Il Sacro Cuore di Gesù

Tra le molte devozioni riconosciute e raccomandate dalla Chiesa, e praticate dai fedeli, forse, nessuna è più sentita e amata della devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù; si può dire che essa ha avuto origine sul Calvario, nel momento in cui Longino, con un colpo di lancia, trafisse l’adorabile costato dell’Agnello immolato e immacolato. La devozione al Cuore Sacratissimo del Redentore del mondo, che, in questi ultimi tempi si è così mirabilmente diffusa in tutta la Chiesa e in toto orbe terrarum, è stata stabilita e voluta da Gesù stesso, che ha sollecitato e suggerito personalmente gli ossequi coi quali desiderava che il suo Cuore fosse onorato (da precisare che, biblicamente, il cuore (lòb) è la sede delle decisioni – oggi si direbbe delle opzioni fondamentali -, e indica l’uomo nella sua totalità olistica di mente, corpo e spirito o principio vitale [nèfèsh]; ma, in questo caso, vuole indicare l’organo elicitivo dell’amore a 360°, e però indica l’Amante Gesù che riversa la pienezza fontale del suo amore su tutta l’umanità!). Difatti il 29 dicembre 1673, apparendo a S. Margherita Maria Alaquoque, le disse: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e che da essi non riceve che ingratitudini e disprezzi”, sottolineando, anche, che “nulla ha risparmiato sino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare ad essi il suo amore” (e siamo in perfetta sinergia con quanto afferma Giovanni: “Li amò sino alla fine”, vale a dire, fino all’ultima possibilità d’amare!).
 Il Sacro Cuore è, perciò, principalmente, la festa dell’amore di Gesù per l’umanità.
Ma all’amore, per espressa volontà del Divin Maestro, s’affianca anche la riparazione, come può desumersi dalle ipsissima verba Christi, allorché dice alla santa (alla quale si manifestò altre volte, dettandole le dodici promesse per i suoi devoti ed esprimendole il desiderio dell’istituzione della festa del Sacro Cuore): “Io ti domando che il primo venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini sia dedicato, con una festa speciale, a onorare il mio Cuore facendo un’ammenda onorevole delle indegnità che gli sono fatte nel Santissimo Sacramento dell’altare. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per spandere abbondanti grazie su coloro che gli procureranno quest’onore”.
Amore e riparazione, dunque, è quello che, in modo tutto speciale, questa devozione domanda: amore per ricambiare l’amore con cui Gesù stesso ci ama – e il Divin Cuore di Gesù è l’organo del più puro amore! – e riparazione per risarcire gli oltraggi che di continuo sono recati a quest’amore infinito (l’amore di Gesù manifestato a noi nella sua dolorosa Passione e morte e nell’istituzione della santissima Eucaristia ). “Ego sum via, et veritas, et vita: nemo venit ad Patrem nisi per me” (Ioh. 14, 6) “Io sono la via, la verità e la vita: nessuno viene al Padre mio se non per mezzo di me”, sono queste le parole che Gesù ripete a tutti i cristiani, specialmente nel mese a Lui dedicato. Il culto di Gesù s’identifica con il suo Cuore. E questo culto non è nuovo; esso fu prefigurato e preannunziato dalle vittime fino a quando, sul Golgota, dopo molti secoli, Gesù fece zampillare dal suo costato trafitto quel sangue prezioso, che fu versato anche dalle sue cinque sante ed adorabili piaghe che hanno redento e sanato il mondo. Nella versione giovannea, dal costato trafitto di Gesù, fluirono sangue ed acqua assieme, volendo significare i sacramenti dell’Eucarestia e del Battesimo; ma l’acqua assume una simbologia ancora più ricca: “il simbolismo primario dell’acqua e del sangue dovrebbe essere compreso, probabilmente, alla luce dello stesso passo di Zaccaria (13,1). Nel contesto del Vangelo, l’acqua che fuoriesce dal costato di Cristo può simboleggiare solo il dono dell’acqua viva che Egli ha promesso alla donna Samaritana e di cui ha dichiarato di essere la sorgente durante la festa dei Tabernacoli. La morte di Cristo fa scaturire i torrenti della vita eterna per gli uomini” (T. Forestell, the word of the Cross, Biblical Institute Press, Roma 1974, cit da R.Farily e L. Rooneg, Guarirò le tue ferite, Cittadella Editrice, Assisi 20032, p. 89).
