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RELIGIONE E FILOSOFIA IN HEGEL
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Michele Bianco
RELIGIONE E FILOSOFIA IN HEGEL
ed. Franco Angeli Milano – Italy 2006 -
Ateneo - Filosofia. - €15,50 |
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Il filosofo, italianista, scrittore nonché teologo dott.
prof. Michele
Bianco, con straordinaria maestria- grazie ad una conoscenza ampia e
approfondita delle opere di Hegel, in una chiave di lettura, che, mediante
l’analisi dialettica dei rapporti tra religione e cristianesimo, fede e
sapere, filosofia e religione, trasformando la storia della filosofia in
filosofia della storia, prima attraverso l’indagine del reale in tutte le
sue forme, nella comprensione della sostanza come soggetto, poi nella nuova
concezione della logica come identità di essere e pensiero, della dialettica
della conoscenza e del valore del concetto e dell’oggetto, che si sviluppa
nel nesso dialettico di fede - sapere - speranza-, propone un nuovo
capolavoro annoverato tra le opere più qualificate della collana di
filosofia di Franco Angeli.
Rosa Maucione |
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Per l’acquisto del libro, oltre che nelle
principali librerie si consiglia di contattare la casa editrice. |
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Quarta di copertina |
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C’è una sorta d’intuizione che
fin dalle sue origini ha afferrato e sostenuto la ricerca di Hegel: il
sotteso convincimento che la realtà, il mondo oggettivo nelle sue
articolazioni e figure temporali, vivesse di una pulsazione interna che la
generasse e la portasse a compimento ogni volta in un processo continuum,
irriducibile e necessario. Questo convincimento, se pure mai alla luce in
una forma esplicita, configura l’elemento caratterizzante del rapporto di
Hegel con l’oggettività del reale, ma dà anche la ragione dell’apparente
oscurità della definizione della filosofia come “il proprio tempo appreso
col pensiero”. Se la natura della realtà serba al suo interno un dinamismo
vitale, oscuro ed immediato, è solo il pensiero che può razionalizzare
questo elemento oscuro e renderlo cosciente. Realtà e pensiero vivono quindi
in uno stato di complementarietà: se la realtà è l’oggetto – il contenuto,
il pensiero è il concetto – il soggetto. I due momenti sono inscindibili, e
struttura fondamentale dell’essere in quanto tale. C’è tra la realtà (o
l’essere) e il pensiero (o il concetto) una sorta d’isomorfismo: il pensiero
solleva il reale nelle sue forme intelligibili, e il pensiero si fa vivo e
palese nelle figurazioni storiche del reale. |
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La filosofia, “la civetta”,
interpreta coscientemente le modificazioni prodotte dall’epoca; la “talpa”,
lo spirito, trasforma inconsciamente l’epoca mediante il lavoro cieco. Tra
la filosofia e la storia, tra il mondo del pensiero e il mondo del tempo, il
nesso è la necessità di un movimento che Hegel chiama pensiero speculativo o
dialettica. La dialettica è il movimento sollevato a soggetto, a sostanza. E
sebbene la parola dialettica non appaia nel frontespizio, scopo di questo
libro è fornire una chiave di lettura che colga Hegel, all’inizio del suo
lavoro, a costruire il movimento della dialettica lungo la traccia
storica del processo classico-cristiano fino all’evento della
costruzione sistematica del pensiero nella forma logica della maturità. |
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Michele Bianco,
è collaboratore delle Cattedre di Filosofia Morale, Bioetica, ed Etica
Sociale dell’Università degli Studi di Bari. Ha conseguito presso il
Pontificio Ateneo Antonianum di Roma il baccalaureato in Filosofia e
Teologia, specializzandosi in Teologia Dogmatica con indirizzo Cristologico
alla Pontificia Università Gregoriana. Con nomina del Vaticano è perito
in re historica et archivistica. Laureatosi in Filosofia e in Lettere
all’Università di Salerno, ha approfondito i rapporti fra la teologia
scolastica e le teologie e filosofie contemporanee e si è dedicato
all’analisi e alla discussione critica dello storicismo tedesco. Redattore
di «Sinestesie», ha pubblicato tra gli altri, Letture Filosofiche, Saggi
su Hegel, Sohn-Retel, Bonaventura e Agostino, Guida, Napoli 2004. |
Parte prima
Hegel e la religione
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l. Religione popolare e Cristianesimo |
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Lasciando da parte le diverse
problematiche che si intrecciano intorno al carattere "teologico" degli
scritti giovanili di Hegel, se essi segnano una spregiudicata avversione
alla teologia, e, specificatamente, alla religione cristiana, disegnando
così un'originazione strettamente politica e, conseguentemente, un'apertura
verso un approdo materialistico ed ateisticol, è necessario
tenersi fermi all'idea di fondo che guida il percorso formativo dello Hegel
nell'intento di una costruzione dialettica del materiale da cui essa stessa
è sbocciata e cogliere in questo percorso, nei suoi molti e vari motivi, il
filo conduttore originario da cui essa si dipana: quella polemica contro la
mentalità illuministica o, più semplicemente, contro l'intelletto.
