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Religiosità e Spiritualità Sacerdotale nei Promessi Sposi
| Di grande spessore culturale è il saggio letterario “Religiosità
e Spiritualità Sacerdotale nei Promessi Sposi”, pubblicato sulla Rivista
di Studi sulle Letterature e Le Arti Europee “Sinestesie” – Anno III – 2005
– II quaderno, ove con maestria e acribica ricerca l’autore, Michele Bianco,
evidenzia la mano della “provvida sventura”, il fallimento dei piani degli
uomini e la Provvidenza divina che porta a compimento “il progetto di
salvezza dei giusti” nella ricerca di una profonda religiosità diffusa
nell’intero romanzo. |
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Religiosità e spiritualità sacerdotale nei Promessi
Sposi
A mo’ di preludio… una storia fatta dagli umili e guidata da Dio |
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Al tempo della dominazione spagnola in Lombardia, tra il 1628 e il 1631, il
signorotto di un paesino sul lago di Como, don Rodrigo, s’è invaghito d’una
giovane popolana, Lucia Mondella, promessa sposa a Renzo Tramaglino. Per
impedir il matrimonio tra i due ragazzi, don Rodrigo invia i suoi sgherri, i
bravi, a minacciar il parroco che lo dovrebbe celebrare, il pavido don
Abbondio. Il prete obbedisce e, mantenendo il segreto sulle ragioni della
sua reticenza, allontana Renzo venuto a prender gli ultimi accordi per la
cerimonia. Il giovane riesce però a scoprir la verità dalla serva del
parroco, Perpetua. Cerca allora l’aiuto dell’avvocato Azzecca-garbugli, che,
però, glielo nega, spaventato dalla fama di don Rodrigo.
Anche un tentativo di matrimonio a sorpresa fallisce, proprio mentre don
Rodrigo sta organizzando il rapimento di Lucia. I due ragazzi son quindi
costretti a scappare: aiutati dal buon fra Cristoforo, Renzo fugge a Milano,
e nel frattempo, Lucia e la madre Agnese si rifugiano in un convento di
Monza. Qui le due donne son accolte da suor Geltrude, che, costretta a farsi
monaca a forza, ha una relazione con un losco nobiluomo locale, Egidio, il
quale rapisce Lucia per conto di don Rodrigo e la conduce prigioniera nel
castello dell’Innominato, un potente e malvagio signore della zona. Ma
l’incontro con Lucia, così indifesa e ingiustamente perseguitata, e con il
cardinal Federigo Borromeo, acuiscono la crisi di coscienza da tempo in atto
nell’animo dell’appaltatore di delitti, il quale, invece di consegnar la
fanciulla a don Rodrigo, la libera. Intanto a Milano Renzo viene coinvolto
nei moti popolari per il pane e, scambiato per un capo della sommossa, è
imprigionato. Liberato, a furor di popolo, fugge a Bergamo dal cugino
Bortolo, mentre la Lombardia è devastata dalla guerra e dai lanzichenecchi
e, a Milano, scoppia la peste. Venuto a sapere che Lucia è nel capoluogo
lombardo, ospite di donna Prassede e del dotto don Ferrante, Renzo torna in
città, ma ritrova la sua amata al lazzaretto malata di peste e, in più,
impossibilitata a sposarlo per via del voto di castità fatto alla Vergine in
cambio della salvezza dalle grinfie dell’Innominato e di don Rodrigo.
Interviene, allora, fra Cristoforo, che scioglie Lucia dal vincolo della
promessa. La ragazza guarisce dalla peste, che falcidia invece fra
Cristoforo e don Rodrigo, e può, finalmente, diventar la moglie di Renzo.
Il romanzo1, ambientato nei dintorni di Lecco, a Milano e nel
Bergamasco, presenta la struttura tradizionale dell’amore contrastato di due
giovani, che, dopo una serie di peripezie, riescon a sposarsi. Mancano gli
elementi erotici e l’avventura è essenzializzata; in compenso, però, il
capolavoro manzoniano si colloca entro un sistema di valori etici e
religiosi molto forti2 e dentro una realtà sociale e storica
carica d’elementi negativi (la storia come luogo del male e della prova), ma
anche capace di rivelare nuove figure sociali (l’operaio-contadino
intraprendente e capace di costruirsi un nuovo avvenire: Renzo padrone della
filanda), che hanno a che fare con gli orizzonti sociali dell’Ottocento e,
indirettamente, col Risorgimento.
È il romanzo dei rapporti di forza nella storia, e del male e della
sofferenza collettiva e individuale nel suo svolgimento, ma anche del
riscatto dell’individuo e della natura decaduta (n’è emblema la vigna di
Renzo) che si salva. Insomma un grand’esempio, materiato di storia, di come
Dio agisca e conferisca senso al dolore.
Sappiamo che, nel 1808, Manzoni aveva sposato, con rito calvinista, la
giovane ginevrina Enrichetta Blondel (sedici anni) la cui fede avev’indotto
Alessandro ad approfondir il problema religioso, e che il 1810 segna il
definitivo approdo della famiglia Manzoni al cattolicesimo: Enrichetta,
sotto la guida del padre Degola, abiurò il calvinismo e don Lisander
abbandonò le posizioni deiste per aderir pubblicamente alla religione
cattolica. Ecco perché il Manzoni, nel raccontar la sua storia, si fece, per
così dire, occhio di Dio, e visse con particolare scrupolo il problema della
verità storica, fin al punto di rinnegar, sul piano teorico, l’esistenza
stessa del romanzo storico.
Tuttavia, il XVII secolo offriva al cattolico Manzoni l’occasione per
delinear il ruolo storico della Chiesa che, benché gravemente compromessa
con il potere politico3 (si pensi alle figure di don Abbondio o
della monaca di Monza), era, nondimeno, in quel tempo, l’unica istituzione
capace, attraverso personalità positive come fra Cristoforo e Federigo
Borromeo, di soccorrere gli oppressi e correggere le ingiustizie.
La conversione religiosa si ripercosse anche nelle scelte letterarie:
Manzoni abbandonò gli schemi neoclassici e cercò altre strade espressive,
cioè quelle romantiche e popolari. Il romanzo manzoniano si propone d’offrir
una scrittura popolare, secondo le ambizioni romantiche, e di catturar un
pubblico nazionale. Da qui la scelta d’un genere letterario romantico,
capace cioè di far presa su un largo pubblico, e la lunga costruzione d’una
prosa di tono medio e d’ambizione nazionale4. In ogni caso,
particolarmente significativi sono gli atteggiamenti critici con cui il
Manzoni affronta il tema della provvida sventura5, centrale nel
romanzo. In esso lo scrittore assegna agli umili6 - Renzo e
Lucia, fra Cristoforo - il ruolo d’eroi positivi, mentre sostanzialmente
negativo è il suo giudizio sui potenti (da don Rodrigo al governatore
spagnolo di Milano). Tuttavia gli uomini, buoni o cattivi che siano,
sembrano non aver alcun potere di modificar autonomamente il proprio
destino, perché l’unico motore della storia è Dio, che interviene nelle
vicende umane attraverso la sua imperscrutabile Provvidenza, secondo tempi e
modi incomprensibili alla ragione umana. L’impressione fondamentale che se
ne coglie è il risultato che il progetto degli uomini non si realizzi,
mentre quello di Dio sì. Questo avviene perché è la Provvidenza divina a
ricoprir il ruolo di protagonista dell’intero romanzo. Le azioni degli
uomini, infatti, il sommo scrittore, le tratta con una certa diffidenza,
perché destinate al fallimento e all’insuccesso.
I propositi e i piani degli uomini nel romanzo,infatti, falliscono
tutti,chiunque li tessa, buono o malvagio che sia. Vien meno il piano di don
Rodrigo di piegar alla sua volontà Lucia, ma non raggiungono i loro scopi
neanche i progetti di padre Cristoforo, sia quando invia Lucia al monastero
di Monza, sia quando manda Renzo a Milano presso i suoi confratelli. Si
direbbe, invece, che la Provvidenza si diverta ad adottar quell’astuzia
della ragione, che produce un’eterogenesi dei fini, e fa fallire i propositi
degli uomini, perché li sfrutta in favore del proprio disegno teleologico.
