| Mercoledì, 4 maggio u.s., presso la prestigiosa sede de “Il
Tempo”, Palazzo Wedekind nella Sala Mozart, alla Piazza Colonna, 366,
nell’Urbe, alle ore 17.30, è stata presentata l’ultima fatica dell’on. avv.
Mauro Mellini, componente del CSM, e già noto al pubblico per aver
affrontato problematiche relative alla giustizia e al fenomeno del
“pentitismo” (Il giudice e il pentito; Toghe Padrone e Nelle mani dei
pentiti). Il libro, di facile lettura e avvincente nel fascino lineare
della sua trama, ha un titolo assai eloquente: Tra corvi e pentiti, con un
sottotitolo che è quasi l’epitome dell’argomento che tratta: Un caso
qualsiasi…. Anzi speciale.
Relatori d’eccezione sono stati il sac. dott. padre Michele Bianco,
studioso di filosofia e letteratura italiana comparata nonché umanista, il
chiarissimo professor Giuseppe Di Federico, componente del CSM, il famoso
giornalista e senatore Lino Jannuzzi, la psichiatra dott.ssa Dina Nerozzi
Frajese, il vicedirettore de “Il Tempo”, Giuseppe Sanzotta e l’on. avv.
Michele Saponara, Sottosegretario al Ministero dell’Interno.
Così, in sintesi, Jacopo Severo Bartolomei, redattore della Casa Editrice
Koinè, ci presenta la vicenda umana e giudiziaria del suo protagonista
principale, il dott. Francesco Giangualano.
“Sul capo
di Francesco Giangualano e di altri tre cittadini piuttosto in vista di
Trani, Salvatore Annacondia, trafficante di droga, pluriomicida,
millantatore di corruzioni di magistrati e gestore di un ottimo ristorante,
collaboratore di giustizia, lancia un’accusa terribile: lo hanno incaricato
di ammazzare il Procuratore presso la Pretura Circondariale di Trani,
Rinella.
È la storia "qualsiasi" di
un cittadino di Trani, Francesco Giangualano, “reo” di aver gestito, quale
presidente, la locale Azienda Municipale Elettricità e Trasporti in modo
esemplare; portando addirittura il bilancio dal solito rovinoso passivo in
un consistente attivo; esempio raro e fastidioso per troppi.
I corvi, specie animale
longeva e coriacea, si accaniscono contro di lui, per anni, con punture di
spillo, lettere anonime e denunzie apocrife. Vecchi sistemi del sottobosco
politico provinciale, e meridionale in specie. Ma l’irrompere sulla scena
dei pentiti (e, nel caso, di un pentito “di grido”, Salvatore Annacondia,
anch’egli tranese, quaranta e passa omicidi, “servizi di collaborazione”
resi in danno di personaggi eccellenti etc.) non rappresenta qualcosa di
veramente nuovo in quella bassa cucina (della quale, peraltro, in quel caso,
si intravede l’esistenza di un cuoco, di un regista di altissimo e
raffinatissimo livello).
Lo sfondo della vicenda è la
Puglia, con la Magistratura divisa da contrasti e sospetti (di cui non
mancano specifici riflessi e qualche esempio conturbante nei fatti narrati),
con le forti caratterizzazioni politiche che emergono con la frequenza del
“passaggio alla politica di diversi magistrati.
Il libro ricorda, dandone una cronaca vivace e indicativa, il passaggio del
pentito Annacondia, chiamato dal presidente Luciano Violante, avanti alla
Commissione Parlamentare Antimafia, a ripetere, tra l’altro, la storia
dell’incarico ricevuto da
quattro terribili notabili di Trani, ed a dispensare consigli. “Se il
Parlamento è d’accordo” è il titolo di un capitolo del libro.”
