L. Chiappini, Gli Estensi - Mille anni di storia, Corbo Editore, Ferrara 2001, pp.759.

   Cercar di chiosare un testo, ch’è, spesso, il macrocosmo dell’autore, non è mai cosa facile; le difficoltà, poi, aumentano se ci si trova di fronte ad un’opera ponderosa e dotta, qual è quella di Luciano Chiappino, sulla millenaria storia degli Estensi.

Gli angusti limiti di spazio, non permettono di poter realizzare una recensione attenta, puntuale ed analitica, d’un voluminoso saggio, realizzato in omnibus suis partibus, con onestà intellettuale e rara  acribia scientifica.

In ventun corposi capitoli, l’autore affronta la ricca e complessa storia di Casa d’Este, basando la sua ricerca sui rapporti ermeneutici delle fonti, della documentazione, e degli studi più accreditati, sia nazionali che esteri. Stabilisce come terminus a quo quello delle origini (secolo IX - 1264) e, dopo aver percorso un intero millennio, come terminus ad quem  Francesco V(1846 – 1859), che interrompe la serie dei duchi.

Orbene, seguire,  undique versum  et lento gradu, l’insigne studioso è impossibile, sia nell’elaborazione del suo trattato, ch’è un’opera vera e propria, sì straordinariamente composita, grandiosa e gigantesca – ma sempre comunque chiara, lineare e avvincente – sia nella successione degli eventi, che coprono un arco di tempo di dieci secoli di storia.

Perciò, dopo aver appalesato la metodologia scientifica, usata dall’autore nella scelta e selezione delle fonti bibliografiche, cercheremo di cogliere, hinc inde, gli elementi che ci sembrano fondamentali nell’intera economia della laboriosa fatica storica del Chiappini.

L’autore entra subito in medias res,  saltando a pié pari premessa o introduzione, dacché, il primo capitolo, indica lapalissianamente, la scelta dei percorsi ermeneutici ed euristici che applicherà nel prosieguo del lavoro.

Le origini della Casa d’Este affondano le loro radici “nella nebbia dell’Alto  Medioevo”, afferma l’autore, “ e non meraviglia che antichi cronisti e storici [in chiave di celebrazione encomiastica, n. d. r.] le abbiano fatte risalire addirittura a Carlo Magno, alla famiglia romana degli Acci, agli Etruschi, compilando genealogie cortigiane, intese a soddisfare la vanità e a sollecitare l’orgoglio mai abbastanza appagato dei loro signori” (p.1). Gli Estensi trasferitisi dai colli d’Este a Ferrara e, indi, a Modena, esercitarono una notevole influenza, per oltre seicent’anni, sulle sorti dell’Europa del tempo, e fu enorme il peso ch’ebbero, per ancora più lunghi corsi d’anni, sull’assetto dello status quo della nostra penisola, sopra tutto per gli Stati del settentrione.

Le compilazioni della seconda metà del XVI secolo - tutte orientate a dimostrare la  “precedenza “ tra Ferrara e Firenze, epperò dichiaratamente encomiastiche – diedero vita, e specie da parte degl’in numeri zelatori dell’una e dell’altra casata, a grand’impegno di studi e di ricerche, ma non furono, purtroppo, pari all’alta tradizione storiografica in materia, come avvenne, invece, per la storia teutonica di quegli anni.

Così, in questo clima celebrativo, mirante a stabilire priorità o precellenza fra le città dianzi citate, principiarono le Historie Ferraresi del Sardi  e le Genealogie del Faletti e del Pigna (quest’ultimo anche autore d’un’Historia), che, non affidandosi ad alcun criterio selettivo delle fonti, spesso in evidente contrasto fra di esse, approdarono alla strada più facile della “favola mitologica”.

Perciò sapere come qualmente sia stata la prima fase della storiografia estense,  non sarà, forse, mai possibile.

A metter ordine nella congerie delle genealogie estensi fu Ludovico Antonio Muratori, chiamato da Milano, dov’era bibliotecario all’Ambrosiana, a Modena, per tale preciso scopo, dal duca Rinaldo.

Il Muratori,  fra il 1702 e il 1707, lavorò, alacremente, confrontandosi -  e spesso scontrandosi! – col grand’erudita Goffredo Guglielmo Leibniz, che, in quegli anni stava effettuando ricerche a Modena e altrove sulla comune origine estense delle due case di BrunswicK e d’Este.

Nel 1717 il Muratori pubblica il primo volume delle Antichità Estensi (il fascicolo vedrà la luce nel 1749, dando vita ad un)opera il mutatis mutandis ancora oggi indispensabile per uno studio serio e documentato sulla casa d’Este, la cui origine – afferma lo storico – non è da ascriversi alla Grecia o a Roma, ma ai Longobardi, e più precisamente, al ramo bavarese.