Gli uomini s’affannano, ma tutti i loro piani sortiscono risultati
completamente opposti a quelli da loro voluti.Per esempio: Lucia è rapita
proprio in quel monastero dove avrebbe dovuto esser sicura; Renzo rischia
poi l’impiccagione per esser andato a Milano; nello stesso tempo Lucia è
perduta definitivamente per don Rodrigo precisamente in quel castello
dell’Innominato, a cui quegli s’era rivolto fiducioso. Sarà addirittura la
stessa peste, che dissangua le altre compagini familiari, a permettere ai
due promessi di diventar definitivamente sposi e a crearsi una propria
famiglia.
È la mano benefica della Provvidenza a guidar, in definitiva, gli eventi. Ed
è proprio Lucia il personaggio che, sia pur inconsapevolmente, armata solo
della sua semplice innocenza, riesce a far trionfare il disegno della
Provvidenza divina nella storia umana, personale e famigliare. Non ch’ella
adotti iniziative personali o predisponga strategie operative specifiche per
questo scopo (ché, anzi, da questo punto di vista, ella è un personaggio
passivo che subisce gli eventi senza guidarli), ma nel senso ch’è la
Provvidenza divina a servirsi delle sue parole, dei suoi atteggiamenti e
della sua autentica fede per portar a compimento il proprio progetto di
salvezza dei giusti e degli oppressi (riesce, perciò, a far breccia
nell’animo dell’Innominato).
Se Renzo è un campione della religiosità manzoniana, perché recita le
orazioni per i morti e chiede perdono a Domineddio per aver obliato le
preghiere la sera precedente, Lucia è addirittura un’ eroina della fede,
perché nello sconforto della sua prigionia riesce serenamente a dir il
rosario e ad affidare alla Vergine le sue pene, liberandosi dall’angoscia.
A Lucia, dunque, rappresentante d’una religiosità profonda quanto spontanea,
è delegata la funzione di chiave d’accesso al mondo della spiritualità
manzoniana (anche se essa è arricchita nel romanzo da altre forme: la fede
battagliera di fra Cristoforo, la forza morale di Federigo Borromeo, non
esclusa la bigotta e superficiale pratica religiosa di donna Prassede).
Lucia adotta nei confronti degli eventi una condotta immutabile, ch’ella
radica nella sua superiore identità spirituale: la giovane popolana
costituisce il fulcro della morale cristiana del testo, come capacità
d’opporre al corso drammatico della storia la propria fede, e d’adeguar la
condotta delle proprie azioni al disegno occulto della Provvidenza.
In realtà la nuova eroina, protagonista del romanzo, s’innesta nel
cristianesimo evangelico, egualitario e popolare, che lo scrittore mutua
dalle concezioni del movimento romantico. Egli, infatti, ha felicemente
incarnato nella sua narrazione uno spirito religioso polemicamente
antifilisteo, perché ha delineato i suoi personaggi che son oggettivamente
connessi con il destino storico dell’umanità, e non solo autobiograficamente,
come il Saul dell’Alfieri, né solitariamente come l’Ortis del Foscolo, ma
coralmente, come in un tessuto sociale popolare e cristiano insieme.
Egli ha voluto conservare lo spessore psicologico e la natura individuale
dei suoi personaggi, senza in apparenza sacrificarli al disegno d’una
religiosità ineluttabile, ma ha insistito sulla responsabilità morale e
individuale di ciascun uomo, per cui i suoi personaggi non son marionette
che ossequino, dal loro punto di vista, il rigido progetto d’una
provvidenzialità inelusibile, ma soggetti più o meno consapevoli della
costruzione del reale storico, sociale ed umano. Il cristianesimo manzoniano
non è, quindi, né mistico-contemplativo né ascetico-serafico. Lo scrittore,
invece, ha mostrato d’esser religioso sì, ma non bigotto; oggettivo sì, ma
non schematico; e sopra tutto popolare. Infatti una caratteristica
indiscutibile del romanzo è il fatto che al centro della storia vi siano gli
umili, vale a dire, la gente di nessuno: sarti, contadini, pescivendoli,
uomini semplici che sanno resister ai soprusi dei prepotenti con la loro
fede, la loro solidarietà umana, la loro schiettezza d’affetti. Anzi,son
proprio loro, gli umili, nei propri ambienti cittadini e popolari: strade ed
osterie, interni domestici, e via enumerando, ad assurgere al ruolo di
protagonisti della storia del romanzo, mentre tutti i potenti, vuoi
oppressori oppure soccorritori, son personaggi che ruotano e gravitano
intorno ad essi.
Son, infatti, gli umili a rappresentare nel romanzo le forze del bene,
mentre i potenti del mondo personificano gli aspetti negativi di prepotenza,
di alienazione, di frivolezza. Solo se essi si pongono al servizio degli
umili - com’è il caso di fra Cristoforo, del cardinal Federigo e dello
stesso Innominato, dopo la conversione -;allora, pur appartenendo alla casta
dei potenti, essi manifestano la loro autentica grandezza. Giustamente si
può dedurre che il romanzo rappresenti l’epopea del terzo stato dal punto di
vista morale e religioso, perché davvero la gente di nessuno interpreta
autenticamente e realizza nella vita quel messaggio di Cristo, che, invece,
i prepotenti e i ribaldi, chiusi nell’alienante dimensione del prestigio e
del potere personali, riescono a vivere al massimo in modo
spregiudicatamente farisaico, se non addirittura (e forse più sicuramente) a
contrastare. Nessuno scrittore aveva mai avuto il coraggio di far
protagonisti della propria vicenda due popolani; nessuno aveva subordinato
in modo così evidente i potenti agli umili, rendendo i grandi personaggi
della politica (Ferrer, Olivares, Richelieu,il vicario) macchiette relegate
ai margini della storia narrativa, e trasformando in oggetto d’ironia e di
disprezzo gl’intellettuali al servizio dei potenti:Azzecca-garbugli, il
conte zio, ecc.
A tal risultato il Manzoni non é giunto impulsivamente, perché i Promessi
Sposi son l’espressione più alta e compiuta del suo genio. Essi, infatti,
impegnano l’operosità dello scrittore negli anni di più fervida creatività,
cioè dal 1820 al 1827. Ciò vuol dire che l’opera svolta dal Manzoni intorno
al romanzo valse a perfezionar la sua ispirazione; fu una lenta e difficile
messa a fuoco della fantasia, nella pienezza delle sue forze.
L’incontentabilità dello scrittore rappresentò un fenomeno di maturazione
artistica. Il Manzoni dei Promessi Sposi, infatti, è nello stesso tempo
pessimista ed ottimista: c’è nel romanzo il senso d’una severa
considerazione degli uomini, quelli presenti in un poema della follia e
delle assurdità delle creature umane e ritenuti quasi come folle deliranti;
ma c’è anche tanto ottimismo, perché su quello spettacolo di vaneggiamenti e
di perversità piove, come s’é visto, la consolazione della Provvidenza
divina, e c’è la fiducia nella possibilità d’un’esistenza vissuta con
purezza d’animo e corale eroismo, il che ci dà senza dubbio l’impressione di
trovarci di fronte ad un lusinghiero ed invitante poema di liberazione e di
speranza7. Dopo la pessimistica esperienza delle tragedie8,
infatti, il Manzoni sentiva la vita stessa come prova sorretta dalla fede ed
animata dalla speranza; capiva ormai che il bene non esiste, se non in
rapporto al male e in sua presenza, e che senza un nemico non ci può esser
eroismo. Ecco perché le deficienze umane non sono viste più con distaccata
severità o con segreto orrore, ma con pietosa comprensione, con indulgenza e
persino col sorriso d’una fraterna e sorniona considerazione. Infatti le sue
creature, specialmente quelle più moralmente deboli, come s’é visto, e cioè
don Abbondio9, la monaca di Monza10, don Rodrigo, il
conte Attilio, don Ferrante11, son trattate con comicità
sorridente o quanto meno con blanda ironia, perché tutta l’esistenza si
prospetta per loro come un aperto spettacolo di peccato e di redenzione, di
dolore e di gioia.
Se, dunque, i cattivi meritano la dolorosa compassione manzoniana, anche la
rappresentazione dei buoni, dei coraggiosi, di quelli che soffrono con
fermissima fede e con eroismo, risente della matura intuizione poetica dello
scrittore, e al fondo della loro anima c’è l’accettazione della vita nelle
sue gioie come nei suoi dolori.