La presentazione è
introdotta, brillantemente, dal professor Michele Bianco, che con accurata
perizia di storico, con grande competenza, sia legislativa che linguistica,
e con l’accalorata enfasi che caratterizza il suo parlare, ha indagato, con
rara sensibilità e maestria, oltre che sui fatti storici, anche sull’aspetto
squisitamente psicologico dei personaggi e sulle problematiche trattate
dall’autore.
Dopo un iniziale giudizio
sulla qualità del libro, ”bello e affascinante, che si legge tutto d’un
fiato”, il relatore ha attraversato le problematiche della malagiustizia,
penetrandone gli aspetti reconditi, in relazione al tema delle delazioni e
delle lettere anonime dal 1° al 4° secolo d. C.
Come studioso del martirio
cristiano, cita gli acta martirum dai quali, grazie ad un’attenta
lettura, desume il degrado della “giustizia giustizialistica e giacobina”,
in seguito alla riforma dell’89 del C. P., e cita una sentenza del 1040 del
Codice Vaticano che recita: “la sofferenza patita a causa della calunnia è
la più crudele che si possa subire, perché nasconde la verità dietro la
menzogna”. Ricorda la pubblicazione del libro del 1995 “Il terrore viene
per posta” di Agata Cristie, che, alla fine, invita a scoprire il colpevole,
ovvero gli autori delle lettere anonime, cioè sine auctore, i
detractores, e non le vittime di queste macchinazioni. Parla di
giustizia miope che farebbe meglio il proprio corso se indagasse, con metodo
da detective, per scoprire gli auctores delle lettere anonime.
Cita, in un iperbolico
excursus, Tacito, che, a partire dal 3° secolo, condanna, nel terzo libro
degli Annales, il carattere falsamente moraleggiante della giustizia, in
riferimento alla lex Papia Poppea per i capi di nullità dei
diritti di successione dei matrimoni riguardo ai celibes e agli
orbi, donde si origina la categoria dei sicofanti, dei detractores,
calumniatores, che sobilla l’ordine costituito creando una giustizia
alternativa che blocca il cursus honorum delle carriere, e che si
annida soprattutto nei palazzi dove siedono coloro che detengono il potere.
Questa giustizia falsamente moraleggiante è condannata expressis verbis
dal sommo scrittore.
Qui le citazioni storiche di
p. Michele che abbondano di ricercati particolari, sono scagliate quali
strali di fuoco su tanto dilagante malcostume, indagando sulla causa prima
di tanta pervicacia. Presenta un excursus storico fin dagli
imperatori romani che hanno un atteggiamento ambivalente nei riguardi dei
delatores che sono gli accusatori tout court. Anche Domiziano già
biasima i calumniatores e dice di non prestare l’orecchio alle loro
accuse, dà la possibilità agli indagati di essere fedifraghi, e di
riprendere il loro cursus honorum. Non avviene così dal manipulitismo
in poi.
Nell’impero romano, fino a
Nerva e, prima ancora, al tempo di Adriano quando s’invitava, per la prima
volta, a cercare attentamente e diligentemente le prove e a non tenere in
alcun conto le lettere dei delatores anonimi, che (per invidia e
gelosia, genoma strutturale, DNA dell’anima della persona malvagia, in cui
alberga lo spirito demoniaco) sono indotti a dire male di un’altra persona,
e a colpirla, i detractores ebbero campo libero ed esercitarono con
successo la loro arte, consapevoli che non c’è fumo senza arrosto e che: “calunnia
calunnia”, come diceva Voltaire, qualcosa rimane. Parla anche d’indagabilità
(se l’accusa non c’è bisogna inventarla), del presunto colpevole del reato
senza la notitia criminis; si va alla ricerca della
possibilità che la notizia ci sia, scardinando la logica maior et minus;
se l’accusa non c’è bisogna inventarla e crearla con la capacità intutiva
che possiede solo Dio, e, continua ancora p. Michele, in questo libro si
narra di un apocrifo, che non può essere indagato perché inesistente, è un
fantasma! E queste accuse, motivate dall’invidia, che nasce dal sentimento
che l’altro ci possa fare del male (come ci fa notare Demostene), e dalla
gelosia, hanno abbagliato ben 15 magistrati, strumentalizzati dalle
affermazioni, di “un appaltatore di delitti”, come lo definirebbe il grande
Alessandro Manzoni.
