul fatto che
la natura intera proclama l’esistenza di Dio come una verità indubitabile;
egli obbedisce semplicemente al sentimento francescano della presenza di Dio
nella natura, quando fa passare sotto i nostri occhi la lunga serie delle
creature ciascuna delle quali crede a suo modo all’esistenza di Dio.
Le prove tratte dal sensibile non sono ai suoi occhi vere prove perché esse
argomentano a partire dal sensibile, ma mettono, al contrario, in opera
nozioni di ordine intelligibile che implicano l’esistenza di Dio.
Il ragionamento che noi sviluppiamo perde evidentemente una gran parte della
sua importanza se suppone un’esperienza preliminare che basti a provare la
sua conclusione. Questo è precisamente il caso; la nostra esperienza
dell’esistenza di Dio è la condizione stessa dell’inferenza attraverso la
quale noi pretendiamo di fissarla.
Noi crediamo di partire da un presupposto puramente sensibile quando
costatiamo all’inizio del nostro ragionamento che essa esiste dagli esseri
mutabili, composti, relativi, imperfetti, contingenti, ma tutte queste
insufficienze non ci apparirebbero nelle cose se non perché noi già
possediamo l’idea delle perfezioni che le misurano. Dunque soltanto in
apparenza il nostro ragionamento prende il suo punto di partenza dalla
constatazione dei presupposti sensibili. Ogni conoscenza viene da una
conoscenza anteriore, e la costatazione in apparenza immediata e primitiva
del contingente suppone la conoscenza preliminare del necessario. Ora il
necessario non è altro che Dio; l’intelligenza umana esperimenta dunque che
quella possiede già la conoscenza del primo essere al momento stesso che si
accinge a dimostrarLo.
Quando si esaminano, da questo punto di vista, le prove dal sensibile non
possono più essere paragonate tra loro nel sistema di S. Bonaventura e in
quello di S. Tommaso. Se l’idea di Dio è innata, il mondo sensibile non
potrà mai servirci a costruirla, ma soltanto ad offrirci un’occasione di
ritrovarla, ed è questa che costituirà necessariamente il nostro punto di
partenza. Ora per chi considera attentamente il problema, questo punto di
partenza è lo stesso punto di arrivo. Se abbiamo in noi l’idea di Dio, siamo
sicuri che Egli esiste, perché non possiamo non pensarLo come esistente; la
seconda via ci ha dunque riportati alla prima; ed è la prima ancora che ci
scopre la terza via: l’evidenza immediata dell’esistenza di Dio.
Dopo il Commentario,fino alla fine della sua carriera, S.Bonaventura ha
vissuto la fedele disciplina di S. Anselmo su questo punto.
L’essere divino, preso in sé, è di una evidenza assoluta. Quando noi
conosciamo i termini di un primo principio, conosciamo subito questo
principio ed è evidente ai nostri occhi, perché in una tale proposizione, il
predicato è incluso nel soggetto. Il che è esattamente la stessa cosa in
quello che concerne la proposizione: Dio è; perché Dio, o la suprema verità,
è l’essere stesso, e tale che non si può concepire niente di più perfetto;
non può dunque non essere, e la necessità intrinseca del suo essere è tale
che rimbalza in qualche modo sul nostro pensiero. Si può ignorare ciò che
significa la parola Dio e se si sbaglia sull’essenza non si scoprirà
certamente la necessità della sua esistenza; ma se si è appreso già ciò che
significa la parola, con il ragionamento e l’esperienza, o se se ne conosce
il senso grazie agli insegnamenti della fede, o se se consulta semplicemente
l’idea naturalmente innata che tutti gli uomini possiedono di Dio; allora la
necessità dell’essere divino diverrà una necessità per il nostro pensiero e
noi non potremo non pensarLo come esistente.