Fra Cristoforo, il padre Felice, gli stessi Renzo e Lucia, non hanno
disgusto del mondo, ma vivono in esso, accettando le sofferenze e
combattendo, patendo e procurando di restaurar le ragioni d’una vita
innocente e benedetta. In quest’ultima direzione eccelle, come s’é visto,
Lucia, una creatura dalla fede innocente ed intrepida, che funge da
principale protagonista, più che da comprimaria con Renzo, in questo romanzo
cattolico. Così il sommo scrittore, in questa segreta accettazione della
vita e nella fiducia nell’eterna restaurazione delle sue eterne ferite,
porta a compimento la propria evoluzione artistica, che parte dal sentimento
angoscioso e desolato delle tragedie, ove gli oppressi eran destinati a
divenir vittime ed a soccombere alle forze del male, per giunger alla
serenità melanconica e idillica dei Promessi Sposi, dove son più
realisticamente armonizzate le istanze del male e quelle del bene.
Il carattere prevalentemente religioso – ch’è presente in tutte le opere
manzoniane -, prevalendo affatto nei Promessi Sposi (gli umili salgono alla
ribalta della narrazione, e la vera protagonista del romanzo è la
Provvidenza di Dio che guida la storia degli uomini sulla terra), ha spinto
il cardinal Maffi a paragonare il capolavoro manzoniano all’Imitazione di
Cristo di Kempis, o al Memoriale Vitae Sacerdotalis dell’Arvisenet12,
inducendolo a scrivere: |
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E non sono forse, come la Divina Commedia, anche i Promessi Sposi, uno
dei fiori più fraganti e soavi della fede e della morale cattolica? Opera
umana [che] non ci disobbliga però in nessun modo da quella ammirazione e
riconoscenza, che per l’inarrivabile capolavoro tutti dobbiamo sentire; né,
molto meno, ci vieta dal ricercarvi quel sollievo onesto, che ci può far
bene, e che insieme ci può apportare riflessioni salutari e pratici
ammaestramenti alla vita13. |
I Promessi Sposi, dunque, più che una storia milanese del secolo XVII, sono
una pagina vissuta e sempre vivente, una pagina perenne dell’umanità.
Il cardinal Federigo, la guerra, la peste, attraverso la microstoria del
tempo, sono per il Manzoni più che temi di ricerca, pretesto, motivo e
occasione per richiami a sublimità di virtù ed a meditazioni profonde della
macrostoria degli uomini d’ogni tempo, miranti a discernere le rette vie di
Dio, pur in mezzo alle obliquità, alle violenze e alle contraddizioni dei
labirinti umani. |
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§ II La spiritualità del clero |
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Alla spiritualità dei sacerdoti e dei religiosi è dedicato ampio spazio nel
romanzo.
Una lettura superficiale del capolavoro potrebbe indurre, semplificando, a
contrapporre figure sacerdotali forti e coraggiose (fra Cristoforo e il
cardinal Federigo Barromeo) a quelle deboli e pusillanimi (don Abbondio).
Le cose, invero, stanno assai diversamente; e nel romanzo si celebra un
clero generoso e zelante.
Contro l’abuso che del Manzoni s’è solito fare a danno ed in offesa dei
preti, egli riconosce loro, apertis verbis, integrità di condotta e
fedeltà al ministero, circondandoli d’ammirata e devota stima.
Cotesto aspetto è còlto pienamente dal Maffi, allorché scrive: |
E questo dunque anzitutto è da rilevare, che sopra di nessuno dei suoi
sacerdoti, secolari e religiosi, sopra di nessuno il Manzoni lascia cadere
neppure il più live sospetto di debolezze in punto di castigatezza di
costumi e di moralità.
Avranno qualche miseriuccia; talvolta qualche frase un po’ troppo bonaria e
quasi volgare; non tutti saranno cesellati con quella finissima perfezione,
che il loro stato reclamerebbe; non si tratterà però mai d’altro, al più,
che di un po’ di polvere; di fango, no; - tutti i suoi preti il Manzoni ce
li presenta così14 |
Insospettabili, insospettati ed integerrimi moralmente son tutti i religiosi
descritti dal Manzoni nel suo romanzo, quantunque, in qualche altro punto,
siano manchevoli:humanescit ubique!
Prudenza, cautela e circospezione scorgiamo subito nel padre Guardiano di
Monza, che, mentre accompagna le due donne (Lucia e Agnese) dal convento al
monastero, dalla Signora, raccomanda loro:
State però discoste da me alcuni passi, perché la gente si diletta di dir
male; e Dio sa quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre
Guardiano per la strada, con una bella giovine…con donne voglio dire15,
lasciandosi andare a qualche complimento di troppo (che fa sorridere il
barocciaio e arrossir le donne)16, e che mai sarebbe stato
pronunciato dal padre Cristoforo o dal cardinal Federigo! Il guardiano, di
poi, si riscatterà nel colloquio con la Signora17, facendosi
perdonare la pregressa leggerezza.
L’amore soprannaturale per Dio e per le anime spinge fra Cristoforo a dire
(a proposito di Lucia e Agnese): Son due anime che, l’una e l’altra, mi
premon più del mio sangue18, rispondendo alla sottile e volgare
calunnia di don Rodrigo19.
E di calunnie contro il clero ne incontriamo a iosa nelle parole non solo di
don Rodrigo, ma anche d’Attilio nel dialogo col conte zio20, trovando,
sempre, nella penna di don Lisander, un fiero difensore. Il clero,
generalmente, è presentato come buono e generoso, e tutto dedito con onestà
al proprio ufficio. N’è figura emblematica il vicario delle monache, che,
pur dubitando della vocazione di Gertrude, alfine, si lascia convincere
dalle false dichiarazioni delle ragazza, ch’è indotta, vi coacta, dal padre,
a monacarsi: |
L’esaminatore fu prima stanco d’interrogare, che la sventurata di mentire21.
Il sacerdote è detto sei volte buon prete22, due volte uomo
dabbene23 e una volta grave e dabben prete24 . |
Lo stesso don Abbondio, efficacemente ritratto in poche righe del primo
capitolo, è presentato come un uomo assolutamente integerrimo, in fatto di
costumi, e di discreta cultura, intento a chiedersi chi sia Carneade25
e a legger ogni giorno quel tanto che basti. Anche il clero in genere si
dedica, perciò, ai libri e allo studio. Non solo il cardinal Federigo,
fondatore della Biblioteca Ambrosiana ed amante della cultura26,
o il canonico Ripamonti, citato ventisette volte dal Manzoni, o tanti altri
sacerdoti, imbevuti della cultura del loro tempo, tra Manierismo, Barocco e
Secentismo.
La chiesa è tutta presente, nelle sue fasce gerarchiche, nei Promessi Sposi:
vi son papa Urbano VIII, che appare cinque volte 27, come
pontefice illuminato, e Clemente VIII28; seguono i cardinali
Carlo29 e Federigo Borromeo, il Borghese30, Rechilieu31
e Barberini32; viene poi l’arcivescovo di Magonza33,
e, dopo di lui, ci sono i canonici in gran pompa34, recanti
processionalmente le reliquie di san Carlo, che si segnaleranno l’indomani
della sommossa per la loro opera di carità e di pacificazione delle folle.
Non meno bene fanno, poi, i cappuccini, che lo scrittore fa etichettare dal
conte zio come uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili35.
Ottimo anche il ritratto d’altri quattro frati: Fazio36, Galdino37,
il portinaio del convento di Milano, dal cuore nobile e generoso, tutti
osservati della regola, e ancora, Macario di Romagna, definito un santo38,
Bonaventura da Lodi39, che avrebbe dovuto fare da padre e guida a
Renzo, e via enumerando.
Ove, però, l’operato sacerdotale appare affatto eroico è durante lo scoppio
della peste. |
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Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un
infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a
quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’mali40. |
Davvero eccezionale è l’azione svolta da padre Felice Casati41,
coadiuvato da altri cappuccini volenterosi; e le opere del clero secolare
non son da meno42, capeggiato dallo stesso Federigo43.
S’omette ogni riferimento dettagliato all’opera completa del cardinal
Federigo e di fra Cristoforo (per essi occorrerebbe un intero saggio!),
dimostrando qualmente si sia appalesata, nei Promessi Sposi, l’eroica carità
dell’intero clero, sfatando, così, pregiudizi e luoghi comuni, che
vorrebbero tutti i sacerdoti a guisa di don Abbondio!
Nell’esercizio del loro ministero ordinario e nella loro vita quotidiana, i
sacerdoti manzoniani, sono dignitosi e fedeli al loro dovere.
Nella stessa valle ov’è curato d’anime don Abbondio, ci son numerosi suoi
confratelli, irreprensibili e coraggiosi (che prendono le parti d’un debole
oppresso contro le soverchierie e le sopraffazioni dei ribaldi e dei
prepotenti), da tutti stimati ed amati per il loro zelo di carità, e
biasimati da don Abbondio che ne teme il giudizio, a motivo della sua
pusillanimità.
