Tra corvi e pentiti

Mauro Mellini, Tra corvi e pentiti Un caso qualsiasi … anzi speciale,

Koinè ed., Via Grande Muraglia 95, Roma 2005, pagine 224, € 15,00.
 
Mercoledì, 4 maggio u.s., presso la prestigiosa sede de “Il Tempo”, Palazzo Wedekind nella Sala Mozart, alla Piazza Colonna, 366, nell’Urbe, alle ore 17.30, è stata presentata l’ultima fatica dell’on. avv. Mauro Mellini, componente del CSM, e già noto al pubblico per aver affrontato problematiche relative alla giustizia e al fenomeno del “pentitismo” (Il giudice e il pentito; Toghe Padrone e Nelle mani dei pentiti).

Il libro, di facile lettura e avvincente nel fascino lineare della sua trama, ha un titolo assai eloquente: Tra corvi e pentiti, con un sottotitolo che è quasi l’epitome dell’argomento che tratta: Un caso qualsiasi…. Anzi speciale.

Relatori d’eccezione sono stati il sac. dott. padre Michele Bianco, studioso di filosofia e letteratura italiana comparata nonché umanista, il chiarissimo professor Giuseppe Di Federico, componente del CSM, il famoso giornalista e senatore Lino Jannuzzi, la psichiatra dott.ssa Dina Nerozzi Frajese, il vicedirettore de “Il Tempo”, Giuseppe Sanzotta e l’on. avv. Michele Saponara, Sottosegretario al Ministero dell’Interno.

Così, in sintesi, Jacopo Severo Bartolomei, redattore della Casa Editrice Koinè, ci presenta la vicenda umana e giudiziaria del suo protagonista principale, il dott. Francesco Giangualano.

 “Sul capo di Francesco Giangualano e di altri tre cittadini piuttosto in vista di Trani, Salvatore Annacondia, trafficante di droga, pluriomicida, millantatore di corruzioni di magistrati e gestore di un ottimo ristorante, collaboratore di giustizia, lancia un’accusa terribile: lo hanno incaricato di ammazzare il Procuratore presso la Pretura Circondariale di Trani, Rinella.

È la storia "qualsiasi" di un cittadino di Trani, Francesco Giangualano, “reo” di aver gestito, quale presidente, la locale Azienda Municipale Elettricità e Trasporti in modo esemplare; portando addirittura il bilancio dal solito rovinoso passivo in un consistente attivo; esempio raro e fastidioso per troppi.

I corvi, specie animale longeva e coriacea, si accaniscono contro di lui, per anni, con punture di spillo, lettere anonime e denunzie apocrife. Vecchi sistemi del sottobosco politico provinciale, e meridionale in specie. Ma l’irrompere sulla scena dei pentiti (e, nel caso, di un pentito “di grido”, Salvatore Annacondia, anch’egli tranese, quaranta e passa omicidi, “servizi di collaborazione” resi in danno di personaggi eccellenti etc.) non rappresenta qualcosa di veramente nuovo in quella bassa cucina (della quale, peraltro, in quel caso, si intravede l’esistenza di un cuoco, di un regista di altissimo e raffinatissimo livello).

Lo sfondo della vicenda è la Puglia, con la Magistratura divisa da contrasti e sospetti (di cui non mancano specifici riflessi e qualche esempio conturbante nei fatti narrati), con le forti caratterizzazioni politiche che emergono con la frequenza del “passaggio alla politica di diversi magistrati.
Il libro ricorda, dandone una cronaca vivace e indicativa, il passaggio del pentito Annacondia, chiamato dal presidente Luciano Violante, avanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, a ripetere, tra l’altro, la storia dell’incarico ricevuto da quattro terribili notabili di Trani, ed a dispensare consigli. “Se il Parlamento è d’accordo” è il titolo di un capitolo del libro.”

La presentazione è introdotta, brillantemente, dal professor Michele Bianco, che con accurata perizia di storico, con grande competenza, sia legislativa che linguistica, e con l’accalorata enfasi che caratterizza il suo parlare, ha indagato, con rara sensibilità e maestria, oltre che sui fatti storici, anche sull’aspetto squisitamente psicologico dei personaggi e sulle problematiche trattate dall’autore.

 Dopo   un iniziale giudizio sulla qualità del libro, ”bello e affascinante, che si legge tutto d’un fiato”, il relatore ha attraversato le problematiche della malagiustizia, penetrandone gli aspetti reconditi, in relazione al tema delle delazioni e delle lettere anonime dal 1° al 4° secolo d. C.