Poco importa dunque il modo in cui gli argomenti saranno costruiti; quella
che sia la via, diretta o indiretta, per la quale vogliono condurci, è
sempre in presenza di un’identità che finiranno per condurci. Manifestamente
S. Bonaventura è trascinato da una tendenza fortissima a semplificare ancora
il ragionamento già usato da S. Anselmo; il movimento dialettico rapido, ma
fortemente articolato ( attraverso il quale il Proslogio che racchiude il
pensiero di porre Dio come l’essere tale che non si può concepire di più
grande), si cancella e finisce per scomparire definitivamente. La
definizione di Dio implica in S. Anselmo un contenuto che il nostro pensiero
deve sviluppare per tirarne la conclusione in S. Bonaventura. La stessa
definizione si trasforma in un’evidenza immediata, perché essa partecipa
alla necessità del suo contenuto. Il sostrato metafisico della prova giunge
qui alla piena conoscenza di sé; perché la necessità dell’essere divino si
comunica al pensiero, una semplice definizione può divenire una prova.
Ora dirà dunque: “tanta est veritas divini esse, quod cum assensu non potest
cogitari non esse” o meglio: ciò che non può non essere essendo più grande
di ciò che può non essere, l’essere tale che può concepirsi di più grande, è
necessariamente; ma si può semplificare ancora la formula e, poiché c’è
l’esistenza intrinseca dell’idea di Dio che fonda l’asserzione della sua
esistenza, deve essere sufficiente a metterla sotto i nostri occhi che noi
ne percepiamo la necessità: se Dio è Dio, Dio esiste; ora l’antecedente è
evidente; dunque la conclusione è inevitabile.
Se noi riflettiamo sulle condizioni che fondano la possibilità di una
conoscenza di un ordine così eccezionale, esse ci appariranno dubbie. Prima
di tutto la necessità dell’oggetto. Una costatazione di questo genere è
valida per Dio e per Lui solo; obiettare a S. Anselmo, come si fa, il caso
di un’isola tale che non si può concepirne di più bella, è mostrare che non
si capisce il problema che si tratta. Quando noi diciamo: l’essere tale non
si può concepire di più grande, non appare alcuna contraddizione tra il
soggetto e il predicato; è dunque un’idea perfettamente concepibile. Ma
quando diciamo l’isola che non si può concepire di più perfetta, noi
enunciamo una proposizione contraddittoria, perché un’isola è un essere
imperfetto per definizione e non è sorprendente che non si possa concludere
all’esistenza di una cosa dal nome di una definizione contraddittoria ed
impossibile.
Ma non basta che l’oggetto della nostra conoscenza sia necessario in sé,
bisogna ancora che l’identità d’essenza e di esistenza che fonda la
necessità del suo essere sia percepibile nell’identità del soggetto e del
predicato che fonda la necessità del nostro giudizio.
Ora un tale trasporto di necessità non è una pura ipotesi; si effettua
realmente ogni volta che noi pensiamo all’Essere ed è nella relazione
metafisica profonda, nella parentela, per così dire, che congiunge l’anima a
Dio, che noi dobbiamo cercare l’ultima giustificazione dell’argomento di S.
Anselmo e di tutte le altre prove dell’esistenza di Dio.
Non è che S. Bonaventura ignorasse la distanza infinita che separa il
pensiero umano da un tale oggetto, ma noi abbiamo già notato che un essere
infinitamente distante da un altro nell’ordine dell’essere può essere
immediatamente presente nell’ordine della conoscenza; basta per questo che
questi due esseri siano di natura analoga, sebbene non realizzino la loro
natura allo stesso grado. Ora l’anima e Dio sono due intelligibili. Se il
nostro intelletto fosse un’intelligenza pura come quella degli angeli, esso
potrebbe, senza mai arrivare a comprendere Dio totalmente, vederLo
direttamente, percepire l’identità della sua essenza e della sua esistenza;
ma può di meno, in virtù di quello che gli resta d’intelligibile, percepire