Il Muratori  sosteneva la derivazione degli Obertenghi e degli Estensi da Bonifacio I, conte e duca di Toscana nell’813; ma oggi, alla luce di nuovi studi e ricerche, tale ipotesi è stata accantonata.

È con Alberto Azzo II (996 – 1097), figlio unico di Alberto Azzo I, che principia la stirpe dei marchesi estensi dopo che si trasferiscono ad  Este gli Obertenghi  di cotesto ramo.

Da questo momento la storia dinastica estense è certificata e documentata irrefutabilmente.

I temi e i motivi affrontati nel saggio sono molteplici e tutti fondamentali.

Così, nel secondo capitolo, nella celebrazione della vita nella corte estense a Este e Ferrara, è dedicato ampio spazio ai poeti e trovatori provenzali, intenti a cantar le laudi di Giovanna  d’Este e a magnificare le virtù del loro signore. Vi troviamo Peire Guilhem de Suserna, Uc de Saint – Circ, Aimerie de Peguilhen, e altri. Il capitolo terzo, poi, presenta un’efficace sintesi della cultura e della vita di corte, a Ferrara, nel XIV secolo, soffermandosi sui rapporti fra Ugo d’Este e il Petrarca; sul tema dell’amore per la cultura, l’arte e le lettere a Ferrara, centro della vita umanistica indugia, anche, nel quinto capitolo.  Nel sesto capitolo, nella descrizione della cultura, delle lettere e delle arti, troviamo una dettagliata informazione sulla famosa “Bibbia di Borso”: un’opera d’arte di straordinario valore che celebra, anche, la vita di corte nei suoi tripudi.  Nel settimo c’imbattiamo nello sviluppo urbanistico di Ferrara, prescindendo, ovviamente, dagli avvenimenti politici, trattati, qui come altrove, con ampia dovizia di particolari.  Col capitolo nono, ormai al tempo della riforma, scopriamo la sensibilità culturale del duca Ercole I verso i riformatori  e la sua liberalità verso gli ebrei; prova n’è il fatto che, Ferrara, fu scelta come sede del Congresso Rabbinico Italiano, che si celebrò il 21 Giugno 1554. Nel decimo capitolo è descritto, ampiamente, il terribile terremoto a Ferrara nel 1570; particolarmente interessante è il capitolo undicesimo, che descrive la fine dell’autonomia comunale coll’istaurazione del governo assoluto degli Estensi e la soppressione delle arti e delle corporazioni; descrive, altresì, l’agricoltura, il problema idrico, e via enumerando. Non mancano i riferimenti culturali a Ferrara. Guarini e Rodolfo Agricola, il platonismo, l’università, il teatro, la poesia, con Boiardo, Ariosto e Tasso ecc. . Il capitolo  quindicesimo ci offre uno spaccato della vita culturale e civile di Modena, capitale d’un piccolo ducato; il diciassettesimo presenta l’opera di Ludovico Antonio Muratori e di Goffredo Guglielmo Leibniz, in polemica colla corte romana. Col capitolo diciottesimo siamo, ormai, all’occupazione di Modena da parte degli austro–piemontesi; col diciannovesimo all’invasione francese del 1796 e l’esilio del duca Ercole Rinaldo III a Venezia e Treviso; col capitolo ventunesimo, infine, si chiude la successione dinastica con Francesco V, che torna privato cittadino, e si narrano le successive vicende del nome d’Este.

S’è tentato di ripercorrere, a volo d’uccello, soltanto alcuni avvenimenti, fra i tanti descritti nei singoli capitoli, omettendo i riferimenti ai fatti politici che costituiscono la sostanza dell’intera opera.

La probatio caso per caso, l’apporto di fonti d’oltralpe e la loro comparazione; l’argomentum  ex dissonantiis e l’argomentum  ex silentio, collocati nella loro giusta interpretatio; il sitz im leben  che considera i nessi e le concause degli eventi, mai in senso meramente evenemenziale – ma a partire dall’imprescindibile nesso eziologico che li unisce – rendono il libro un modello di ricerca esemplare.

Esso, infine, è impreziosito da numerose tavole genealogiche ed illustrazioni riportate nel testo, dall’utilissimo indice dei nomi, e dalla dotta e scelta bibliografia, che correda ogni singolo capitolo.

Non ci resta che rivolgere, ammirati, i nostri elogi all’illustre studioso, per un’opera di facile e piacevole lettura, nonostante il rigore esegetico della ricerca e la complessità delle tematiche e delle vicende dinastiche Estensi, sviluppate nell’arco della loro storia millenaria.

Michele Bianco

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