Si può dire hoc
iniustitiae tempore iniquo, siamo in uno Stato del non diritto. S’indaga
con furore (furor acredinis armam ministrat) sul più
debole, sull’innocente, che, paradossalmente, non ha la possibilità di
difendersi, contrariamente a come avveniva prima, anche nelle persecuzioni
dei cristiani, che per trecent’anni hanno insanguinato il suolo di Roma
nella storia della chiesa, quando lo stesso Domiziano concedeva ai cristiani
la possibilità di abiurare e di essere ristabiliti nella carica pregressa.
Dal manipulitismo in poi è spazzata via un’intera classe, la DC; si parla di
giustizialismo più che di garantismo. Emerge una magistratura miope e
fortemente connotata di volontà accusatoria. Bisogna indagare diligenter
atque instanter, come dice s. Agostino, istruendo istruttorie
sufficientemente motivate. Se mancano questi elementi (come ad es. dal
rescritto di Traiano a Plinio), i cristiani innocenti, che non sunt
conquirendi, vanno ricercati e condannati solo se si hanno le prove del
commesso crimine di lesa maestà.
Vanno comminate pene molto
severe ai delatori, ai grassatores e latrones, come li
definisce Marziale, che augura che possano portare il macigno di Sisifo,
assaggiare la frusta di Eaco, e stare sotto il gladio di Tantalo, dopo aver
mangiato pane nero, per essere, infine, torturati e gettati nella cloaca per
dare, anche, un esempio di coerenza e dignità ai giovani. Con il rescritto
di Traiano, per la prima volta, abbiamo un pronunciamento chiaro contro
questo malcostume che serpeggia, con vicende alterne, sotto Severo,
Costanzo, Pertinace e Massimino il Trace (eliminato dalla classe dirigente).
Con Marco Aurelio e Costantino (con quattro editti, due emanati da Costanzo
fino a Teodosio), si bandisce la validità di un testo non firmato e, si
afferma che lo stesso, anche se firmato, deve essere indagato con diligenza
e in maniera oculata. Tertulliano dice: bisognerebbe aggiungere alla
sapienza anche la delicatezza nella ricerca e la capacità del discernimento.
S. Ambrogio aggiunge, parlando dei detractores, paragonati al perfido
serpente velenoso, e agli aculei degli scorpioni, che bisogna porre sempre
l’attenzione sulla ricerca della verità: è quanto, purtroppo, non emerge, in
questo caso, durante la fase inquisitoria del processo Giangualano. Se
l’accusa mossagli è l’assenteismo, la sua colpa è il presenzialismo! Si
vuole accusare a tutti i costi: si parte dal principio assiologico di
trovare un colpevole ad ogni modo, e alla fine, questi strali, motivati
dall’invidia e dalla gelosia, colpiscono l’innocente. Mentre il rapace che
uccide per fame, col delitto esaurisce il desiderio di uccidere, l’invidia
non termina all’oggetto cui è indirizzata; anzi si alimenta proprio con il
delitto; essa è la gelosia tout court, è mettere la firma ai propri
insuccessi personali, laddove gli altri riescono. La coscienza è
anestetizzata: in proprio corde
deponet mala, dice s.
Agostino, e questo male alligna perché si ha lo spirito malato. Nel 1896 E.