"L'illuminamento dell' intelletto rende sì più avveduti, ma non migliori. Se
anche si riconduca la virtù ad avvedutezza, e si dimostri che senza virtù
l'uomo non può essere felice, questo calcolo è troppo sottile e freddo
perché possa essere efficace nel momento dell' agire e possa in generale
avere influenza sulla vita"2. Nella presa concettuale della vita
si avverte il disagio di uno spirito, che, nel suo esordio, è ben lontano da
una personalità ferma e costituita.
Qui si fa subito presente il punto di vista che Hegel
prenderà di mira in una costante critica diversificata solo negli approcci
teoretici dei singoli momenti del suo processo formativo: l'istanza
intellettualistica. L'intelletto non è un mezzo per tradurre in pratica i
principi: esso è impotente. è un'attività passiva, una sorta di servo pronto
a giustificare i capricci del signore e a legittimare il suo egoismo.
L'opera del rischiaramento, gli illuministi che fanno un gran parlare "di
conoscenza dell'uomo, di storia dell'umanità, di felicità e di perfezione,
non sono nient'altro che retori dell'illuminamento, venditori ambulanti di |
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una insipida panacea"3.
Certo a un più attento esame l'intelletto è riuscito ad accumulare i
materiali per "un grande ed alto edificio della conoscenza dei doveri e
della natura", ma la fabbrica somiglia troppo al palazzo di Luigi XIV a
Versailles, così vasto che il padrone dovrà rinunziare a conoscere tutte le
sale della sua proprietà. Il compito allora che spetta allo Hegel e alla sua
generazione è quello di riedificare l' "edificio" della conoscenza su nuove
basi. "Chi copia soltanto quell' edificio generico, che da esso raccoglie
solo per sé, che non costruisce in sé e per se stesso una sua propria
casetta per la sua dimora con tetto e pareti, dove sentirsi a proprio agio,
dove ha collocato a posto e rigirato con le sue mani ogni pietra, se pure
appena sbozzata, questi è un pedante che non ha vissuto la propria vita"4.
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Bisogna ricominciare; al freddo
intelletto che procede con rigidezza nell' opera dell'uomo, Hegel
contrappone, per riappropriarsi del "calore" della vita, qualcosa di più
intimo che scende nell'anima e salva l'uomo nei momenti di disperazione: la
saggezza (Weisheit): "La saggezza non è scienza, è elevazione
dell'anima che, con la esperienza legata alla riflessione, si è innalzata
oltre la dipendenza dalle opinioni e dalle impressioni della sensibilità e
se è saggezza pratica e non semplicemente presunzione e millanteria, deve
essere accompagnata da un quieto calore [ ... ]"5. Che sia questa
saggezza non è facile dire; essa ha qualcosa di vago, che richiama alla
mente l'impronta degli eroi di Herder o di Lessing, ma Hegella fa sua perché
ne coglie l'istanza fortemente romantica: una concezione universale nelle
sue diverse sfaccettature. Hegel non disconosce mai la necessità di una
radice e di un fine umano e cosmico della vita; nella sua intransigente
polemica antilluministica il compito è l'abbattimento di un'universalità
giuridica falsa e povera per sostituirvene una vera e ricca. "Dottrine
semplici, fondate sulla ragione universale concordano con ogni grado della
formazione di un popolo"6. |
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Traspare qui, in questa
sentenza, in tutta la sua esattezza, l'idea hegeliana dell'universalità:
l'unità di finito e infinito. Ma quest'unità per ora non ha ancora la forma
del pensiero, ma, paradossalmente, si rifà a un elemento irrazionale,
psicologico, quell' intima saggezza che colma di tepore e, parlando dal
pieno del cuore, porta l'anima oltre i dati sensibili, e fornisce all'uomo
un particolare tipo di riflessione. Se pure questa saggezza si eleva oltre
la sensibilità della vita, tuttavia essa non la bandisce da sé, anzi si erge
alta, in una sfera suprema dove deve compiersi la sacralità della morale.