Il papa Leone XIII, nell’Enciclica Tametsi Futura (1° nov. 1900), dopo aver affermato che all’uomo viatore, intelligente e libero, sono necessarie una via sicura, una vita fulgente, e la luce perenne, elige a principi necessari per l’eterna salvezza proprio la via, la verità e la vita di Cristo: “Atqui via veritas et vita Christus est unice, ita ut, eo posthabito, tria illa ad omnem salutem necessaria principia tollerantur”. Gesù, dunque, è la verità e bisogna cercarlo là dove Egli è manifestato (Scrittura, Tradizione, Chiesa, Maria, Santi e Liturgia); ma è anche la vita, e però bisogna assicurarla a noi, cioè unirsi a Lui, coi mezzi da Lui stesso istituiti per comunicarcela (i Sacramenti); e, infine, è la via che bisogna percorrere imitandolo e riproducendo in noi le sue stesse virtù. Per conoscere meglio Gesù (Via, Verità e Vita) bisogna amare il suo Cuore per “introire perfecte in interiora Jesu et modicum de ardenti amore Eius sapere” (De Imit Christi, 1. II, c. 1n.6) “ entrare perfettamente nell’intimo di Gesù e capire un poco del suo ardente Amore” . Altrettanto efficace è San Gregorio Magno: “Disce Cor Dei ex verbis Dei”, “Impara a conoscere il Cuore di Dio dalle stesse parole di Dio”. Nell’Enciclica di papa Pio XII Haurietis aquas in gaudio, sul culto e la devozione del Cuore Sacratissimo di Gesù, del 15 maggio 1956, il Sommo Pontefice dichiarava che “non ci può essere alcun dubbio per i fedeli, che tributando il loro ossequio al Cuore Sacratissimo del Redentore, essi soddisfino in pari tempo, al dovere gravissimo che hanno di servire Dio e di consacrare al loro Creatore e Redentore se stessi e tutta la propria attività sia interna che esterna […]. Al Sacro Cuore sono stati consacrati sia la Chiesa che il genere umano”.
Il precetto della carità, che “est vinculum perfectionis” (Coloss. 3,14), diventa un comando esplicito di Gesù; esso riguarda Dio e il prossimo.
L’amore del Padre aveva formato l’oggetto dei palpiti del Cuore di Gesù; ma esso non fu disgiunto dalle sue creature. Anzi, Gesù fece esplicito riferimento all’obbligo di amare il prossimo quando disse ai suoi discepoli: “Mandatum novum do vobis” (Ioh. 13, 34) “Vi do un nuovo comandamento”, cioè quello di amare, volendo significare, come nota acutamente l’Alapide, un oggetto nuovo dell’amore del prossimo e un motivo nuovo e in più per amarlo (per la singolare comunicazione e unione delle membra della Chiesa con Cristo Capo sia per la natura umana assunta da Cristo sia per la grazia, come ci ricorda il Tridentino alla sessione VI, cap. XVI). La cifra dell’amore per il prossimo è lo stesso amore di Gesù: “sicut dilexi vos”, “come io vi ho amato”. E come Gesù ha amato, nove et singulariter, assumendo la natura umana e istituendo l’Eucarestia, per unirci intimamente a Lui e fra noi vicendevolmente, è necessario perciò che ci amiamo, non solo nella sfera antropologica o filantropica, ma anche e soprattutto come cristiani, perché partecipi e consorti della stessa Chiesa e dell’Unica Eucaristia. Gesù non diede la vita “pro amicis suis” (Ioh. 15,13) “per i propri amici”, ma la diede per tutti noi “cum peccatores essemus … cum inimici essemus” (Roman. 5, 8 – 10) “che eravamo peccatori e nemici”. Da quanto ho sinora detto emerge chiaramente che il Cuore, più che gli altri organi del corpo, riflette i nostri sentimenti e principalmente quello dell’amore (si pensi a qualche reminiscenza letteraria: il cuore di Didone sconvolto dal grande amore per Enea, così ben descritto da Virgilio, o all’appassionata rievocazione del Leopardi: “Che speranze, che cori, Silvia mia!”). Dire cuore è dunque una metonimia comune per dire amore. Quando si parla di Sacro Cuore si afferma la devozione all’Amore di Gesù per noi.
