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Prima d’introdurmi, però, nel vivo della trattazione,
mi corre l’obbligo d’accennare, sia pure a volo d’uccello, ad alcune
considerazioni di fondo, che ritengo indispensabili per contestualizzare (e
comprendere) la figura e l’opera di Ludovico Ariosto.
Innanzi tutto la profonda relazione simpatetica –
ch’è assai più d’un legame! – del poeta con la città di Ferrara, ch’esprime
la continuità d’una tradizione letteraria e d’una corte, intorno alle quali
roterà tutta la sua vita, nell’alternarsi d’idilli e sofferenze. Se è vero
che la corte gli assegna un pubblico scelto come destinatario della sua
opera, non gli riconosce, però, quella funzione di specialista della parola
poetica e fantastica, a cui ambiva, e lo relega nella schiera dei
cortigiani o dei funzionari.
È per cotesta ragione, forse, che, mentre Boiardo
aveva idealizzato la corte estense, immaginandola come unica custode dei
perenni valori cortesi, l’Ariosto, al contrario, distingue chiaramente la
“corte storica” da quella fantastica (che racconta nel poema come
depositaria di pura idealità e dei valori sempiterni dello spirito).
I caratteri propri dell’Umanesimo - Rinascimento
ferrarese dell’ultimo scorcio del XV secolo, rivivono nell’Orlando
Furioso, ch’è opera – anche per l’ambito più specificamente linguistico
– sovraregionale e però nazionale.
I temi essenziali trattati dall’Ariosto nel suo
opus magnum possono ridursi a tre: la guerra (combattuta in Francia fra
Cristiani e Mori), l’amore, con la conseguente follia del paladino,
d’Orlando per Angelica, e l’amore, ancora, fra il saraceno Ruggiero e la
cristiana Bradamante (che, al fine, sposi principieranno le origini di casa
d’Este).
Se semplici e lineari appaiono i nuclei tematici,
l’opera, al contrario, è eterogenea e complicata per gli eventi che vi si
descrivono.
Tutto il microcosmo del Rinascimento è presente
apertis verbis nel Furioso.
Imprevedibile esito d’azioni, concezione finalistica
dell’esistenza, distinzione della realtà fattuale da quella ideale – messe a
confronto per accentuarne assiologicamente la distanza – motivi encomiastici
(sia pure secondari!), contrasti tra amore e fortuna, che si traducono nella
follia amorosa d’Orlando e in quelle storiche e metastoriche, che sono
iscritte nel DNA strutturale e nel codice genetico della stessa umanità,
ironia sul presente, che sostituisce i valori veri con quelli costruiti
artificialmente, celebrazione degli Estensi, che dei prischi e perenni
valori cavallereschi sono i tutori e i protettori ecc., son solo alcuni dei
temi, fra i tanti, sviluppati da Ludovico Ariosto.
Essi ci dicono, però, lapalissianamente, la crisi dei
valori umanistici (che considerano l’uomo al centro dell’universo e come
misura di tutte le cose), e, da questi insanabili contrasti, vien fuori una
necessità di ricomposizione e di conciliazione, ch’è “l’anima
rinascimentale” del poema.
In verità l’opera ariostesca ci offre più piccanti
sughi che bianche corolle, e come siam usi ad indugiar su figure e su passi
a base d’”acceso zolfo” nelle vene, all’approssimarsi d’Alcina …
avvolta in un leggier zendalo / che sopra una camicia ella si messe / bianca
e suttil nel più eccellente grado ( VII, 28), poco o punto mi sembra di
dover imbatterci in scene ed episodi di femminee timidezze, e addirittura di
pudore!
Giova, peraltro, non dimenticar che la somma
universalità dei sentimenti, modi e fatti del Furioso esibisca, per
la ragione appunto d’abbracciare in universale ogni possibil atteggiamento
umano, tutti i più disparati tipi d’eroi e d’eroine, in maniera da dover
riconoscere ampiamente che nel poema dell’Ariosto c’è davvero di tutto…
Le donne ci appaiono con doti e difetti, virtù e vizi
differenti, svariatissimi, contrastanti fra loro, sì da creare immagini
distinte e d’un rilievo proprio.
Ciascuna ha una linea, una sagoma esteriore tutta
sua, rispondente di preciso all’ascosa psicologia.