Per questa ragione don Abbondio usciva di casa molto raramente (una volta la
settimana, per la confessione, si recava dal curato d’un paesino viciniore
dal quale era solito anche prendere qualche libro in prestito), anche e
sopra tutto, temendo il rimprovero dei suoi confratelli sacerdoti. È proprio
lo stesso don Abbondio che, ex ore suo, distrugge don Abbondio!
presentandosi nano in un esercito di giganti, e facendo, involontariamente,
il panegirico dei confratelli della sua valle!
Sacerdoti di buona o discreta cultura, votati alla causa dei poveri e degli
oppressi, adempivano, scrupolosamente, anche il loro dovere sacramentale e
pastorale, attenendosi diligentemente alle disposizioni canoniche e ai
dettami dell’illuminata riforma di san Carlo Borromeo (lo stesso don
Abbondio aveva, sicuramente, sul suo tavolo, lisi e frusti, il Rituale
Sacramentorum e il Breviarium Romanum: il primo testo lo conosceva verbum
pro verbo, come dimostra allorché cita i decreti sui matrimoni, nella
singolar tenzone col malcapitato Renzo).
Non meraviglia punto, perciò, lo stupore del sarto e della sua figlioletta,
nell’udire che il cardinale in persona spieghi il Vangelo in vece del Curato
di Vercurago, che ci viene presentato, alla stregua di tantissimi altri suoi
confratelli, attentissimo nell’adempimento del suo dovere d’evangelizzatore.
E, per quanto riguarda l’omelia, uno splendido esempio era fornito dal
cardinal Federigo, che, eligendo il vero come norma dei pensieri e delle
azioni, rifletteva nella parola il pensiero, e pensiero e parola nella
propria vita: tale l’esterno quale l’interno (giusta gl’insegnamenti del
grande mistico san Giovanni Della Croce: exteriora sunt et dicunt
interiora): tale lo zelo per sé quale per gli altri: tale in pulpito, che
nella predicazione e in mezzo al popolo.
E don Abbondio, che pure mostrava codardìa, paura e viltà (giudicava un
grave danno della dignità del presbitero mischiarsi nelle faccende umane e
cosa profana schierarsi in pro dei deboli oppressi contro le soverchierie
dei potenti, forse rifacendosi a san Paolo e interpretandone erroneamente le
parole: nemo militans deo se implicet in negotiis saecularibus), e aveva non
pochi difetti, sotto quest’aspetto, era ammirevole; leggeva, infatti,
panegirici e quaresimali e si preparava bene alla predicazione.
E alle parole seguivano i fatti, come s’è visto considerando l’opera di
carità del clero regolare e secolare durante l’imperversare della peste. E
di preti dove si pativa ce n’era! E, per riferirci al solo clero secolare -
al quale apparteneva don Abbondio – ne morirono più di sessanta, falcidiati
dalla peste, nell’esercizio della carità eroica, nella quale eccelse la mano
del buon Federigo.
Di fronte a tanto zelo, a tanta copiosa carità, fino all’abnegazione de sé
stessi (da parte d’innumeri sacerdoti), osta la figura di don Abbondio, che,
ancor più di Renzo e di Lucia, è rimasto popolare e proverbiale, designando
il tipo di prete codardo, vile, pauroso e tremebondo per antonomasia, che
conserva inalterati i suoi tratti specifici sia negli Sposi Promessi sia nei
Promessi Sposi.
Più che a volerlo riscattare, per meglio capire la figura di don Abbondio e
la sua opera, i suoi timori, ed eventualmente anche i suoi slanci, bisogna
rileggere e contestualizzare le poche righe del capitolo primo, che, con
dense pennellate lo sintetizzano efficacemente: |
| Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso
ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della
discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta,
costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi,
assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dire la
verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del
ministero, al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche
agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due
ragioni più che sufficienti per una tale scelta. |
Costretto, dunque, a farsi prete dai suoi parenti, il
povero Abbondio, che non era né ricco né nobile, e per natura affatto
codardo, cedette di buon grado alle lusinghe di coloro che volevano
riscattarlo dalla sua condizione, per assicurargli un rango più elevato e
rispettabile in società.
Di carattere mite e sottomesso, ha, probabilmente, studiato in seminario (in
ottemperanza alle disposizioni di san Carlo per le erezioni dei seminari
intorno al 1570), senza mai appalesare la sua vera indole di non vocato al
sacerdozio, ch’è un ministero al servizio degli altri; e però non ha
considerato gli obblighi che sarebbero derivati dalla sua consacrazione. Il
suo miraggio di vivere, senza sacrifici e con agio, in una classe
rispettabile e potente, l’ha spinto a proseguire, per obbedienza ai parenti;
un’obbedienza che, immantinente, manifesterà ai bravi: Disposto…disposto
sempre all’ubbidienza! Torna, nel romanzo, la parola ubbidienza: ch’è
pronunciata alla presenza dei genitori, che desideravano per lui una vita
agiata, e davanti ai bravi sotto minaccia di fargliela perdere se non avesse
fatto la loro volontà.
In don Abbondio, che non vivrà mai nell’opulenza e che avrà scarsissime
finanze, contrariamente a quanto avrebbero voluto i suoi genitori, bisogna
distinguere l’uomo dal prete.
Il primo è manipolato dalla famiglia; il secondo è educato dalla chiesa ed è
capace anche di commendevoli slanci di generosità. Egli è l’uomo che ama la
propria quiete ed è pauroso per natura, ma sopra tutto, dei bravi,
dell’Innominato, dei lanzichenecchi, di don Rodrigo (ritiene che l’intero
universo congiuri ai suoi danni). È fatto così, come rileva attentamente
Agnese parlando col cardinale: tornando il caso farebbe lo stesso. Ma è
anche il prete dalla condotta intemerata che condanna la passione di don
Rodrigo e biasima di stare dalla parte dell’iniquità. L’unico limite umano è
il suo attaccamento alla vita: non vuole il martirio né per mano dei bravi
né dei lanzichenecchi.
Con le moderne categorie freudiane potremmo dire ch’è una personalità
scissa; al contrario, in lui c’è come uno sdoppiamento causato dal fatto
d’esser stato costretto a farsi prete dalla grettezza dei calcoli umani. Ciò
che non avrebbero voluto né la Chiesa, che, a suo modo, servì, né Dio, di
cui divenne sacerdote per sempre. |
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Il tema della religione, in Manzoni, è presente in
tutte le sue opere e non soltanto nei
“Promessi Sposi”
Ecco, in sintesi, le |
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§ III La religiosità nei Promessi Sposi |
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| Pur senza ridurre per nulla la portata religiosa al valore
distintivo dei seguenti passi, ho preferito suddividerli così: elemosina44;
fiducia in Dio45; miracolo46; perdono47;
preghiera48; Provvidenza49; riconciliazione50;
timor di Dio51; vita etera52. |
Non è solamente nella presentazione della figura dei
religiosi: -padre Cristoforo e principalmente il cardinal Federigo Borromeo-
che si esprime lo spessore religioso del sommo scrittore, ma anche nella
narrazione spicciola di passi intermedi, apparentemente poco significativi.
.
Si tenga presente, a questo proposito, che il romanzo dei Promessi Sposi non
soggiace affatto ad un’ottica laica, perché rappresenta, al contrario,
l’epopea cristiana d’un’epoca violenta in cui i deboli e le vittime
assurgono al ruolo di protagonisti, e tutti i potenti del mondo ruotano e
finiscono per disporsi al loro servizio.
Una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto alle fiabe medioevali,
in cui i re e le regine godevano della servitù delle classi umili.
Ribaltamento questo che si verifica grazie all’intervento della mano di Dio
nella storia, senza il cui contributo la società al naturale diventerebbe
violenta e prevaricatrice e gli umili resterebbero sopraffatti.
Renzo e Lucia, i promessi sposi che fungono da protagonisti, riescono a
spuntarla nel proprio legittimo progetto del matrimonio, sia pur dopo due
anni, perché entrambi, ciascuno col proprio carattere personale, sono
autentici campioni di fede ed in più passi il romanziere lo mette in luce,
anche perché egli si propone come un narratore onnisciente, capace, cioè, di
penetrare nell’intimo della psicologia dei suoi personaggi. |
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III capitolo · |
-Ah birbone! ah dannato! ah assassino!- gridava Renzo,
stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello. Il giovine si fermò
d’improvviso davanti a Lucia che piangeva, e disse: -questa è l’ultima che
fa quell’assassino.