l’identità dell’idea della sua essenza con l’idea della sua esistenza. E
basta che l’idea di Dio sia in noi perché noi posiamo porre l’esistenza del
suo oggetto; non c’è qui argomento ontologico nel senso in cui l’intende Kant. S. Bonaventura non passa dall’idea all’essere, l’idea non è ai suoi
occhi che il modo di presenza dell’essere nel suo pensiero; non v’è dunque
passaggio reale da effettuare nell’idea di un Dio la cui esistenza è
necessaria e Dio necessariamente esistente. Si sbaglierebbe allora
completamente vedendo in quest’attitudine del Dottore Serafico niente più
che un dommatismo che s’ignora; mai dommatismo non fu più cosciente né più
fermamente favorito su i suoi fondamenti metafisici; con S. Bonaventura i
presupposti dell’argomento di S. Anselmo passano in primo piano e, portati
alla luce di una completa evidenza, assorbono in qualche modo la prova. Se,
in effetti, l’argomento del Proslogio ha il suo valore di legame profondo
che la nostra idea di Dio conserva con il suo oggetto, è costatazione di
quest’azione di Dio nel nostro pensiero che costituisce la prova della sua
esistenza e non lo svolgimento analitico delle conseguenze incluse nella
nozione che ne abbiamo. Il problema si riduce dunque a sapere se Dio è o non
è un oggetto proporzionato al nostro pensiero. Ora noi possiamo asserire che
è così e non abbiamo alcuna esitazione su questo punto se non concepiamo
falsamente la conoscenza intellettuale come analoga alla conoscenza
sensibile. Ogni sensazione suppone un organo, cioè un insieme di elementi
organizzati e ordinati secondo una determinata proporzione; un sensibile che
non raggiunge questa proporzione resta inosservato, ma un sensibile che lo
supera introduce una perturbazione nell’organo e rischia di distruggerlo;
una luce troppo viva abbaglia, un suono troppo possente assorbisce.
Aggiungiamo a ciò che l’azione che subisce per l’organo sensoriale è una
specie di intromissione dal di fuori, perché ad eccitarlo è normalmente un
oggetto esterno e che, conseguentemente, può essere una causa di confusione.
Infine il senso non si raccoglie in sé per percepire il suo oggetto, tende
al contrario verso fuori, esce da sé e si disperde, per cui non può evitare
di indebolirsi.
Ben differente è la conoscenza intellettuale; essa non dipende da nessun
organo corporeo e conseguentemente un oggetto non può esserle sproporzionato
né per difetto né per eccesso; al contrario, si può dire che più un oggetto
sarà eccellente, più essa l’apprenderà facilmente, perché un tale oggetto di
conoscenza procede dal di dentro; penetra dunque la nostra facoltà di
conoscenza e invece di essere per essa una causa di confusione, l’aiuta, la
conforta, le rende più facile l’esercizio della sua operazione. Lo stesso,
dichiara S. Bonaventura, in un paragone affascinante, che se le montagne ci
dessero la forza di trasportarle, noi ne porteremo una grande più facilmente
di una piccola; ugualmente l’intelligibile divino aiuta il nostro intelletto
a conoscerLo in proporzione della sua immensità, e l’aiuto tanto è per la
nostra conoscenza un oggetto esteriore quanto essa ci colpirà
“disperdendosi” fuori di se stessa; è allora un oggetto interiore circa il
quale essa si raccoglie e raccogliendosi si fortifica. È dunque
l’irradiazione dell’oggetto divino all’interno della nostra anima che fonda
metafisicamente la conoscenza che ne abbiamo, ed è nell’ordine dell’essere
che l’argomento di S. Anselmo trova qui la sua ultima giustificazione.
Si capisce infine perché l’argomento di S. Anselmo per l’idea di Dio si
confonde praticamente agli occhi di S. Bonaventura con l’argomento di S.
Agostino per l’esistenza della verità. È che non solo la verità non è altro
che Dio stesso, ma ancora che ogni verità particolare suppone l’esistenza di
un vero assoluto di cui essa è l’effetto.