Per ora Hegel si incontra qui con Kant e non lo contesta ancora; anzi egli
spinge oltre la sua tensione, in modo più radicale o, addirittura, estranea
a Kant: lo slancio, lo streben estremo di un'esigenza, di un compito:
la realizzazione della moralità nella vita quotidiana dell'uomo. Ma Hegel sa
che nell'evento di questa finalità, l'uomo deve |
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lottare e sconfiggere gli
"impulsi propriamente animali" e risvegliare "sentimenti che non sono più in
grado di subire l'influsso della ragione e di accostarsi maggiormente a ciò
che è morale". Messosi su questa strada, Hegel invoca l'apporto delle
inclinazioni come la "simpatia", la "benevolenza", l"'amicizia". Questi
sentimenti però affermano che "certo non è verosimile che l'umanità su
questa terra o anche un singolo uomo possa sottrarsi agli impulsi non
morali; ma d'altro canto sono intessuti alla nostra natura tali sentimenti
che, sebbene non siano morali e non scaturiscano dal rispetto per la legge [
... ] tuttavia ostacolano le inclinazioni cattive e promuovono il meglio
dell'uomo"7. Lo strumento non è ancora l'uso di una "razionalità
pura": nel tessuto quotidiano della vita dell' uomo, Hegel recupera un
elemento irrazionale che funge da catalizzatore del carattere empirico di
tutte le inclinazioni: l'amore. Esso "ha qualche analogia con la ragione,
poiché l'amore ritrova se stesso negli altri e piuttosto, dimenticandosi, si
pone fuori della propria esistenza, vive, per così dire, in altri, sente ed
è attivo; così come la ragione, come principio di leggi universalmente
valide, riconosce se stessa in ogni essere razionale come cittadina di un
mondo intelligibile"8. |
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così fa coincidere ragione e
amore. È un pensiero a mezzo servizio, che si muove tra Kant e il
romanticismo. Qua le due strade si incroceranno: l"'edificio" - l'immagine è
cara a Hegel - risplenderà di luce propria. Ma per ora, nell'avvio di questa
costruzione, l'uomo nuovo ha individuato lo strumento adatto alla sua opera:
la religione. "La religione è una delle questioni più importanti della
nostra vita umana, da cui dipende la nostra felicità privata, alla nascita,
al matrimonio, alla morte, ai funerali, si mescola sempre qualcosa di
religioso"9. Così inizia la prima pagina delle
Jugendschriften. Ma l'uso che Hegel
fa di questo strumento non è solo, per così dire, personale, per costruire
una nuova "dimora" o "edificio". La disposizione hegeliana mira lontano, a
una visione storica che travalichi la mera posizione teologica della
religione. "Quando io parlo di religione, faccio completamente astrazione da
ogni conoscenza scientifica o, meglio, metafisica, di Dio, del rapporto di
noi e del mondo intero verso di lui. Una tale conoscenza, nella quale è
impegnato soltanto l'intelletto raziocinante, è teologia e non più
religione" IO.
In questa dimensione la religione non è più affare privato del singolo: la
natura sorregge l'uomo o lo spinge a fini supremi. "In ogni uomo la natura
ha messo un germe di fini sensi", ovvero ha posto in ogni individuo "il
senso della moralità", di fini più alti della mera sensibilità". Questa
sensibilità che alberga nell'uomo, che fa, anzi, parte della sua natura non
può costituire una minaccia per l'uomo stesso, perché "è compito
dell'educazione far sì che questi bei |
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germi non siano soffocati, che
ne sorga un'effettiva ricettività per le idee e per i sentimenti morali. La
religione non è il primo elemento che può porre radici nell'animo; essa deve
trovare un terreno dissodato nel quale soltanto può prosperare" Il.