 Come studioso del martirio cristiano, cita gli acta martirum dai quali, grazie ad un’attenta lettura, desume il degrado della “giustizia giustizialistica e giacobina”, in seguito alla riforma dell’89 del C. P., e cita una sentenza del 1040 del Codice Vaticano che recita: “la sofferenza patita a causa della calunnia è la più crudele che si possa subire, perché nasconde la verità dietro la menzogna”. Ricorda la pubblicazione del libro del 1995  “Il terrore viene per posta” di Agata Cristie, che, alla fine, invita a scoprire il colpevole, ovvero gli  autori delle lettere anonime, cioè sine auctore,  i detractores,  e non le vittime di queste macchinazioni. Parla di giustizia miope che farebbe meglio il proprio corso se indagasse, con metodo da detective, per scoprire gli auctores delle lettere anonime. 

Cita, in un iperbolico excursus, Tacito, che, a partire dal 3° secolo, condanna, nel terzo libro degli Annales, il carattere falsamente moraleggiante della giustizia, in riferimento alla lex Papia Poppea per i capi di nullità dei diritti di successione dei matrimoni riguardo ai celibes e agli orbi, donde si origina la categoria dei sicofanti, dei detractores, calumniatores, che sobilla l’ordine costituito creando una giustizia alternativa che blocca il cursus honorum delle carriere, e che si annida soprattutto nei palazzi dove siedono coloro che detengono il potere. Questa giustizia falsamente moraleggiante è condannata expressis verbis dal sommo scrittore.

Qui le citazioni storiche di p. Michele che abbondano di ricercati particolari, sono scagliate quali strali di fuoco su tanto dilagante malcostume, indagando sulla causa prima di tanta pervicacia. Presenta un excursus storico fin dagli imperatori romani che hanno un atteggiamento ambivalente nei riguardi dei delatores che sono gli accusatori tout court. Anche Domiziano già biasima i calumniatores e dice di non prestare l’orecchio alle loro accuse, dà la possibilità agli indagati di essere fedifraghi, e di riprendere il loro cursus honorum. Non avviene così dal manipulitismo in poi. 

Nell’impero romano, fino a Nerva e, prima ancora, al tempo di Adriano quando s’invitava, per la prima volta, a cercare attentamente e diligentemente le prove e a non tenere in alcun conto le lettere dei delatores anonimi, che (per invidia e gelosia, genoma strutturale, DNA dell’anima della persona malvagia, in cui alberga lo spirito demoniaco) sono indotti a dire male di un’altra persona, e a colpirla, i detractores ebbero campo libero ed esercitarono con successo la loro arte, consapevoli che non c’è fumo senza arrosto e che: “calunnia calunnia”, come diceva Voltaire, qualcosa rimane. Parla anche d’indagabilità (se l’accusa non c’è bisogna inventarla), del presunto colpevole del reato senza la notitia criminis; si va alla ricerca della possibilità che la notizia ci sia, scardinando la logica maior et minus; se l’accusa non c’è bisogna inventarla e crearla con la capacità intutiva che possiede solo Dio, e, continua ancora p. Michele, in questo libro si narra di un apocrifo, che non può essere indagato perché inesistente, è un fantasma! E queste accuse, motivate dall’invidia, che nasce dal sentimento che l’altro ci possa fare del male (come ci fa notare Demostene), e dalla gelosia, hanno abbagliato ben 15 magistrati, strumentalizzati dalle affermazioni, di “un appaltatore di delitti”, come lo definirebbe il grande Alessandro Manzoni.

Si può dire hoc iniustitiae tempore iniquo, siamo in uno Stato del non diritto. S’indaga con furore (furor acredinis armam ministrat) sul più debole, sull’innocente, che, paradossalmente, non ha la possibilità di difendersi, contrariamente a come avveniva prima, anche nelle persecuzioni dei cristiani, che per trecent’anni hanno insanguinato il suolo di Roma nella storia della chiesa, quando lo stesso Domiziano concedeva ai cristiani la possibilità di abiurare e di essere ristabiliti nella carica pregressa. Dal manipulitismo in poi è spazzata via un’intera classe, la DC; si parla di giustizialismo più che di garantismo. Emerge una magistratura miope e fortemente connotata di volontà accusatoria. Bisogna indagare diligenter atque instanter, come dice s. Agostino, istruendo istruttorie sufficientemente motivate. Se mancano questi elementi (come ad es. dal rescritto di Traiano a Plinio), i cristiani innocenti, che non sunt conquirendi, vanno ricercati e condannati solo se si hanno le prove del commesso crimine di lesa maestà.