Anche il medesimo ufficio d’ancella appo eccelsa dama
muta da persona a persona, a seconda dello spirito soggettivo di coloro che
son deputate ai segreti servigi della rispettiva gran signora.
Si confronti la damigella di Ginevra di Scozia con le
tre giovani d’Alcina.
Queste immantinente si rivelano per quello che in
effetti valgono: leggiere, fatue, astute, procaci, licenziose tutte
vestite eran di verdi gonne (VI, 72) e corron scherzando, indossando
sottanelle, da far esclamar: … se i rispetti debiti alle donne /
servasser più, sarian forse più belle (Ivi).
L’ancella di Ginevra, invece, pur debole,
fragilissima all’amore, sì da esser cieca ai comandi del suo Polinesso,
fino alla follia di vestir cogli abiti della sua Ginevra – assecondandolo in
un oscuro raggiro che doveva perder la principessa -, è tuttavia creatura
dolce, sibben d’istinti incontrollati; e il contegno e il linguaggio
stesso che il poeta le conferisce son armoniosi, senza scader nel
patetico, e non hanno nulla di sguaiato o di volgare.
Il suo uomo non meritava la fiducia che in lui aveva
riposto poi che … dentro il petto mal giudicar possi (V,8) per quanto …
s’ode il ragionar, si vede il volto (Ivi), e s’accorge d’esser caduta
in iniquo e dissimulato inganno, deprecando con commozione indimenticabile:
vedi se deve, per amare assai, / donna sperar d’esser amata mai (V,72),
nonché levando il pietoso lamento: Ve’ come Amor ben chi lui segue
tratta! (V,74).
Stanca del mondo e delle sue insidie e delle sue
atroci fraudi, si fa monaca: …. E perché molto sazia era del mondo a Dio
volse la mente (VI, 16).
Dalinda è dunque la donna colpevole, ma al tempo
stesso gentile nell’animo, con una soffusa grazia di nobiltà femminea sul
lutto del suo peccato.
Tutto questo è stato detto come un esempio – fra i
cento! – della varietà infinita dei caratteri muliebri foggiati dalla
genialità ariostesca.
È naturale, quindi, che accanto alla donna ardita
figurino le soavi, ed accanto alle spudorate abbiano ottimo risultato
le miti e le pudiche.
Si guardi la somma beltade d’Angelica …legata al
nudo sasso (X, 92).
Esposta nuda – ignobile spettacolo! – ai venti e
all’umano sguardo, ella si fa di fiamma qual è di grana un bianco avorio
asperso (X,98), all’approssimarsi di Ruggiero e del suo garbatissimo
parlare.
È una pittura ariostesca stupenda!
La bellissima donna, così ignuda / come natura
prima la compose non dispone di nulla per ricoprirsi in alcun modo.
Un velo non ha pure, in che richiuda / i bianchi
gigli e le vermiglie rose, / da non cader per luglio o per dicembre, / di
che son sparse le polite membra (X, 95).
E continua il poeta col canto successivo: Creduto
avria che fosse statua finta / o d’alabastro o d’altri marmi illustri /
Ruggiero, e su lo scoglio così avinta / per artificio di scultori industri;
/ se non vedea la lacrima distinta /tra fresche rose e candidi ligustri /
far rugiadose le crudette pome, / e l’aura sventolarl’aurate chiome (X, 96).
Il cavaliere si commuove, a un tempo trafitto di
“pietade e d’amore”, pensando alla sua Bradamante, mentre, intanto, la
giovane alle amabilissime parole di lui, riprende coraggio: Forza è
ch’a quel parlare ella divegna / quale è di grana un bianco avorio
asperso, / di sé vedendo quelle parti ignude, / ch’ancor che belle sian,
vergogna chiude (X, 98).
E, poi, conclude: E coperto con man s’avrebbe il
volto, / se non eran legate al duro sasso; / ma del pianto ch’almen non
l’era tolto, lo sparse e si sforzò di tener basso (X,99).