-Ah! no, Renzo, per amor del cielo!- gridò Lucia. -No, no, per amor del
cielo! Il Signore c’è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se
facciam del male? |
| [il male sarebbe stato quello d’uccidere il nobile
prepotente don Rodrigo che contrastava il matrimonio di Renzo e Lucia a fini
libidinosi personali, materialmente grossolani, ricorrendo addirittura alle
minacce armate contro il curato don Abbondio]. |
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VIII capitolo |
| Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno,
cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il
sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore
venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è
per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne
loro una più certa e più grande. |
| [il senso della fiducia in Dio non poteva aver
un’espressione più esplicita, in questo passo lirico, che narra la fuga
degli sposi dal villaggio dopo il fallimento delle nozze segrete]. |
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Il miracolo
La religiosità del Manzoni nei Promessi Sposi si esprime anche attraverso il
miracolo |
Esso é la testimonianza vivente della presenza divina nella
storia umana. Una valida Mano Celeste interviene positivamente sulla Terra
ad evitare ch’essa diventi un’arena feroce, dove si compirebbero mattanze e
soprusi d’ogni sorta. Quest’è la fede ottimistica dell’autore del romanzo,
spiritualmente cristiano e contemporaneamente romantico.
Su tale argomento ho scelto due brani che confermano questa fede religiosa
del sommo scrittore. Eccoli: |
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le noci55 e i passi56 |
Il primo riguarda la singolare predizione d’un padre
cappuccino in fama di santità, padre Macario, che annunciò ad un benefattore
l’eccezionale produzione di noci da parte d’una pianta da anni sterile. Lo
racconta fra Galdino ad Agnese, mentre Lucia si reca a prender col grembiule
le noci nel deposito della propria abitazione.
Il secondo si riferisce alla liberazione di Lucia da parte dell’Innominato
convertito. Questi, che non temeva rivali armati, fu disarmato
dall’innocenza di Lucia in un provvidenziale incontro nel suo castello, che
produsse il doppio risultato della sua conversione e della conseguente
liberazione della giovane, che fu definita dalla gente: la ragazza del
miracolo. |
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III capitolo |
Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt’anni
sono, in quel nostro convento di Romagna? [domandò fra Galdino] -No,
in verità; raccontatemelo un poco [rispose Agnese].
Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c’era un nostro padre, il
quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d’inverno,
passando per una viottola, in un campo d’un nostro benefattore, uomo dabbene
anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran
noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar
la pianta, per metterle le radici al sole.
“Che fate voi a quella povera pianta?” domandò il padre Macario. “Eh! padre,
son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna.”
Lasciatela stare,” disse il padre:” sappiate che, quest’anno, la farà più
noci che foglie.” Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta
quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra
sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada:” Padre
Macario,” gli disse, “ la metà della raccolta sarà per il convento.” Si
sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In
fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il
buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima
della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu
tanto più grande, come sentirete. Quel brav’uomo aveva lasciato un figliuolo
di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per
riscotere la metà ch’era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo
affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire
che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne?Un giorno,
(sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello
stesso pelo, e,gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de’
frati. Que’ giovinastri ebber voglia d’andar a vedere quello sterminato
mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l’uscio, va
verso il cantuccio dov’era posto il gran mucchio, e mentre dice: guardate,
guarda egli stesso e vede... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di
noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci
guadagnò; perché, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva
tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore,
fece al convento la carità d’un asino, che aiutasse a portar le noci a casa.
E si faceva tant’olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo
bisogno; perché noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e
la torna a distribuire a tutti i fiumi. |
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capitolo XXI: [Lucia parla con 1’Innominato] |
Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Non torna
conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera
creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare! M’hanno
portata qui per forza. Perché lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una
chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola?
Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio
perdona tante cose, per un’opera di misericordia!
Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi
morire; e in vece mi ha... un po’ allargato il cuore. Dio gliene renderà
merito. Compisca l’opera di misericordia: mi liberi, mi liberi.
- Domattina...
- Oh mi liberi ora, subito...
-Domattina ci rivedremo, vi dico. Via intanto fatevi coraggio. Riposate.
Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno.
-No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in chiesa...
que’ passi Dio glieli conterà.
Partito, o quasi scappato da Lucia, con quelle parole risonanti
all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in camera, s’era chiuso
dentro in fretta e furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una
squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto.
Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e
risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di
misericordia!,” fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite
quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una
supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava
ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di
lei altre parole di refrigerio e di vita. |
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capitolo XXIV (a) [il mattino successivo] |
-Viene a liberarvi; non è più quello; è diventato buono:
sentite che vi chiede perdono?- diceva la buona donna all’orecchio di Lucia.
E m’ha detto il signor curato, che vi facessi coraggio, e cercassi di
sollevarvi subito, e farvi intendere come il Signore v’ha salvata
miracolosamente…
-Ah si! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna. |
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capitolo XXIV (c) [dopo il pranzo in casa del sarto] |
| Agnese e Lucia videro l’uscio spalancarsi, e comparire il
porporato col parroco, e soprattutto le parole di Federigo l’ebbero subito
rianimate. -Povera giovine, -cominciò: -Dio ha permesso che foste messa a
una gran prova; ma v’ha anche fatto vedere che non aveva levato l’occhio da
voi, che non v’aveva dimenticata. V’ha rimessa in salvo; e s’è servito di
voi, per una grand’opera, per fare una gran misericordia a uno, e per
sollevar molti nello stesso tempo. |
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capitolo XXV: [donna Prassede vuol conoscere Lucia] |
| Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in
quell’occasione, si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla;
e mandò una carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la
figlia. Questa si stringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva
fatto loro l’imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finché s’era
trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del
miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo
caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione [perché] ai signori non
si dice di no. |
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capitolo VI: [il dito puntato] |
| Fra Cristoforo rispose subito, con un tono sommesso: -se ho
detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione.
Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire...
- e, così dicendo, aveva preso tra le dita, e metteva davanti agli occhi del
suo accigliato ascoltatore il teschietto di legno attaccato alla sua corona,
-non s’ostini a negare una giustizia così facile, e così dovuta a de’
poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro
grida, i loro gemiti sono ascoltati lassù... -Sapevo bene che quella
innocente è sotto la protezione di Dio;... ma voi avete creduto che Dio
abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di
tormentarla!...Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in
quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno... |
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capitolo XVI: [il saccheggio evitato] |
| Son lì sul Cordusio. Fu in un batter d’occhio, vi dico:
piglia tu, che piglio anch’io: cavalieri, fornai, avventori, pani, banco,
panche, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta; piglia
piglia; tutto ciò che c’era buono a qualcosa, fu preso. E poi torna in campo
quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla piazza, e di farne una
fiammata. E già cominciavano, i manigoldi, a tirar fuori roba; quando uno
più manigoldo degli altri, venne fuori con la bella proposta... di fare un
mucchio di tutto nella bottega, e di dar fuoco al mucchio e alla casa
insieme. Detto fatto...Un galantuomo del vicinato ebbe un’ispirazione dal
cielo. Corse su nelle stanze, cercò d’un Crocifisso, lo trovò, l’attaccò
all’archetto d’una finestra, prese da capo d’un letto due candele benedette,
le accese, e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra del Crocifisso. La
gente guarda in su. In un Milano c’è ancora del timor di Dio; tutti
tornarono in sé. La più parte, voglio dire; c’era bensì de’ diavoli che, per
rubare, avrebbero dato fuoco anche al paradiso; ma visto che la gente non
era del loro parere, dovettero smettere, e star cheti. |
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capitolo XXII: [la dote] |
| Diceva, come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche
sono patrimonio de’ poveri: ... affinché nulla si disperdesse degli avanzi
della sua mensa frugale, gli assegnò a un ospizio di poveri;... un tal uomo
sommamente benefico e liberale spese molt’altri in soccorso immediato de’bisognosi;
... [perché] Federigo teneva l’elemosina propriamente detta per un dovere
principalissimo; ... [infatti] la sua vita fu un continuo profondere ai
poveri; ... si vedrà che sapienza e che gentilezza abbia saputo mettere
anche in questa liberalità. De’ molti esempi singolari che d’una tale sua
virtù hanno notati i suoi biografi, ne citeremo qui un solo.Avendo risaputo
che un nobile usava artifizi e angherie per far monaca una sua figlia, la
quale desiderava piuttosto di maritarsi, fece venire il padre; e cavatogli
di bocca che il vero motivo di quella vessazione era il non avere
quattromila scudi che, secondo lui, sarebbero stati necessari a maritar la
figlia convenevolmente, Federigo la dotò di quattromila scudi. |
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capitolo XXVI (b) |
Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non
può tardare: teniamo accese le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri
cuori miseri, vòti, perché Gli piaccia riempirli di quella carità, che
ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si
rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo
bisogno.