Basta dunque affermare una verità particolare qualunque per affermare, se
invece di porre la verità di una proporzione particolare, si dichiara
l’esistenza della verità in generale : perché se si nega questa esistenza,
dichiarando che la verità non esiste , è vero che la verità non esiste ; e
se ciò è vero , non vi è qualcosa di vero , la prima verità esiste ; non si
può dunque negare l’esistenza della verità né l’esistenza di Dio, senza
affermarLo allo stesso tempo o negarlo. |
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Dott. don Michele Bianco |
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(fine II parte) |
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Come non vedere sotto questi argomenti agostiniani ripresi da S. Bonaventura
la stessa metafisica dell’essere che fondava l’argomento di S. Anselmo? Non è
in virtù di un’analisi puramente dialettica di concetti astratti che noi
possiamo inferire immediatamente l’esistenza di Dio a partire da un giudizio
qualunque; questa non è una semplice ripugnanza logica che ci impedisce di
negare l’esistenza di Dio senza contraddirci;questa ripugnanza non è che il
segno di un’impossibilità metafisica nella quale noi ci imbattiamo. Se Dio è
presente nella nostra anima per la verità che noi vi scopriamo, come
possiamo negarLo in nome di Lui? Giacché noi non conosciamo niente che per
la sua luce, come possiamo affermare in nome di questa stessa luce che la
prima luce non esiste? Questa possibilità radicale di negare Dio è dunque
ancora l’impronta lasciata dalla luce divina sul volto: “lux animae veritas
est; haec lux nescit occasum. Ita enim fortiter irradiat super animam ut
etiam non possit cogitari non esse nec exprimi, quin homo sibi contradicat”
(In Hexaem. IV, 1, t. V, pag.349).
Così le prove dell’esistenza di Dio quali S. Bonaventura le espone si
confermano scambievolmente; più ancora, esse sembrano così strettamente
apparentate tra loro che noi abbiamo difficoltà e il loro autore stesso
sembra avere difficoltà a separare rigorosamente le une dalle altre. È che
noi non possiamo rimontare all’origine di una di quelle senza raggiungere lo
stesso punto di partenza: una parentela tra l’anima e Dio che permette che
Dio si manifesti nell’anima, che sia presente nella verità che essa apprende
e che sia più interiore di quanto non sia a se stessa, in una parola,
un’attitudine naturale dell’anima a percepire Dio.
Quest’orientamento del pensiero di S. Bonaventura rende vani tutti i
tentativi per situarlo nel medesimo quadro storico di quello di S. Tommaso.
Questi tentativi possono essere più o meno ingegnosi e certamente sono di
un’eccellente qualità filosofica, ma se è proprio della filosofia il
conciliare, è della storia il distinguere; ora non si possono porre sullo
stesso piano le prove bonaventuriane e quelle tomistiche dell’esistenza di
Dio. Questo è il caso di ciò che concerne la celebre conoscenza implicita di
Dio, che P. Lepidi e i suoi discepoli attribuiscono a S. Bonaventura e a S.
Tommaso. Per quel che concerne S. Tommaso, non si può esitare a riconoscere
che la sua dottrina concede in effetti all’uomo una conoscenza implicita di
Dio. La stessa espressione è sua e la usa in maniera netta: “omnia
cognoscentia cognoscunt implicite Deum in quolibet cognito. Sicut enim nihil
rationem appetibilis nisi per similitudinem primae bonitatis, ita nihil est
cognoscibile nisi per similitutidinem primae veritatis”. (De Veritate, XXII,2,
ad I°).
Lo insegna ripetutamente che noi abbiamo una conoscenza confusa innata
dell’esistenza di Dio, per il fatto di saper in tanto che noi desideriamo
naturalmente la beatitudine, e che noi abbiamo necessariamente una certa
conoscenza di ciò che desideriamo. Ma bisogna intendersi sul senso tomistico
del termine “implicite “; si può interpretare questa espressione sia come
designante una realtà virtualmente preformata, che dovrà svilupparsi come un
germe, sia come designante”il confuso” che un’aggiunta ulteriore verrà a
determinare. Ora sembra chiaro che in un sistema come quello di S. Tommaso
una conoscenza di Dio non possa essere “implicite” nel primo senso
dell’espressione. È impossibile infatti supporre che una conoscenza
qualunque ci sia originariamente data nell’intelletto stesso. Giacché il
nostro intelletto è primieramente una tabula rasa sulla quale niente è
ancora scritto, l’idea di Dio non è più scritta delle altre, e un solo testo
tomistico non ci autorizza a supporre che essa sia in alcun modo preformata.
Se questa filosofia riconosce al pensiero un contenuto innato, noi dobbiamo
una grande riconoscenza allo storico che lo dimostrerà, ma in attesa che la
dimostrazione ci sia fornita, l’interpretazione che ci sembra imporsi è la
sola che autorizzino i principi fondamentali del sistema: tabula rasa, il
nostro intelletto non contiene originariamente alcuna idea di Dio.