Questo terreno che ha in mente il giovane Hegel non è solo la sfera
ristretta del singolo. Ché se la religione si intinge di "sensibilità", è
ovvio che essa debba tener conto nel passaggio dall'individuo agli organismi
sociali, dell'elemento empirico-storico. Diversamente: i principi religiosi
devono essere universali e nello stesso tempo devono adattarsi "al grado di
moralità in cui si trova un popolo"12. |
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Man mano che lo Hegel procede
nella sua ricerca, la sua idea si precisa e prende forma in un assetto
concettuale in cui si muoverà anche il futuro sistema: la compenetrazione
di particolare e universale. Ciò che muterà nella costruzione del suo
"edificio" è l'utilizzo di uno strumento che subirà parecchie modifiche. Per
ora l'unità agognata dal giovane Hegel è affidata alla religione. Infatti il
compito della religione consiste nel "rafforzamento degli impulsi dell'eticità
mediante l'idea di Dio come legislatore morale"13. Ora Hegel si
muove su un terreno più solido e vicino al suo intento: l"'eticità" è la
conquista di un piano concettuale che vada più in là di quell'incerto "grado
di moralità" di cui si era servito poc'anzi. La nuova qualificazione etica
si fa chiara appena più oltre: "La religione è soddisfacimento dei compiti
della nostra ragione pratica in rapporto al fine ultimo che essa ci pone: il
sommo bene"14. L'idea di cui parliamo traspare tutta qui, in
quest'aggiunta: l'unità della storia realizzata, ovvero la pretesa
realistica ma anche escatologica del giovane Hegel di vedere il "supremo
bene" realizzato, di vederlo scendere e operare nella società umana.
Tuttavia, pur nella sua chiarezza, questo compito rimane solo l'espressione
di un'esigenza poco corroborata da una critica di fondo che ne regga
l'andamento e ne mantenga la struttura di partenza. Diversamente: Hegel ha
fissato il suo progetto, ma lo strumento resta da definire: la religione è
uno di questi tentativi nell'ansia del giovane filosofo di perfezionare il
suo strumento. |
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Hegel distingue quattro modi
dell'attività religiosa. Il primo è la religione soggettiva che pone
nell'intimità il bisogno della realizzazione del bene supremo: "Per poter
sperare che il sommo bene, di cui a noi incombe il dovere di tradurre una
parte, divenga completamente reale, la ragione pratica esige fede in una
divinità, nell'immortalità"15. Questa religione ha ben poco da
fare con l'intelletto, anzi questo può "più raffreddare che riscaldare il
cuore". L'importante per questa religione è di ricercare, se e in qual
misura, l'animo sia pronto ad aprirsi a motivi religiosi e a riempire il
cuore con la "pienezza e il fervore della fede". |
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Il secondo modo è la religione oggettiva, non
del tutto lontano da quella soggettiva, e, comunque, presente in ogni essere
umano in una forma diversamente modificata. Questa religione è fides quae
creditur, è quella religione che è "dettata", che "la si può ordinare in
paragrafi, esporre in un libro, presentare agli altri mediante discorsi".
Essa è un insieme di precetti e di dogmi, esattamente un "sistema intero del
nesso tra i nostri doveri e desideri con l'idea di Dio e dell'immortalità
dell'anima" 16. Sotto quest'aspetto, questa religione è propriamente
teologia, ovvero un apparato di idee e conoscenze estensibili all'umanità
intera. |
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Questi due momenti della religione, quello
soggettivo e quello oggettivo, pur comuni nella struttura concreta della
persona, sono l'uno opposto all'altro. "La religione soggettiva è religione
vivente, è attività interiore, è operosità rispetto al mondo esterno. Essa è
qualcosa di individuale, mentre la religione oggettiva è astrazione. L'una è
il libro vivente della natura, il modo in cui ciascun vivente, le piante,
gli insetti, le bestie, gli uccelli, vive la propria vita individuale ... ;
l'altra è il gabinetto del naturalista il quale dispone in ordine [ ... ]
gli insetti uccisi secondo un unico scopo [ ... ]"17. |
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Nella contrapposizione che qui Hegel stabilisce tra religione soggettiva e
religione oggettiva può essere segnalata, quantunque in una maniera
piuttosto implicita, una tipica testimonianza di un atteggiamento romantico
che nello Hegel non durerà a lungo: una simpatia verso la natura come
espressione vitale di una congiunzione tra ideale umano e sociale. |
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Il
terzo modo è la religione privata, che è "sviluppo del singolo conformemente
al suo carattere, l'ammaestramento sui casi di conflitto fra doveri diversi,
i mezzi particolari per promuovere virtù, il conforto e consolazione nelle
sofferenze e disgrazie [ ... ]", sebbene l'unica vera consolazione per i
sofferenti ("per i dolori non vi è conforto, ad essi si può opporre soltanto
la forza dell'animo") sia "la fiducia nella provvidenza divina; tutto il
resto è vuota chiacchiera che deriva dal cuore"I8. |
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La
religione privata è essenzialmente spiritualità interiore del singolo che si
apre e accetta la fede di Dio. Ma essa non è solo questo, un sentimento
attinto direttamente dall'animo stesso dell'uomo; essa può trovare conforto
e testimonianza anche dall'esterno, nella persona e parola di Gesù. Ma forte
è il distacco tra i comandamenti di Cristo e la legislazione di una società
civile. "Fra i comandi che Cristo diede ai suoi seguaci e scolari ve ne sono
molti che se non vengono eseguiti nello spirito [ ... ] possono essere
inutili e dannosi; così come la legislazione di uno Stato, in cui domin:ìo
più i costumi che le leggi, sarebbe molto imperfetta e inutilizzabile per un
altro Stato in cui fosse permesso tutto ciò che non è proibito dalla legge.