[il cardinale esorta don Abbondio a considerar la vita eterna, in previsione
della quale occorre riparare al passato ed assicurarsi il futuro]. |
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capitolo XVII (a) [devozioni di Renzo] |
Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza
gli aveva preparato, vi s’inginocchiò, a ringraziarla di quel benefizio, e
di tutta l’assistenza che aveva avuta da essa, in quella terribile giornata.
Disse poi le sue solite divozioni; e per di più, chiese perdono a Domeneddio
di non averle dette la sera avanti; anzi, per dir le sue parole, d’essere
andato a dormire come un cane, e peggio.
[Renzo sta fuggendo da Milano, dov’è stato arrestato, verso Bergamo, e si
addormenta in un pagliaio abbandonato. La sera prima si era ubriacato
nell’osteria della Luna Piena. Traghettata l’Adda, s’imbatte in tre
mendicanti fuori di un’osteria]. |
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capitolo XVII (b) [elemosina di Renzo] |
Nell’uscire, vide, accanto alla porta, che quasi
v’inciampava, sdraiate in terra, più che sedute, due donne con un bambino,
che, dopo aver succhiato invano l’una e l’altra mammella, piangeva; e ritto,
vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si potevano
ancora vedere i segni d’un’antica robustezza. Tutt’e tre stesero la mano
verso colui che usciva con passo franco, e con l’aspetto rianimato.
- La c’è la Provvidenza! - disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca,
la votò di que’ pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e
riprese la sua strada.
Certo, dell’essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più
di confidenza per l’avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne dieci
volte tanti. Perché, se a sostenere in quel giorno que’ poverini che
mancavano sulla strada, la Provvidenza aveva tenuti in serbo proprio gli
ultimi quattrini d’un estraneo, fuggitivo, incerto anche lui del come
vivrebbe; chi poteva credere che volesse poi lasciare in secco colui del
quale s’era servita a ciò, e a cui aveva dato un sentimento così vivo di sé
stessa, così efficace, così risoluto? |
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capitolo XX: [Lucia in carrozza] |
Lucia tentò un’altra volta di buttarsi d’improvviso allo
sportello; ma vedendo ch’era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con
la testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta dal
pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra:
-oh!- diceva: -per l’amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi
andare! Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha
fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e
pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre,
pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che
dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi
misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui. il Signore mi farà trovar
la mia strada. |
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capitolo XXI |
Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il
rosario. Tutt’a un tratto le passò per la mente un altro pensiero: che la
sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando,
nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta.
Si ricordò di quello che aveva di più caro, e risolvette subito di farne un
sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, tenendo giunte al petto le mani,
dalle quali pendeva la corona, e disse: -o Vergine santissima! Voi, a cui mi
sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che
avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti
miracoli per i poveri tribolati, aiutatemi! fatemi uscire da questo
pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a
voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non
esser mai d’altri che vostra.
[Lucia, presa prigioniera, si rivolge con fede alla Madonna per ottenere da
Lei la liberazione dal castello dell’Innominato]. |
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capitolo XXIII: [l’Innominato si pente] |
Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto
dell’Innominato il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a
ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato,
parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui
concepita al primo annunzio d’una tal visita, tutt’animato, -oh!- disse:
-che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d’una sì buona
risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!
-Rimprovero! -esclamò il signore meravigliato, ma raddolcito da quelle
parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio,
e avviato un discorso qualunque.
-Certo, m’è un rimprovero,- riprese questo -ch’io mi sia lasciato prevenir
da voi quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.
-Da me, voi! Sapete chi sono! V’hanno detto bene il mio nome?
-E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio
aspetto vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno
sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto
cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato;
voi, de’ miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più
desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo
sperare. Ma Dio sa fare egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza,
alla lentezza de’ suoi poveri servi.
L’Innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole,
che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, né era
ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava in silenzio. -E
che?- riprese, ancor più affettuosamente, Federigo: -voi avete una buona
nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?
-Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova?
Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par
mio.
-Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,- rispose pacatamente il
cardinale.
-Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?
-Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite
in cuore che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso
tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione,
d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate,
lo confessiate, l’imploriate?
-Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è
questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?
Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono
solenne, come di placida ispirazione rispose: -cosa può far Dio di voi? cosa
vuol fare? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi
una gloria che nessun altro gli potrebbe dare... quando voi stesso sorgerete
a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio sarà
glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io pover’uomo,
che sappia dirvi fin d’ora che profitto possa ricavar da voi un tal Signore?
Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi
l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui?
A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo,
ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e
convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una
commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia
più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon
cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu
come l’ultima e più chiara risposta.
-Dio grande e buono! - esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al
cielo: - che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perché Voi
mi chiamaste a questo convito di grazia, perché mi faceste degno d’assistere
a un sì giocando prodigio! Così dicendo, stese la mano a prender quella
dell’Innominato.
-No! - gridò questo, - no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella
mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che
volete stringere.
-Lasciate,- disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, - lasciate
ch’io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante
beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata,
pacifica, umile a tanti nemici.
È troppo! disse, singhiozzando, l’Innominato. -Lasciatemi, monsignore; buon
Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v’aspetta; tant’anime buone, tant’innocenti,
tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi
trattenete... con chi!
-Lasciamo le novantanove pecorelle,- rispose il cardinale: -sono in sicuro
sul monte: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita. Quell’anime son
forse ora ben più contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio,
che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una
gioia di cui non sentono ancora la cagione. Quel popolo è forse unito a noi
senza saperlo: forse lo Spirito mette ne’ loro cuori un ardore indistinto di
carità, una preghiera ch’esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui
voi siete l’oggetto non ancor conosciuto.
Così dicendo, stese le braccia al collo dell’Innominato: il quale, dopo aver
tentato di sottrarsi e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto
di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui
il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla
porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo
stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza
a portar l’armi della violenza e del tradimento. |
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capitolo XXIV (b) |
Il sarto cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con
grand’enfasi, in mezzo all’interruzioni de’ ragazzi, che mangiavano ritti
intorno alla tavola...Ma ciò che gli aveva fatto più impressione, e su cui
tornava più spesso, era la predica del cardinale.
-E ha fatto proprio vedere che, benché ci sia la carestia, bisogna
ringraziare il Signore, ed esser contenti: far quel che si può,
industriarsi, aiutarsi, e poi esser contenti. Perché la disgrazia non è il
patire, e l’esser poveri; la disgrazia è il far del male. E non son belle
parole; perché si sa che anche lui vive da pover’uomo, e si leva il pane di
bocca per darlo agli affamati, quando potrebbe far vita scelta, meglio di
chi si sia. Ah! allora un uomo dà soddisfazione a sentirlo discorrere: non
come tant’altri, fate quello che dico, e non fate quel che fo. E poi ha
fatto proprio vedere che anche coloro che non son signori, se hanno più del
necessario, sono obbligati di farne parte a chi patisce.
Qui interruppe il discorso da sé, come sorpreso da un pensiero. Stette un
momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch’eran sulla tavola, e
aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le
quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore: -piglia qui.- Le diede
nell’altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: -va qui da Maria vedova;
lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’allegra co’ suoi
bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia
l’elemosina. E non dir niente, se incontri qualcheduno; e guarda di non
rompere.
[il sarto sta ospitando Lucia a pranzo, immediatamente dopo la sua
liberazione dal castello dell’Innominato convertito, da dov’è stata
prelevata in compagnia di sua moglie, e riferisce la predica che il
cardinale aveva tenuto in chiesa quella mattina; e proprio in conseguenza
delle parole del porporato egli stesso eserciterà la carità cristiana]. |
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capitolo XXXV: [il perdono nel lazzaretto] |
-Ma, padre Cristoforo!- disse Renzo: - Lucia doveva essere
mia moglie; lei sa come siamo stati separati; son venti mesi che patisco, e
ho pazienza; son venuto fin qui, a rischio di tante cose, l’una peggio
dell’altra, e ora...