Vanno comminate pene molto severe ai delatori, ai grassatores e latrones, come li definisce Marziale, che augura che possano portare il macigno di Sisifo, assaggiare la frusta di Eaco, e stare sotto il gladio di Tantalo, dopo aver mangiato pane nero, per essere, infine, torturati e gettati nella cloaca per dare, anche, un esempio di coerenza e dignità ai giovani. Con il rescritto di Traiano, per la prima volta, abbiamo un pronunciamento chiaro contro questo malcostume che serpeggia, con vicende alterne, sotto Severo, Costanzo, Pertinace e Massimino il Trace (eliminato dalla classe dirigente). Con Marco Aurelio e Costantino (con quattro editti, due emanati da Costanzo fino a Teodosio), si bandisce la validità di un testo non firmato e, si afferma che lo stesso, anche se firmato, deve essere indagato con diligenza e in maniera oculata. Tertulliano dice: bisognerebbe aggiungere alla sapienza anche la delicatezza nella ricerca e la capacità del discernimento. S. Ambrogio aggiunge, parlando dei detractores, paragonati al perfido serpente velenoso, e agli aculei degli scorpioni, che bisogna porre sempre l’attenzione sulla ricerca della verità: è quanto, purtroppo, non emerge, in questo caso, durante la fase inquisitoria del processo Giangualano. Se l’accusa mossagli è l’assenteismo, la sua colpa è il presenzialismo! Si vuole accusare a tutti i costi: si parte dal principio assiologico di trovare un colpevole ad ogni modo, e alla fine, questi strali, motivati dall’invidia e dalla gelosia, colpiscono l’innocente. Mentre il rapace che uccide per fame, col delitto esaurisce il desiderio di uccidere, l’invidia non termina all’oggetto cui è indirizzata; anzi si alimenta proprio con il delitto; essa è la gelosia tout court, è mettere la firma ai propri insuccessi personali, laddove gli altri riescono. La coscienza è anestetizzata: in proprio corde deponet mala, dice s. Agostino, e questo male alligna perché si ha lo spirito malato. Nel 1896 E. De Amicis, in una conferenza sulle lettere anonime o apocrife, definita la tipologia delle persone cui sono indirizzate, dichiara l’autore delle lettere anonime più crudele di chi uccide col ferro, più spregevole di chi ruba il pane al mendico; non c’è, perciò, bassezza dell’animo umano più squallida di coloro che sono detrattori, calunniatori o spergiuri. Questa è la categoria più lercia che possa esistere. Il calunniatore ha abdicato alla sua coscienza, è incapace di uscire alla luce del sole anche per un sano, democratico, legittimo confronto, ed è paragonato al corvo che da com’era bianco (come dice Ovidio nelle Metamorfosi) diventa nero, si fa ciarliero; è una figura sinistra che mangia ciò che è sporco, morto. Il calunniatore ha raggiunto il livello minimale della propria coscienza, si veste della ferinitas che lo rende più bestia dell’innocuo animale.

 Segue l’intervento dell’on. M. Saponara, che apprezza l’analisi dell’autore sullo stato della giustizia, analisi che può contribuire al miglioramento della sua amministrazione, continua con la descrizione della trama del processo, ribadendo il tema della megalomania e gelosia del pentito, dell’arroganza del magistrato Rinella e della sua petulanza, della sua povertà di spirito e della sua mania di persecuzione. Rileva il problema del pentitismo e la diaspora tra i giudici e il Parlamento, invitando alla verifica delle accuse.

Segue l’intervento del giudice G. Di Federico che evidenzia la completa assenza della cultura della prova. Afferma che la cultura giuridica del diritto applicato non prevede la costante verifica delle accuse. C’è una costante nella giurisprudenza, così che la legge finisce col non essere uguale per tutti, e soprattutto chi non è potente soffre di quest’impianto giudiziario. Le qualificazioni professionali sono carenti, i concorsi sono scarsamente selettivi e mancano le verifiche della professionalità acquisita. Poi affronta il problema del pubblico ministero che, afferma, è un organo politico e non potendo perseguire deve scegliere; affronta i problemi della reintegrazione e delle indagini, che in Inghilterra sono fatte dal pubblico ministero: da noi il pubblico ministero invece di scegliere i reati corre il rischio di scegliere le persone. Conclude rilevando che la confusione tra il giudice e il pubblico ministero è totale: hanno la stessa carriera, lo stesso consiglio superiore e possono scambiarsi i ruoli, anche più volte, e anche nella stessa sede.

Segue l’intervento della dott. Nerozzi, che esordisce dicendo che non è facile rendere la bellezza di questo libro; la prosa è tanto brillante che per comprenderla bisogna solo leggere il libro, che è bello ed ironico e ci dà un pezzetto della storia di mani pulite, che ha affossato la Prima Repubblica, creando il bipolarismo. Disegna le varie figure di magistrati, come l’on. Violante, che si aspetta di sentire dal pentito Annacondia qualche cosa utile alla sua parte politica, accanto a lui compare l’on. Brutti, che cerca di capire il pentito, e la figura di Rinella, che finisce col ritenersi, partita l’inchiesta giudiziaria, un magistrato scomodo. Mette in evidenza anche, come la stampa locale abbia “montato il caso”. Inquadra infine sia il dr. Giangualano (indagato nella seconda parte del processo per assenteismo), che il giudice che ne conduce il processo: egli, coltivando la cultura del sospetto, non è capace di distinguere il probabile dall’improbabile, afferma, anzi, che il sospetto è l’anticamera della verità. Cita infine S. Freud e la sua teoria sulla paranoia studiata sul dr. Schroeder, che ce l’aveva addirittura con Dio, e che esclama: “in questa guerra con Dio sicuramente vincerò perché ho l’ordine del mondo dalla mia parte”.