Così molti comandi di Cristo sono in contrasto con i primi fondamenti della
legislazione di una società civile, con i principì |
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del diritto di proprietà, di legittima difesa ecc. Uno Stato che volesse
oggi introdurre nella sua legislazione i comandi di Cristo [ ... ] si
dissolverebbe ben presto"19. È un'affermazione forte e, per certi
versi, paradossale: come è possibile che non ci sia accordo tra il terreno e
il divino o, più semplicemente, che la messa in pratica del Vangelo coincida
con il dissolvimento della statualità?
Il giovane Hegel si leva dall'impiccio relegando la pratica della
religiosità alla sfera della singolarità: "Da tutto ciò risulta chiaro che
le dottrine e i principì di Gesù erano propriamente adatti solo alla
formazione di persone singole, ed a ciò erano destinati"20.
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Il
quarto modo dell'attività religiosa è la religione sociale o nazionale,
Volksreligion, energia spirituale che unisce in un vincolo gli individui e
li riporta alla loro sostanza. "La religione popolare si distingue dalla
religione privata soprattutto per il fatto che il fine della prima, operando
essa potentemente sull'immagine e sul cuore, ispira all'anima in generale la
forza, l'entusiasmo, lo spirito che è indispensabile alla grande, sublime
virtù"21. |
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La
specificità di questa religione non è quella del singolo ma del popolo. Ma
se il soggetto di questa religione è l'insieme della collettività, il
popolo, allora essa non è disponibile, mediante una deduzione teoretica, nei
suoi scopi e nelle sue istituzioni. Il popolo è prodotto della storia che lo
forma di volta in volta. Hegel deve accettare che nella Volksreligion
entri un elemento mutevole e contingente, un' empiricità, che egli non può
disconoscere ma riguarda con prudenza: "Certamente l' empirismo non è
assolutamente in grado di porre principi. Ma se si parla del modo come si
deve operare sugli uomini, questi vanno presi come sono, e vanno ricercati
tutti gli impulsi e i sentimenti buoni da cui la natura dell'uomo può essere
nobilitata, anche se immediatamente la sua libertà non è accresciuta,m. La
"materialità" della formazione umana nel processo storico della
Volksreligion chiama in causa, nell' analisi di Hegel, alcuni aspetti
irrazionali, o extra razionali.
Da un lato, "fantasia" e "cuore": "Specialmente in una religione popolare è
della massima importanza che fantasia e cuore non rimangono insoddisfatti;
che la prima sia riempita da grandi e pure immagini e nel secondo siano
svegliati i sentimenti benefici"23. |
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Dall'altro la struttura psicologica dell'essere umano: "L'uomo è cosa tanto
multilaterale che di lui tanto si può fare; il tessuto dei suoi sentimenti,
così variamente intrecciato, ha tanti capi che vi si può legare ogni cosa,
in una maniera o nell'altra. Perciò esso è stato capace della più stolta
superstizione, della più grave servitù gerarchica e politica. Intrecciare
quei bei fili della natura in un nobile vincolo ad essa conforme, deve
essere affare precipuo della religione nazionale"24. La
centralità dell'uomo come fantasia, cuore, l'elogio del tessuto vario delle
sensazioni, dei bei fili e ornamenti della natura, mettono in campo nuove
figure che fanno emergere nell'analisi del giovane filosofo il bisogno di
recuperare quei tratti che il razionalismo illuministico e kantiano
escludevano dalla vita morale. Cerca di fissare un sostrato romantico per la
sua ricerca: la centralità dell' energia complessa e varia del mondo umano
che con la sua carne degrada verso l'individuale e l'accidentale, ma con il
cuore e la fantasia si spinge verso l'incondizionato. |
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Il
popolo è il piano concreto e vitale in cui avviene la storicizzazione della
religione. È evidente qui che Hegel non inizi come filosofo; le sue prime
letture non rilevano un autentico interesse speculativo. Piuttosto Hegel si
domanda, in questo suo primo avvio, come la filosofia può servire l'uomo. E
la risposta si concentra nell'uso della religione come strumento d'azione.