Se l’idea di Dio non esiste allo stato implicito nell’intelletto, esiste
almeno nella prima delle idee formate da questo intelletto, l’idea
dell’essere? Sottolineiamo innanzi tutto che in conseguenza del principio
precedente non è sviluppata dall’intelletto come una virtualità tirata dal
suo proprio fondo, essa è acquistata e formata al contatto del sensibile
così come lo saranno tutte le altre nostre idee. Ora la sua abitudine di
nascita definisce ciò che sarà la sua abitudine di sviluppo. Più essa non è
virtualmente preformata nell’intelletto umano interiormente ad ogni
esperienza sensibile, più a lungo essa non contiene,virtualmente preformata
in sé, l’idea distinta di Dio. Né in essa, né nella sua idea l’anima
possiede la conoscenza implicita di Dio, è nel suo oggetto, e là soltanto
che bisogna necessariamente cercarla.
Il vero significato del termine implicite non è dunque : virtuale, ma:
confuso e indeterminato; e ciò non è dal contenuto della idea d’essere che
il pensiero, potente nel suo proprio fondo, farà uscire l’idea chiara di
Dio; è una serie di determinazioni aggiunte all’idea d’essere per
l’intelletto nel corso della sua esplorazione del mondo sensibile che
determinerà progressivamente e costruirà l’idea di Dio. Si prendano tutti i
testi di S. Tommaso, nei quali c’è la questione di questa conoscenza
naturale confusa, si vedrà che non vi è presente l’anima umana come in
possesso di una nozione il cui contenuto vada a svilupparsi da sé, ma un
nome in presenza di un oggetto di cui essa non ha esplorato ancora tutte le
ricchezze e definito la natura.
L'oggetto è presente all’intelletto, e poiché l’apprende, lo conosce ad una
certa maniera; ma giammai l’anima umana tirerà dal suo desiderio naturale
della beatitudine o dalla sua idea naturale dell’essere più di quanto
contengono attualmente; se essa si richiude entro questa conoscenza e questo
amore, le virtualità implicite che essa spera di esplorare non si trovano
contenute, esse non sono che il suo oggetto, o in sé o in quanto essa potrà
divenire il suo proprio oggetto. Per determinare la sua conoscenza implicita
di Dio, è dunque all’esperienza sensibile attraverso la quale l’aveva
acquistato che il nostro intelletto deve ancora ricorrere. Dall’inizio fino
alla fine della sua carriera, S. Tommaso non ha mai insegnato altro; la luce
intellettuale è un mezzo di conoscenza, essa non è mai un oggetto
conosciuto; si può sostenere il contrario e dirsi tomista, ma è bene sapere
che allora si pensa in modo agostiniano.
Diversa è la posizione adottata da S. Bonaventura dinanzi a questo problema
capitale. Egli comincia col distinguere tra due questioni: quella della
natura di Dio e quella della sua esistenza. La natura di Dio può essere
ignorata, ma la sua esistenza non sarà l’essere; cristiani, giudei,
saraceni, idolatri, tutti si accordono per ammettere che Egli esiste, anche
se non son d’accordo sulla natura di questo Dio. Se dunque si cerca ciò che
può essere implicito nella conoscenza di Dio che S. Bonaventura gli
attribuisce, si arriva a questa conclusione che è unicamente la conoscenza
dell’essenza di Dio. Non solo infatti l’idolatra può sbagliare sulla natura
di Dio, ma noi sappiamo che ogni ragione che non è illuminata dalla luce
della fede sbaglierà necessariamente. Vi è una ragione naturale che può
elevarsi con le proprie forze fino all’idea di un solo Dio in tre persone
distinte, e l’esperienza della filosofia naturale, prima della venuta di
Cristo è là per convincercene. Prima della rivelazione, gli uomini non erano
tenuti a conoscere la Trinità che implicitamente; è ciò sbaglierebbero i
migliori tra quelli, distinguendo col solo sforzo della loro ragione
naturale gli attributi propri alle persone che essi non conoscono. Ma questa
tesi lascia intatta la nostra conoscenza naturale dell’esistenza di Dio.