Il sen. L. Jannuzzi, infine, si concentra sulle sette pagine del cap 10, che ha come protagonisti i politici della Commissione. Il pentitismo, continua, è stato inventato dai politici ed è gestito dai magistrati. Sono di fronte la creatura del pentito e quelli che l’hanno creata: la creatura Annacondia è dinanzi al massimo dei creatori di questo fenomeno che è l’on. L. Violante. L’interrogatorio si svolge dinanzi a democratici e a fascisti. La commissione parlamentare antimafia era presieduta dall’on. G. Bianco, nel periodo del maxi-processo e delle stragi: questi si va a sfogare dal Presidente della Repubblica, Scalfaro, e gli dice di subire terribili pressioni all’interno del suo partito e che finché sarebbe stato presidente di questa commissione nessun pentito avrebbe messo piede in Parlamento. Purtroppo, dopo qualche mese si dovette dimettere da Presidente della Commissione e il Partito Comunista designò a succedergli l’on. Violante, votato da tutti. Il presidente dei senatori democristiani, che dette istruzioni ai suoi senatori, di votare Violante, si chiamava A. Gava, seconda vittima, che, con le sue due relazioni: “Mafia e Politica” e “Camorra” dettò le premesse politiche, pratiche e teoriche per processare Andreotti e le regole politiche, pratiche e teoriche per processare lo stesso Gava. Qui non ci sono i grandi mafiosi come Buscetta (che ha messo una pietra tombale su Andreotti); ma il pentito Annacondia, assassino torvo, n’esce come un gigante. Il racconto, che lui fa, può essere persino autentico. Il magistrato e Annacondia nel racconto si chiamano, fra loro, Pasquale e Salvatore. Il p. m. gli dice: “facciamo un verbalino”, e … comincia una via crucis: un pentito entra in parlamento a suo agio. La conferenza si conclude con l’intervento del protagonista, dr. F. Giangualano, che espone ulteriori dettagli della sua triste vicenda.

Forse è opportuno ricordare il caso Tortora, ucciso dal cancro e da una malattia ancor più grave, l'ingiustizia. A proposito del quale su «Vita», a 10 anni dalla morte, vengono pubblicati gli scritti dal carcere: Le lettere di Tortora alla figlia: «giustizia in mano a manigoldi» da “il corriere della sera” del 6 –5 – ’98 - c. mus., Milano - «quello che a me ripugna e ferisce, e fa inorridire, è che la giustizia sia prigioniera di un pugno di manigoldi». Dove eravamo? “Ah sì, al carcere di Bergamo, il 3 settembre 1983, dove un celebre presentatore televisivo, impietrito e incredulo per 78 inspiegabili giorni di prigionia, manda alla figlia questa disgustata denuncia”.

 Forse è appena il caso di chiedersi: quanti imputati, veramente qualsiasi, ottengono, non dico l’onore della cronaca, ma neppure una, sia pur ritardata, giustizia?

 Solo per dovere di cronaca, aggiungo che il libro è stato presentato, il 20 maggio u.m, a Trani, scenario di molti eventi narrati nel romanzo biografico di Giangualano, vittima della malagiustizia, dove hanno relazionato, ancora una volta, p. Michele Bianco, l’autore M. Mellini, il sen. Novi e l’on. Gargani. Uno stesso pubblico, ugualmente scelto, come quello di Roma, ha gremito il Monastero S. Maria di Colonna.

Il sen. Novi ha relazionato sullo stato d’ingiustizia che, pur con fasi alterne, è sempre esistito, dalla rivoluzione francese del 1789. I sistemi totalitaristici (eccezion fatta per il nazionalsocialismo che provvide a sopprimere senza necessità di “prove”) hanno sempre esatto una motivazione, sia pure capricciosa ed arbitraria, per l’esecuzione di un delitto. Egli, inoltre ha parlato di una gnosi che esige vittime da immolare, a nome di falsi principi o postulati, sull’altare delle ideologie ritenute giuste.

Così la riforma del codice penale del 1989, introducendo il concetto di giusto processo e d’indagabilità (a prescindere dalla notitia criminis), ha generato giudici giustizialisti che hanno “inventato “ loro verità per procedere, ascoltando religiosamente la genìa dei collaboratori di giustizia - i pentiti -, tracimando nel brago la stessa giustizia.

Rosa Maucione

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