Ed artefice di questo strumento è il popolo, figura emblematica e decisiva
nel piano complessivo dell'organismo hegeliano25. La
contrapposizione che Hegel fa tra un "popolo vecchio" e un "popolo nuovo",
tra il genio nazionale fresco e quello cadente, è l'istanza di una
prepotente esigenza rivoluzionaria del giovane filosofo nella costruzione
della sua nuova "dimora". "Il genio giovanile di un popolo si sente ed
esulta nella sua forza, si lancia con avidità su ogni cosa nuova, se ne
interessa nel modo più vivo, forse la lascia perdere e si afferra a
qualcos'altro, ma non mai a qualcosa che pretenda imporre delle catene alla
sua orgogliosa e libera fronte. Ma il genio che invecchia si caratterizza
invece a preferenza per il suo rigido attaccamento alle convenzioni, e
trascina le proprie catene, come un vecchio la gotta di cui si lamenta senza
potersene tuttavia liberare; si lascia sbattere e scuotere come vuole il suo
signore, ma gode solo a metà; non liberalmente, non apertamente con quella
serena e bella gioia che invita gli altri alla simpatia. Le sue feste sono
vuote chiacchiere, così come ad un vecchio non resta che il ciarlare e non
può più trovare un'esclamazione decisa, né un godimento sano e sanguigno"26.
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Dietro questa contrapposizione si intuisce la chiara allusione hegeliana: il
popolo vecchio è l'età presente; il popolo giovane è quel mondo trascorso
che avvolge l'animo del giovane filosofo in un'amara nostalgia: il genio
greco. "Ah, dai giorni lontani del passato si riflette nell'anima, che
possiede in gran misura un sentimento per la bellezza e la grandezza umana,
un'immagine, l'immagine di un Genio dei popoli, di un figlio della felicità,
della libertà, di un alunno della bella fantasia. Anche se il vincolo ferreo
dei bisogni ha incatenato questo Genio alla madre terra, egli ha così
elaborato, raffinato, abbellito tale vincolo con il suo sentimento, con la
sua fantasia, lo ha così avvolto di rose con l'aiuto delle Grazie, che si
compiace di queste catene come della sua opera, come di una parte di se
stesso. Al suo servizio erano la gioia, la letizia, la grazia. La sua anima
era piena della coscienza della sua forza e della sua libertà [ .. .]"27.
Questo mondo è finito, è trascorso, e ovunque Hegel porta lo sguardo avverte
il vuoto di un cuore che non batte più perché quel Genio "è fuggito dalla
terra"28. |
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1. Su questo punto si veda: G. Lukàcs, Il giovane
Hegel e i problemi della società capitalistica, Einaudi, Torino 1960, p. 29
55.
2. Cfr. G.W.F. Hegel, I, Suhrkamp Verlag, 1971, p. 21; trad. it.,
Hegel, Scritti teologici giovanili, Guida Editori, Napoli 1972, p. 41.
3. Cfr. Idem, Werke 1, cit., p. 27; trad. it., cit., p. 45.
4. Ibidem, p. 28; trad. it., p. 46.
5. Ibidem, p. 25; trad. it., p. 44.
6. Ibidem, p. 37; trad. it., p. 53.
7. lbidem, p. 30; trad. il., p. 47 SS.
8. lbidem, trad. il., p. 48.
9. lbidem, p. 9; trad. il., p. 3].
10. lbidem, trad. il., pp. 36-37.
11. /bidem, p. 221; trad. it., p. 222.
12. /bidem, pp. 221-222; trad. it., cit., p. 224. 13./bidem, p. 221; trad.
it., p. 223; cS.ns.
11. Ibidem, p. 15; trad. it., cit., p. 36.
12. Ibidem, p. 33; trad. it., p. 5i.
13. Ibidem, p. 88; trad. it., p. 51.
14. Ibidem; trad. it., ibidem.
15. Ibidem, p. 17; trad. it., p. 38.
16. lbidem, pp. 13-14; trad. it., cit., p. 38.
17. lbidem, p. 14; trad. it., p. 35.