Poiché infatti S. Bonaventura, a differenza di S. Tommaso, ci accorda una
idea innata di Dio e della sua esistenza, la conoscenza che noi ne abbiamo è
necessariamente inseparabile dal nostro pensiero; è essa che si manifesta
esteriormente attraverso i gesti dell’idolatra o le proposizioni
dell'eretico; è essa che mette il nostro desiderio di Dio dirigendolo verso
la felicità, la pace e il bene. Ora noi siamo manifestamente condotti su
questo punto in presenza di due teorie della conoscenza profondamente
diverse (l’implicite di S. Bonaventura è che e veramente a partire dal
virtuale che può svilupparsi dall’interno, perché egli non distingue
l’intelletto dall'anima come un accidente da una sostanza che rende
possibile una presenza diretta dell’anima a se stessa e che gli permette di
rivelare nella sua propria sostanza l’immagine che il creatore vi ha
primamente impresso). Se è così, l’intelletto umano non è un fascio di luce
bianca che si proietta su oggetti per disegnare i contorni, ma è piuttosto
la proiezione diretta di una sostanza intellegibile che è l’anima e che
rende intellegibile a sua volta la presenza dell’azione divina.
È perché l’implicite che si determina in S. Tommaso con l’esplorazione
intellettuale del sensibile, si determinerà in S. Bonaventura con un suo
approfondimento, con un riconoscimento progressivo e sempre più pieno
dell’intima parentela che lega l’anima umana a Dio.
La stessa differenza riapparirà se si pone a S. Bonaventura la questione che
porrà S. Tommaso: l’esistenza di Dio è una res per sé nota? Sarà più
imbarazzante rispondere con S. Bonaventura che suppone una questione
formulata in termini un po’ differenti. Quello che il Dottore Serafico si
domanda è se l’esistenza di Dio è un verum indibitabile, cioè una verità che
ogni pensiero retto sia capace di mettere in dubbio. Ora alla questione così
posta S. Bonaventura risponde affermativamente e senza la minima
restrizione: l’esistenza di Dio è una verità evidente alla quale nulla
manca, né in sé né dal punto di vista delle prove che stabilisce né in
quanto alla conoscenza che noi ne abbiamo. Non si assimilerà senza
restrizione il verum indubitabile di S. Bonaventura al per sé notum di S.
Tommaso.
Il conosciuto per sé della dottrina tomista é una proposizione evidente in
virtù della sola definizione dei termini che la compongono; ora la verità
indubitabile di S. Bonaventura può essere qualcosa di più semplice ancora,
perché la sola presenza dell’idea innata di Dio nel nostro pensiero trova la
sua esistenza; essa può essere al contrario qualcosa di più complesso,
giacché noi ragioniamo qualche volta a partire dalle cose contingenti o
dalla verità particolare per dedurre l’esistenza di Dio. In un solo caso,
quello dell’argomento di S. Anselmo, si tratta bene per due filosofi di una
proposizione tale che il predicato si trova necessariamente incluso nel
soggetto. Ma, qui ancora, l’incontro tra S. Tommaso e S. Bonaventura è
puramente esteriore e verbale, perché le nozioni a partire dalle quali la
prova si colloca non sono dello stesso ordine. Ciò dice S. Tommaso quando
nega che l’esistenza di Dio possa divenire una cosa conosciuta per sé, è un
concetto costruito dal nostro intelletto con una facoltà innata e di materie
prese a prestito dal sensibile; ora Dio non è incluso nel campo
dell’esperienza sensibile; questo concetto non può dunque darci l’intuizione
della sua esistenza, ma apprende ciò che si può dedurne al modo di un
ragionamento causale ed analogico. Il nostro concetto dell'essenza divina si
costruisce progressivamente a misura che noi dimostriamo l’esistenza di Dio;
essendo il risultato della prova non sarebbe logico divenirne il modo.