Sventurata Angelica! Lungi ancor il tempo in cui si
consolerà di tutto ciò che ha sofferto, col suo Medoro, (principiando la
scia degli oscuri matrimoni morganatici), ora patisce acerbissime pene di
pudicizia, stranamente condannata a dare di sé completo spettacolo, prima
col lurido vecchio che l’aveva, con arte d’incanto, addormentata nell’alta
solitudine d’un … loco aspro et ermo / et ella dorme e non può fare
ischermo (VIII, 49); indi di fronte a Ruggiero di cui sappiamo già, per
l’avventura con la maga Alcina, che suol divampare d’acceso zolfo …
Infatti, sebben abbiam visto che il suo subito
pensiero davanti ad Angelica sì infelice sia per Bradamante, lontana e
cara, non di meno Ruggiero avvampa portandosi la donzella liberata e … in
quegli abiti adamitici dietro lui, in groppa al destriero: Ruggiero si va
volgendo, e mille baci / figge nel petto e negli occhi vivaci (X, 112).
Indi, velocissimo, cerca un bosco in cui fermarsi,
ombroso e ameno: dove ognor par che Filomena piagna, / ch’in mezzo avea
un pratel con una fonte, / e quinci e quindi un solitario monte (X,113)
Il canto del pudore d’Angelica, il poeta lo ferma
sulla più alta nota della bramosia di Ruggiero.
Comunque, sappiamo in prosieguo come privilegiato di
quel giardino di bellezza sia stato Medoro: Angelica a Medor la prima
rosa / coglier lasciò, non ancor tocca inante: / né persona fu mai sì
avventurosa, / ch’in quel giardin potesse por le piante (XIX, 33).
In verità, poi, ogni delicato pudor d’Angelica se
n’era andato da ella, al punto che innamoratasi del pastore, gli rivelò
d’esser colpita dall’ardente strale: e ben le par che di quel ch’essa
agogna, / non sia tempo aspettar ch’altri la inviti, / dunque, rotto ogni
freno di vergogna, / la lingua ebbe non men che gli occhi arditi, / e di
quel colpo domandò mercede (XIX, 30).
Veramente esempio fulgido d’idealità casta e pudica,
oltre che di fedeltà senza pari, è Isabella che s’immola eroicamente per non
sottostare alle voglie di Rodomonte.
Non può più in alcun modo sfuggirgli e ricorre
all’astuzia, scontando con la vita lo slancio sublime d’appartenere solo a
sé medesima e alla memoria del suo Zerbino defunto.
Inventa la magia d’un succo d’erba bollita con
edera e con iuta / ad un fuoco di legno di cipresso, / e fra mani innocenti
indi premuta (XXIX,15) in cui basta immergersi tre volte per acquistar
prodigiosa invulnerabilità: tre volte il corpo, in tal modo l’indura, /
che dal ferro e dal fuoco l’assicura (Ivi).
Rodomonte differisce il desio che a lei venia già
contra, per veder tanta meraviglia: e Isabella, appena affrontato il
gran lavoro, vuol mostrargli in sé la prova dell’invulnerabilità: di
questo bagnerommi dalla cima / del capo giù pel collo e per lo seno: / tu
poi tua forza in me prova e tua spada, / se questo abbia vigor, se quella
rada (XXIX, 24).
Lieta porse il collo all’incauto pagano il
quale col ferro crudele le spiccò la testa dal busto … Alma, ch’avesti
più la fede cara, / e il nome quasi ignoto e peregrino / al tempo nostro
della castitade, / che la tua vita e la tua verde etade (XXIX, 26).
Tutt’altro quadro, tra pietoso e comico, è quello
della meraviglia, dello sdegno e della pudica vergogna di Marfisa e
Bradamante. Attratta in una valle dall’alto pianto di tre donne alle quali
sono stati malvagiamente tagliati gl’indumenti fin verso la cintura, sicché
e per non saper meglio elle celarsi, / sedean in terra e non ardian levarsi
(XXXVII, 26). Quelle tre sì oltraggiate singhiozzavano; e le due
guerriere, con le quali è in compagnia Ruggiero, si coprono di doloroso
rossore: Lo spettacol enorme e disonesto / l’una e l’altra magnanima
guerriera / fe’ del color che nei giardin di Pesto / esser la rosa
suol da primavera (XXXVII, 28).
Verecondia, pudicizia, vergogna, rossore, ed altro
ancora, è possibile trovar nei piccanti sughi ariosteschi; ma qui occorre
por fine alle brevi note, sperando che questa rivisitazione del poema induca
tutti ad una rilettura approfondita dei 46 canti che compongono l’opera: più
di 1200 pagine se li si vuol racchiudere in un solo volume!
Prof. dott.
don Michele Bianco |