Gesù, da perfetto conoscitore dell’animo umano, ben sapendo come la nostra psicologia è vivamente impressionata dalle immagini più che dalle idee astratte, nelle sue rivelazioni a Santa Margherita Maria, accondiscese a cotesta nostra sensibilità, mostrando il suo cuore di carne come logo del suo Amore. Perciò distinguiamo:
A) Aspetto Teologico e B) Aspetto Storico.
Per il primo l’oggetto immediato per la devozione al Sacro Cuore è il Cuore fisico di Gesù come simbolo del suo Amore.
Il culto da rendergli è quello della latrìa, perché, come ci dice Pio VI nella Bolla Auctorem fidei (1794) “Si adora il cuore in quanto unito inseparabilmente con la persona del Verbo”.
Col termine Sacro Cuore s’intende abitualmente designare la persona intera di Gesù, con un’imprecisione formale che risulta poi una precisione sostanziale. L’amore di Gesù fu umano e divino (unione teandrica), e poiché la natura umana è assunta nell’unica Persona del Verbo, è giocoforza che il Cuore umano di Gesù sia l’espressione di tutto il suo amore.
Riferire i passi in cui si parla d’amore, significherebbe sintetizzare l’intero Evangelo.
Accenno solo ai più noti: ”Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”; “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò”; e ancora, Gesù che ha compassione della turba che da tre giorni lo segue digiuna; Gesù che racconta le parabole della misericordia (si pensi alla parabola del Figliuol Prodigo e al cuore del padre che lo spia da lontano, ch’è una delle immagini più tenere del cuore di Gesù!); gli episodi del perdono, della peccatrice a cui molto è stato perdonato perché molto ha amato; il buon ladrone; Gesù che piange per il suo amico Lazzaro ecc., e non si può non citare Dante: “Nel ventre tuo si raccese l’amore / per lo cui caldo nell’etterna pace / così è germinato questo fiore”(Par. XXXIII), per cogliere il mistero di Cristo offerto da Maria : ad Iesum per Mariam!
Dopo quest’ampia trattazione teologica, ora, a volo d’uccello, tenterò un breve excursus storico.
Nel primo millennio non c’è nessun riferimento esplicito al Cuore di Gesù come oggetto di culto. Molti scrittori sacri del XII secolo, tra i quali S. Bernardo, parlano del Cuore di Gesù, che è oggetto di culto ardente delle grandi mistiche del secolo XIII (San Gertrude).
In Italia zelarono la tradizione al Sacro Cuore. S. Bonaventura, S. Caterina da Siena e S. Bernardino da Siena.
Nel XVII secolo antesignano e fautore fu senz’altro S. Giovanni Eudes e poi S. Francesco di Sales infiammò dell’amore per il Sacro Cuore le Visitandine da lui fondate, spianando la strada alle future rivelazioni fatte da Gesù stesso a S. Margherita Maria Alaquoque. Ella ebbe parecchie rivelazioni delle quali lasciò il resoconto nell’“autobiografia” – composta per ordine del suo direttore spirituale - e nelle lettere.
d’una di esse, quella del 1673, insieme con quella dell’anno successivo che si riferisce alle ingratitudini degli uomini, ho parlato dianzi. La devozione al Sacro Cuore si diffuse rapidamente e servì a placare i rigori del giansenismo.
I secoli di maggiore sviluppo furono il XIX, il XX e quello testé passato. I pontefici, (a cominciare da Pio IX, che estese la festa del Sacro Cuore a tutta la Chiesa [1856], indi, Leone XIII che vi dedicò l’Enciclica Annum Sacrum [1899], consacrando il mondo intero al Sacro Cuore ed esortando i Vescovi a promuovere le pratiche dei primi venerdì dal mese di giugno, e poi ancora Pio XI che promosse la devozione del Sacro Cuore con l’Enciclica Miserentissimus [1928], sviluppando i concetti di consacrazione e riparazione, e infine Pio XII con l’Enciclica citata Haurietis aquas [1957]); hanno promosso e favorito tutti la devozione al Sacro Cuore.
E la devozione al Sacro Cuore è stata incoraggiata anche dagli ultimi papi, ai quali ometto di far riferimento per essermi già troppo dilungato e dovendo concludere, ricordando solo le pratiche raccomandate (fare la Santa Comunione al primo venerdì d’ogni mese; consacrare la propria famiglia al Sacro Cuore di Gesù; esporre l’immagine del Sacro Cuore nel posto più bello e frequentato della propria abitazione; e diffondere la devozione al Sacro Cuore)
 

Dott. Don. Michele Bianco

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