Ora S. Bonaventura accorderebbe senza dubbio che per una simile teoria della
conoscenza, l’esistenza di Dio non può mai essere una cosa conosciuta per
sé; ma l’idea di Dio che egli ci accorda è di natura ben diversa. Invece di
essere una costruzione analogica del nostro intelletto, essa è innata;noi
non fabbrichiamo il contenuto, lo troviamo; e se ciò non è la nostra
industria che ne è l’origine, bisogna che noi sappiamo donde essa venga, che
noi la spieghiamo da una causa.
È perché S. Bonaventura osa affermare che la spiegazione più semplice della
nostra idea di Dio è Dio. Un’idea che non viene né dalle cose né da noi
stessi non può venire che da Dio solo; essa è in noi come il segno lasciato
da Dio sulla sua opera; essa è dunque eminentemente qualificata per
attestare in maniera irrefutabile l’esistenza del suo oggetto: la presenza
dell’idea di Dio nell’anima umana sarà intellegibile se essa non manifesta
la presenza di un Dio veramente esistente.
Infine l’idea stessa di una prova dell’esistenza di Dio non corrisponde alla
stessa operazione intellettuale nel sistema tomistico e nel sistema
bonaventuriano. Nel primo una prova resta ciò che essa è , quel che sia , il
momento in cui l’intelletto la considera; chi può comprendere i termini e la
connessione delle proposizioni di cui si compone la prova dal primo motore
può comprendere e provare a sua volta che Dio esiste. Nel secondo, in
ragione del suo orientamento mistico, ogni genere di prova corrisponde ad
una tappa definita del ritorno dell’anima verso Dio con l’estasi e il loro
ordine di successione dipende dal grado di penetrazione dell’anima umana con
la grazia. Le prove dell'esistenza di Dio dal mondo sensibile formano in
realtà la prima parte del viaggio dell’anima verso Dio; esse suppongono
dunque già un soccorso soprannaturale per costituire il loro tenore
dialettico e per acquistare il loro più alto coefficiente di evidenza. Le
prove dell’esistenza di Dio dalla verità e la prova di S. Anselmo dall’idea
di Dio suppongono più ancora: una purificazione dell’anima con l’acquisto
delle virtù, un impulso dell’intelletto e della volontà al quale la mistica
bonaventuriana si inizierà; esse non prendono il loro vero senso che per
l'anima giunta ormai alla sommità della vita interiore e che vada a toccare
Dio con l’amore. Così, in ragione di una differenza tra la loro attitudine
iniziale, i due grandi filosofi medioevali non pongono negli stessi termini
il problema fondamentale dell’esistenza di Dio, ed è perché le soluzioni che
essi apportano non sono mai comparabili. Non si possono adottare le risposte
di uno alle questioni formulate dall’altro perché, da approcci e strade
diverse, pervengono entrambi a contemplare la luce della verità assoluta,
Dio, che ogni altra conoscenza illumina e rende possibile. Per approfondire
il tema qui trattato rimando al mio studio: Letture filosofiche. Saggi su
Hegel, Sohn-Rethel, Agostino e Bonaventura, Guida, Napoli 2004, pp. 85-102.
Oportet philosophari in theologia: il contributo della filosofia alla
teologia è indispensabile, affinché il suo campo d’indagine eristica sia
supportato dal dato della ragione che corrobora Scrittura, Tradizione e
Magistero (che son ambiti propri della teologia). Ma questo discorso vale,
ovviamente, anche per la filosofia, come ci ricorda sant’Anselmo: fides
quaerens intellectum et intellectus quaerens fidem; la fede ha bisogno
dell’intelletto e, a sua volta, l’intelletto ha bisogno della fede.
Alla luce di codeste considerazioni credo di far cosa gradita ai lettori
riproponendo, in sintesi, il pensiero dei grandi teologi (che son stati
anche necessariamente filosofi!) sul mistero di Dio. Dopo un breve excursus
su sant’Agostino (Confessioni) e su san Tommaso (Legge Nuova e Libertà) –dei
quali ho indagato solo aspetti parziali e frammentari del loro articolato e
ricco pensiero – ripropongo, in questa sede, le articolate riflessioni di E.
Gilson sulle prove dell’esistenza di Dio nella filosofia – teologia di San
Bonaventura. |
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Dott. don Michele Bianco |
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