-Vien qui... Tu vedi quella chiesa... Vedrai uno stecconato... Cercala lì;
cercala con fiducia e ... con rassegnazione.
-Vo: guarderò, cercherò, in un luogo, nell’altro, e poi ancora, per tutto il
lazzeretto, in lungo e in largo...e se non la trovo! ...
-Se non la trovi?- disse il frate, con un’aria di serietà e d’aspettativa, e
con uno sguardo che ammoniva.
-Se non la trovo, vedrò di trovare qualchedun altro. O in Milano, o nel suo
scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò
quel furfante [don Rodrigo] che ci ha separati... E se lo trovo, se la peste
non ha già fatto giustizia…; è venuto un tempo che gli uomini s’incontrino a
viso a viso: e ... la farò io la giustizia!
-Sciagurato!- gridò il padre Cristoforo, -tu, verme della terra, tu vuoi far
giustizia! Va, sciagurato, vattene! ora tu hai la vendetta nel cuore: che
vuoi da me? vattene. Ne ho visti morire qui degli offesi che perdonavano: ho
pianto con gli uni e con gli altri…
-Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!...sì, gli
perdono proprio di cuore!- esclamò il giovine.
-E se tu lo vedessi?
-Pregherei il Signore di dar pazienza a me, e di toccare il cuore a lui.
-Ebbene, vieni con me; lo troverai.- Si mosse... e, giunte le mani, pregò:
Renzo fece lo stesso. |
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| capitolo XXV: [il cardinale rimprovera
don Abbondio] |
Terminate le funzioni, don Abbondio fu chiamato dal
cardinale, il quale, lasciatolo venir vicino,-signor curato,- cominciò; e
quelle parole furon dette in maniera, da dover capire, ch’erano il principio
d’un discorso lungo e serio: -signor curato; perché non avete voi unita in
matrimonio quella povera Lucia col suo promesso sposo?-...-è il vostro
vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione, vuol saper da voi
il perché non abbiate fatto ciò che, nella via regolare, era obbligo vostro
di fare.
Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia: -sotto pena
della vita m’hanno intimato di non far quel matrimonio.
-E vi par codesta una ragion bastante, per lasciar d’adempire un dovere
preciso?
-E quando vi siete presentato alla Chiesa,- disse Federigo, -per addossarvi
codesto ministero, v’ha essa fatto sicurtà della vita? Non v’ha avvertito
che vi mandava come un agnello tra i lupi? Quello da Cui abbiam la dottrina
e l’esempio, mise forse per condizione d’aver salva la vita?
Don Abbondio stava a capo basso; disse: -monsignore illustrissimo, avrò
torto…-avrò torto io…Il coraggio, uno non se lo può dare.
-Ma come non pensate che, se in codesto ministero v’è necessario il
coraggio, c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate?
Credete voi che tutti que’milioni di martiri avessero naturalmente
coraggio?...L’amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli che voi
chiamate figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi,
la carità v’avrà fatto tremar per loro. Cosa avete fatto per loro? E tacque
in atto di chi aspetta. |
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capitolo XXVI (a)[riconciliazione di don Abbondio] |
A una siffatta domanda,don Abbondio...ad alta voce, disse:
-ho mancato; capisco che ho mancato...-Gli è perché le ho viste io quelle
facce,- scappò detto a don Abbondio; -le ho sentite io quelle parole.
Vossignoria illustrissima parla bene; ma bisognerebbe esser ne’ panni d’un
povero prete, e essersi trovato al punto...
-Pur troppo!- disse Federigo, -Vorrei, per amor vostro, che intendeste
quanto la vostra condotta sia stata opposta, quanto sia opposto il vostro
linguaggio alla legge che pur predicate, e secondo la quale sarete
giudicato.
-Tutto casca addosso a me,- disse don Abbondio: -ma queste persone che son
venute a rapportare, non le hanno poi detto d’essersi introdotte in casa
mia, a tradimento, per sorprendermi, e per fare un matrimonio contro le
regole?
-Me l’hanno detto, figliuolo: ma questo m’accora, questo m’atterra, che voi
desideriate ancora di scusarvi; che pensiate di scusarvi, accusando.
Avrebbero essi cercata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro
stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti nelle
sue braccia, aiutati, consigliati da lui? Vi tornava conto che la loro causa
andasse intera al giudizio di Dio? Amateli perché hanno patito, perché
patiscono, perché son vostri, perché son deboli, perché avete bisogno d’un
perdono, a ottenervi il quale, pensate di qual forza possa essere la loro
preghiera.
Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e impaziente.
Si sarebbe apertamente accusato, avrebbe pianto, se non fosse stato il
pensiero don Rodrigo; ma tuttavia si mostrava abbastanza commosso, perché il
cardinale dovesse accorgersi che le sue parole non erano state senza
effetto.
-Ora, proseguì questo, -uno fuggitivo da casa sua, l’altra in procinto
d’abbandonarla, tutt’e due senza probabilità di riunirsi mai qui, e contenti
di sperare che Dio li riunisca altrove; ora, pur troppo, non hanno bisogno
di voi; pur troppo, voi non avete occasione di far loro del bene; né il
corto nostro prevedere può scoprirne alcuna nell’avvenire. Ma chi sa se Dio
misericordioso non ve ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire! cercatele,
state alle velette, pregatelo che le faccia nascere.
-Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero,- rispose don Abbondio, con
una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore. |
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capitolo XXXVIIIa [gli sposi celebrano il trionfo della
Provvidenza] |
-Ah! è morto dunque! è proprio andato! - esclamò don
Abbondio. -Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa
gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero
paese! ché non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello
questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti,
che, fìgliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi:
bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in
seminario, a fare i latinucci. E in un batter d’occhio, sono spariti, a
cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri
dietro, con quell’albagía, con quell’aria, con quel palo in capo, con quel
guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua
degnazione. Intanto, lui non c’è più, e noi ci siamo, Non manderà più di
quell’imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a tutti,
vedete: ché adesso lo possiamo dire.
-lo gli ho perdonato di cuore,- disse Renzo.
-E fai il tuo dovere,- rispose don Abbondio: -ma si può anche ringraziare il
cielo, che ce n’abbia liberati. Ora, tornando a noi, vi ripeto: fate voi
altri quel che credete. Se volete che vi mariti io, son qui; se vi torna più
comodo in altra maniera, fate voi altri…Sicché, se volete... oggi é
giovedì... domenica vi dico in chiesa; perché quel che s’é fatto l’altra
volta, non conta più niente, dopo tanto tempo; e poi ho la consolazione di
maritarvi io.
...venne quel benedetto giorno: i due promessi andarono, con sicurezza
trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio,
furono sposi. Un altro trionfo, e ben più singolare, fu l’andare a quel
palazzotto; e vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente,
in far quella salita, all’entrare in quella porta; e che discorsi dovessero
fare, ognuno secondo il suo naturale. |
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capitolo XXXVIIIb. [gli sposi riconoscono l’efficacia
di confidare in Dio] |
Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e
finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi
meglio in avvenire. -Ho imparato,- diceva, -a non mettermi ne’ tumulti: ho
imparato a non predicare in piazza:ho imparato a guardare con chi parlo: ho
imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il
martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda:
ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato
quel che ne possa nascere. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era
soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza
di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, -e
io,- disse un giorno al suo moralista, -cosa volete che abbia imparato? lo
non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me.
Quando non voleste dire,- aggiunse, soavemente sorridendo, -che il mio
sproposito sia stato quello di volervi bene e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare
insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato
cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli
lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia di Dio
li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione,
benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di
metterla qui, come il sugo di tutta la storia. |
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Michele Bianco |
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1 Il testo usato è quello critico
dell’edizione definitiva del 1840, curato da A. Chiari e F. Ghisalberti, I
Promessi Sposi, Alessandro Manzoni, Milano, Feltrinelli, 2003. Per
l’elaborazione del saggio mi son avvalso del contributo critico di M.