De Amicis, in una conferenza sulle lettere anonime o apocrife, definita la
tipologia delle persone cui sono indirizzate, dichiara l’autore delle
lettere anonime più crudele di chi uccide col ferro, più spregevole di chi
ruba il pane al mendico; non c’è, perciò, bassezza dell’animo umano più
squallida di coloro che sono detrattori, calunniatori o spergiuri. Questa è
la categoria più lercia che possa esistere. Il calunniatore ha abdicato alla
sua coscienza, è incapace di uscire alla luce del sole anche per un sano,
democratico, legittimo confronto, ed è paragonato al corvo che da com’era
bianco (come dice Ovidio nelle Metamorfosi) diventa nero, si fa ciarliero; è
una figura sinistra che mangia ciò che è sporco, morto. Il calunniatore ha
raggiunto il livello minimale della propria coscienza, si veste della
ferinitas che lo rende più bestia dell’innocuo animale.
Segue l’intervento dell’on. M. Saponara, che apprezza l’analisi
dell’autore sullo stato della giustizia, analisi che può contribuire al
miglioramento della sua amministrazione, continua con la descrizione della
trama del processo, ribadendo il tema della megalomania e gelosia del
pentito, dell’arroganza del magistrato Rinella e della sua petulanza, della
sua povertà di spirito e della sua mania di persecuzione. Rileva il problema
del pentitismo e la diaspora tra i giudici e il Parlamento, invitando alla
verifica delle accuse.
Segue l’intervento del giudice G. Di Federico che evidenzia la completa
assenza della cultura della prova. Afferma che la cultura giuridica del
diritto applicato non prevede la costante verifica delle accuse. C’è una
costante nella giurisprudenza, così che la legge finisce col non essere
uguale per tutti, e soprattutto chi non è potente soffre di quest’impianto
giudiziario. Le qualificazioni professionali sono carenti, i concorsi sono
scarsamente selettivi e mancano le verifiche della professionalità
acquisita. Poi affronta il problema del pubblico ministero che, afferma, è
un organo politico e non potendo perseguire deve scegliere; affronta i
problemi della reintegrazione e delle indagini, che in Inghilterra sono
fatte dal pubblico ministero: da noi il pubblico ministero invece di
scegliere i reati corre il rischio di scegliere le persone. Conclude
rilevando che la confusione tra il giudice e il pubblico ministero è totale:
hanno la stessa carriera, lo stesso consiglio superiore e possono scambiarsi
i ruoli, anche più volte, e anche nella stessa sede.
Segue l’intervento della dott. Nerozzi, che esordisce dicendo che non è
facile rendere la bellezza di questo libro; la prosa è tanto brillante che
per comprenderla bisogna solo leggere il libro, che è bello ed ironico e ci
dà un pezzetto della storia di mani pulite, che ha affossato la Prima
Repubblica, creando il bipolarismo. Disegna le varie figure di magistrati,
come l’on. Violante, che si aspetta di sentire dal pentito Annacondia
qualche cosa utile alla sua parte politica, accanto a lui compare l’on.
Brutti, che cerca di capire il pentito, e la figura di Rinella, che finisce
col ritenersi, partita l’inchiesta giudiziaria, un magistrato scomodo. Mette
in evidenza anche, come la stampa locale abbia “montato il caso”. Inquadra
infine sia il dr. Giangualano (indagato nella seconda parte del processo per
assenteismo), che il giudice che ne conduce il processo: egli, coltivando la
cultura del sospetto, non è capace di distinguere il probabile
dall’improbabile, afferma, anzi, che il sospetto è l’anticamera della
verità. Cita infine S. Freud e la sua teoria sulla paranoia studiata sul dr.
Schroeder, che ce l’aveva addirittura con Dio, e che esclama: “in questa
guerra con Dio sicuramente vincerò perché ho l’ordine del mondo dalla mia
parte”.
Il sen. L. Jannuzzi, infine, si concentra sulle sette pagine del cap 10,
che ha come protagonisti i politici della Commissione. Il pentitismo,
continua, è stato inventato dai politici ed è gestito dai magistrati. Sono
di fronte la creatura del pentito e quelli che l’hanno creata: la creatura
Annacondia è dinanzi al massimo dei creatori di questo fenomeno che è l’on.