18. lbidem, pp. 32-33; trad. it., cit., pp. 49-50.
19. Ibidem, pp. 60-61; trad. il., pp. 70-71. 20. Ibidem; trad. il., ibidem.
I continui riferimenti che Hegel fa qui alla figura di Gesù sia direttamente
definendo la portata della "parola" del Vangelo, sia indirettamente
riportando confronti con il mondo classico, per es., con la figura di
Socrate (cfr. ibidem, p. 51; trad. il., p. 63), ma soprattutto l'ampio
studio che egli dedica, dopo questi primi abbozzi e appunti, alla storia di
Gesù (Leben Jesu), sollecitano una problematica che ha impegnato la critica
storica: la portata concettuale del Gesù può incarnare o somigliare a un
"pastore protestante"? ovvero, quanto kantiana è la delineazione hegeliana
di Gesù? Risolutivamente la critica generale è orientata, se pure con
generiche differenze al riconoscimento del fondamento teoretico kantiano.
Così per Dilthey come per Wahl, il quale tuttavia accentua sensibilmente
l'originalità del Leben Jesu, Hegel è un fedele discepolo di Kant (cfr.
rispettivamente, Die Jugendgeschichte Hegels, Teubner, Berlin, Werke, Bd. IV,
1921, p. 21 e ss.; J. Wahl, Le Malheur de la conscience dans la philosophie
de Hegel, Paris, 1929, p. 31 e ss.); analogamente per Schwarz esiste una
simmetria tra la ragion divina (gottliche Vernunft), e la ragion pura (reine
Vernunft) che è addirittura ragione mondiale (Weltvernunft) (cfr. J. Schwarz,
Die anthropologische Metaphysik des jungen Hegel, Konigsberg, 1931, p. 25).
Sulla stessa linea si muove l'interpretazione del Rossi per il quale il
Leben Jesu "è la testimonianza di una esperienza severamente vissuta del
giovane filosofo che [ ... ] ha compreso la profonda affinità che apparenta
l'etica di Cristo a quella kantiana [ ... ]", e quella più articolata del
Massolo:
"Kantiana è certamente questa esaltazione della legislazione morale, tanto
più che a Francoforte Hegel la sottoporrà a critica. Con uno straordinario
rovesciamento e con quella libertà che gli veniva dal non aver reso pubblica
la sua ricerca attuale, egli non solo staccherà da Gesù e renderà a Kant il
concetto della legislazione morale come l'espressione stessa della libertà
nell'uomo, ma farà dell'insegnamento stesso di Gesù la negazione più alta
dello spirito servile ebraico". (cfr. M. Rossi, Marx e la dialettica
hegeliana, I, Hegel e lo Stato, Editori Riuniti, Roma J960, p. 150; A.
Massolo, Prime ricerche di Hegel, in La storia della filosofia come
problema, Vallecchi, Firenze 1967, p. 75).
Anche restando nell'avvicinamento di Hegel a Kant, l'analisi del De Negri
tende a circoscrivere la portata teorico-storica, ovvero a posizionare il
kantismo hegeliano come un "momento" di interpretazione di una data
situazione storica. "Quando la sostanza nazionale sia radicalmente corrotta,
la fuga dei migliori dall'ambiente che li circonda diventa comprensibile e
anche necessaria. Di tal sorta è la situazione nella quale venne a trovarsi
Gesù, perché secondo lo Hegel il popolo ebraico incarna l'esempio della
corruzione senza rimedio. Ed ora Gesù, spregiando i vincoli convenzionali,
si fa il banditore di una religione adatta per coloro i quali, disposti
anch'essi a deporre gli abiti di una civiltà decaduta, prestano per lo meno
ascolto alla voce universale, ancorché astratta, della ragione [ ... ]". Il
kantismo e il razionalismo dello Hegel sono dunque da prendersi come un
canone interpretativo valido per una determinata situazione, nella quale
incide la sventura che l'individuo si allontani dal suo popolo; ma il
medesimo canone non vale per l'interpretazione della realtà umana tutta
quanta. Certamente quella determinata situazione può ripetersi [ ... ] e
allora, con la privatezza degli individui, torna la necessità di un
universalismo morale, torna il 'kantismo' (Cfr. E. De Negri, Interpretazione
di Hegel, Sansoni, Firenze 1969, pp. 19-20).