Sansone, Manzoni, in I classici italiani nella storia della critica (a cura
di W. Binni), Firenze, La Nuova Italia, 19612; F. De Sanctis, Manzoni (a
cura di C. Muscetta), Torino, Einaudi, 1995, A. Leone De Castris, La
polemica del romanzo storico, Bari, Laterza, 1959; Id., L’impegno del
Manzoni, Firenze, Sansoni, 1965; G. Bàrberi Squarotti, Teoria e prove dello
stile del Manzoni, Milano, Silva, 1965; Id., Il romanzo contro la storia,
Milano, Vita e Pensiero, 1980; L. Caretti, Manzoni, ideologia e stile,
Torino, Einaudi, 1972; Id., Manzoni, Guida storica e critica, Roma-Bari,
Laterza, 1976; R. Messina e F. Conte (a cura di), Alessandro Manzoni, I
Promessi Sposi, Torino, Loescher, 1988; F. Cannici e M. La Rosa (a cura di),
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Napoli, Fratelli Conte Editori, 1999;
Alessandro Manzoni, opere (a cura di R. Bacchelli), Napoli, Ricciardi, 1953,
vol. 53; G. Petronio, Formazione e storia della lirica manzoniana, Firenze,
Sansoni, 1947; M. Sansone, Manzoni, I classici italiani nella storia della
critica, Napoli, Ricciardi, 1978; A. Momigliano, Alessandro Manzoni, Milano,
Principato, 1958; N. Spegno, Ritratto di Manzoni e altri saggi, Bari,
Laterza, 1961; A. Zottoli, Umili e potenti nella poetica del Manzoni, Roma,
Tumminelli, 1942; Id., Il sistema di Don Abbondio, Bari, Laterza, 1933; P.
Fossi, La conversione di Alessandro Manzoni, Bari, Laterza, 1933; L. Russo,
I personaggi dei Promessi Sposi, Bari, Laterza, 1952; G. Getto, Letture
manzoniane, Firenze, Sansoni, 1964; P. Gibellini, La parabola di Renzo e
Lucia, Brescia, Morcelliana, 1994, ecc.
2 La spiritualità sacerdotale,
stricto sensu, ch’è assai presente nell’intero romanzo, e nei saggi dianzi
citati, è stata ampiamente e dettagliatamente analizzata dal cardinal Pietro
Maffi, arcivescovo di Pisa, in due sue Lettere Pastorali, a cadenza
semestrale, dal titolo: Conversazioni Manzoniane col mio Clero,
gennaio-giugno e luglio-dicembre 1923, Torino, Società Editrice
Internazionale ed., voll. 2.
3 Cf. C. Salinari, La struttura ideologica dei Promessi Sposi, in Boccaccio,
Manzoni e Pirandello (a cura di M. Borsellino e di E. Ghidetti), Roma,
Editori Riuniti, pag. 129 e seguenti; E. Ghidetti, op. cit., pp. XX-XXVIII,
ecc.
4 Il problema del linguaggio tormentò il Manzoni a partire dall’edizione
Ventisettana fino alla Quarantana. Il toscanesimo linguistico fu il suo
cruccio: ricercar la lingua della gente che parli bene e con semplicità
(quella propria del popolo, ch’è insieme artista, inconsapevolmente, e tiene
al proprio idioma, e ne sente tutta la bellezza, ché il toscano puro gode
del suono delle parole), fu lo scopo a cui ambì don Lisander; e prova dei
risultati da lui raggiunti è la sua opera immortale, ch’ era grandiosa pure
innanzi ch’egli andasse a risciacquar (con una modestia che dovrebbe
insegnarci molto) quei suoi cenci sulle rive dell’Arno, per cui il Manzoni,
al pari di Dante ed Omero, è uno dei più grandi conforti della nostra
civiltà letteraria, fors’anche per quelle risciacquature linguistiche che
arricchirono di bellezza e di perfezione i Promessi Sposi. Circa l’officio
che la lingua dev’esercitare nel gran quadro della letteratura italiana, per
usar un’espressione di Giovanni Papini, si rimanda allo sviluppo della
vexata quaestio, nella ricostruzione dell’epistolario manzoniano, tentato da
Giovanni G. Amoretti, Lettere sui Promessi Sposi, Milano, Garzanti, 1985,
passim; v. anche, Epistolario di Alessandro Manzoni (a cura di G. Sforza),
Carrara, 1882-1883, voll.2; M. Scherillo, Manzoni intimo, Milano, Hoepli,
1923, voll.2; C. Arieti, Lettere, Milano, Mondadori, 1970; M. Vitale,
Scritti linguistici, in Opere, Torino, 1980; U. Dotti, Lettere, Milano,
Rizzoli, 1985, ecc.
5 Cf. F. Ulivi, Manzoni, Storia e Provvidenza, Roma, Bonacci,1974; F.
Ruffini, La vita religiosa di Alessandro Manzoni, Bari, Laterza, 1931, ecc.
6 Cf. A. Zottoli, Umili e potenti nella poetica del Manzoni, cit.; L. Russo,
Personaggi dei Promessi Sposi, cit.; M. Sansone, Saggio sulla storiografia
manzoniana,Napoli, Ricciardi, 1938; A. Accame Bobbio, Il cristianesimo
manzoniano tra storia e poesia, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 1954; G.
Bàrberi Squarotti, Il romanzo contro la storia, cit., ecc.
7 Cf. F. Portinari, Un’idea di
realismo,Napoli, Guida, 1976; A. Moravia, Manzoni o l’ipotesi del realismo
cattolico, in L’uomo come fine, Milano, Bompiani, 1974; R. Amerio,
Alessandro Manzoni filosofo e teologo, Torino, Ed. di filosofia, 1958; A.
Galletti, Alessandro Manzoni, il pensatore e il poeta, Milano, Corticelli,
19442.
8 L’edizione completa delle opere del Manzoni si trova ne “I classici
Mondadori, in 7 voll.; Le poesie e le tragedie (a cura di A. Chiari e F.
Ghisalberti) son contenute nel I tomo del 1957; cf., anche, le Tragedie (a
cura di G. Bollati), Torino, Einaudi, 1965, e le Liriche e tragedie ( a cura
di L. Caretti), Milano, Mursia, 1967.
9 Alla figura di don Abbondio son
stati dedicati numerosi studi e saggi; qui ricordo solo Il sistema di Don
Abbondio, di A. Zottoli, già cit.
10 Cf. G. De Rienzo, La signora.
Storia della Monaca di Monza, Milano, Rizzoli, 1985.
11 Per una sintesi completa della
tipologia dei vari personaggi manzoniani, v.L. Russo, I personaggi dei
Promessi Sposi, già cit., C. Angelini, Con Renzo e Lucia (e con altri).
Saggi sul Manzoni, Brescia, Morcelliana, 1986; F. Mazzocca, Quale Manzoni?
Vicende figurative dei Promessi Sposi, Milano, Il Saggiatore, 1985; P.
Fossi, La Lucia del Manzoni, Bari, Laterza, 1933, ecc.
12 P. Maffi, op. cit., v.I, p. 6.
13 Ivi, p. 7.
14 P. Maffi, op. cit., p. 13.
15 P.S. IX, 91-94.
16 P.S. IX, 96-98.
17 P.S. IX, 191-225.
18 P.S. VI, 68-70.
19 P.S.VI, 61-65.
20 P.S. XVIII, 381-498.
21 P.S. X, 470-471.
22 P.S. X, 415,426,443,447,466.
23 P.S. X, 405,412.
24 P.S. X, 461.
25 P.S. VIII, I.
26 P.S. XXII, 205-274.
27 P.S. XIX, 68; XXVIII, 180-182; XXVII, 442, ecc..
28 P.S. XXII, 171.
29 P.S. XXXI, 65, VIII, 15; XXII, 161-162, ecc..
30 P.S. XXVII, 443.
31 P.S. VIII, 360; è citato cinque volte nell’economia del romanzo.
32 P.S. XIX, 66-67.
33 P.S. XXXII, 451-452.
34 P.S. XXXII, 162-163.
35 P.S. XIX, 86-87.
36 P.S. VIII, 553.
37 P.S. III, 372.
38 P.S. III, 393-394.
39 P.S. VIII, 594-596.
40 P.S. XXXI, 65-68.
41 P.S. XXXI, 348-400.
42 P.S. XXXII, 320-328.
43 P.S. XXXII, 329-353.
44 Capp. XXII e XXIVb.
45 Capp. VIII e XXXVIb.
46 Capp. IIIb e XXIa+XXIVa+XXIVc+XXVa.
47 Capp. XX e XXXV.
48 Capp. XVIIa e XXIb.
49 Capp. XVIIb e XXXVIIIa.
50 Capp. XXIII e XXVb+XXVIa.
51 Capp. IIIa e XVI.
52 Capp. VI e XXVIb.
· I brani saranno riportati conformemente all’edizione critica citata, con
qualche lieve adattamento.
55 Cap. III.
56 Capp. XXI – XXIVa + c e XXV.
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