L. Violante. L’interrogatorio si svolge dinanzi a democratici e a fascisti.
La commissione parlamentare antimafia era presieduta dall’on. G. Bianco, nel
periodo del maxi-processo e delle stragi: questi si va a sfogare dal
Presidente della Repubblica, Scalfaro, e gli dice di subire terribili
pressioni all’interno del suo partito e che finché sarebbe stato presidente
di questa commissione nessun pentito avrebbe messo piede in Parlamento.
Purtroppo, dopo qualche mese si dovette dimettere da Presidente della
Commissione e il Partito Comunista designò a succedergli l’on. Violante,
votato da tutti. Il presidente dei senatori democristiani, che dette
istruzioni ai suoi senatori, di votare Violante, si chiamava A. Gava,
seconda vittima, che, con le sue due relazioni: “Mafia e Politica” e
“Camorra” dettò le premesse politiche, pratiche e teoriche per processare
Andreotti e le regole politiche, pratiche e teoriche per processare lo
stesso Gava. Qui non ci sono i grandi mafiosi come Buscetta (che ha messo
una pietra tombale su Andreotti); ma il pentito Annacondia, assassino torvo,
n’esce come un gigante. Il racconto, che lui fa, può essere persino
autentico. Il magistrato e Annacondia nel racconto si chiamano, fra loro,
Pasquale e Salvatore. Il p. m. gli dice: “facciamo un verbalino”, e …
comincia una via crucis: un pentito entra in parlamento a suo agio. La
conferenza si conclude con l’intervento del protagonista, dr. F. Giangualano,
che espone ulteriori dettagli della sua triste vicenda.
Forse è opportuno ricordare il caso Tortora, ucciso dal
cancro e da una malattia ancor più grave, l'ingiustizia.
A proposito del quale su
«Vita», a 10 anni dalla morte, vengono pubblicati gli scritti dal carcere:
Le lettere di Tortora alla figlia: «giustizia in mano a manigoldi» da
“il corriere della sera” del 6 –5 – ’98 - c. mus., Milano -
«quello che a me ripugna e ferisce, e fa inorridire, è che la giustizia sia
prigioniera di un pugno di manigoldi». Dove eravamo? “Ah sì, al carcere di
Bergamo, il 3 settembre 1983, dove un celebre presentatore televisivo,
impietrito e incredulo per 78 inspiegabili giorni di prigionia, manda alla
figlia questa disgustata denuncia”.
Forse è appena
il caso di chiedersi: quanti imputati, veramente qualsiasi,
ottengono, non dico l’onore della cronaca, ma neppure una, sia pur
ritardata, giustizia?
Solo per dovere di cronaca, aggiungo che il libro è stato presentato, il 20
maggio u.m, a Trani, scenario di molti eventi narrati nel romanzo biografico
di Giangualano, vittima della malagiustizia, dove hanno relazionato, ancora
una volta, p. Michele Bianco, l’autore M. Mellini, il sen. Novi e l’on.
Gargani. Uno stesso pubblico, ugualmente scelto, come quello di Roma, ha
gremito il Monastero S. Maria di Colonna.
Il sen. Novi ha relazionato sullo stato d’ingiustizia che, pur con fasi
alterne, è sempre esistito, dalla rivoluzione francese del 1789. I sistemi
totalitaristici (eccezion fatta per il nazionalsocialismo che provvide a
sopprimere senza necessità di “prove”) hanno sempre esatto una motivazione,
sia pure capricciosa ed arbitraria, per l’esecuzione di un delitto. Egli,
inoltre ha parlato di una gnosi che esige vittime da immolare, a nome di
falsi principi o postulati, sull’altare delle ideologie ritenute giuste.
Così la riforma del codice penale del 1989, introducendo il concetto di
giusto processo e d’indagabilità (a prescindere dalla notitia criminis),
ha generato giudici giustizialisti che hanno “inventato “ loro verità per
procedere, ascoltando religiosamente la genìa dei collaboratori di giustizia
- i pentiti -, tracimando nel brago la stessa giustizia. |