21. G.W.F. Hegel, Werke, op. cit., p. 31; trad. it., cit., p. 49.
22. Ibidem; trad. it., p. 48.
23. Ibidem; trad. it., ibidem.
24. Ibidem; trad. it., ibidem.
25. Viceversa da Kant e Schelling, Hegel manterrà la problematica nella
storia stessa dell'uomo. Infatti, già inizialmente, il destino dell'uomo è
posto da Hegel come destino di un popolo.
26. G.W.F. Hegel, Werke, op. cit., p. 42; trad. il., cit., pp. 58-59.
27. Ibidem, p. 42; trad. il., cil., pp. 58-59.
28. Ibidem, p. 44; trad. il., ibidem. |
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Il. Il concetto di "positività" |
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Man mano che la ricerca hegeliana procede nel costruire un piano logico
sistematico, essa perde progressivamente quell'insorgenza privata e
soggettiva, per così dire, psicologica e si innesta maggiormente su un piano
concreto e oggettivo, meglio, storico su cui far convergere i temi della sua
idea. Lo scavo di questa direzione è ancora una volta fornito dalla
religione, ma con un'aggiunta ora di un elemento nuovo, esattamente il
concetto di "positività", un concetto che reca in sé un forte interesse
storicisticol, che da questo punto incomincia chiaramente a delinearsi.
L'interesse infatti del giovane Hegel coincide con la ricerca di un rapporto
possibile tra società religiosa e società civile. Mentre lo spirito dell'
antichità e lo spirito del presente, religione popolare e cristianesimo, si
contrapponevano l'uno all'altro rigidamente come due monadi chiuse e
antitetiche, ora, nell'impostazione hegeliana si insinua un elemento
storico. Lo spirito dei popoli moderni ed anche la Chiesa cristiana sono
risultati di uno sviluppo: il primo cristianesimo era la rivolta della
religione razionale contro la morta positività dell'ebraismo. La religione
nazionale di Cristo non divenne "religione popolare", ma si andò
trasformando a sua volta in religione positiva, ovvero in qualcosa di
oggettivo ed esterno, nell'evento, appunto, istituzionalizzato della Chiesa
cristiana. E, così a questo punto, quando Hegel parla di cristianesimo, o,
più precisamente, di religione cristiana, si riferisce solo in minima parte
alla predicazione di Gesù.
L'invettiva hegeliana qui è diretta contro la forma che questa predicazione
ha assunto nel corso dei secoli, ovvero la sua critica è indirizzata alla
Chiesa cristiana storica quale emerse e fu divulgata nel mondo degli Ebrei
che per primi ascoltarono e codificarono la parola del Maestro. "Gli
avversari della religione cristiana che hanno letto col cuore gonfio di
sentimenti di umanità la storia delle crociate, della scoperta dell'
America, dell'attuale commercio degli |
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schiavi, e non solo di questi notevoli eventi in cui la religione cristiana
ha svolto in parte un ruolo di primo piano, ma anche l'intera serie della
corruzione dei principì e delle abiezioni delle nazioni, e ne hanno avuto il
cuore insanguinato e hanno perciò considerato pure declamazioni le pretese
dei teologi e dei ministri della religione ad una sua eccellenza, ad una sua
universale utilità, hanno dovuto riempirsi, nei confronti della religione
cristiana, di una amarezza e di un odio che i difensori di essa attribuirono
spesso a una diabolica malvagità di cuore"2.
L'impeto con cui Hegel qui si scaglia contro la religione cristiana non
ammette riserve: non c'è scampo per nessuno, né protestanti, né cattolici;
entrambi sono travolti dalla stessa condanna. Quella senti mentalità intima
e autentica, quella fede pura genuina fu contaminata e degenerata: nessuno
pensò a introdurre un potere ecclesiastico come guida e difesa della libertà
di coscienza. Anzi, le chiese stipularono un'alleanza con la tirannide
politica e si instaurò la pretesa di spiare ogni moto dell' animo, spingendo
così la religione a una serie di pratiche nelle quali lo spirito libero
scorge i "disonoranti monumenti di umiliazione dell'umanità"3.
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E
questo perché la religione cristiana si attacca al suo orgoglio di volere
educare gli uomini a "cittadini del cielo"; ma essa, nel distrarli dagli
allettamenti della terra, dalla bellezza della fantasia, dalla virilità del
viver civile, trasforma l'esistenza interna del cristiano in un viatico di
sofferenze e di continua meditazione sulla morte. Nella prassi del suo
insegnamento la religione cozza inavvertitamente nella sua negazione,
avvilisce e deprime il fervore del credente nella rinuncia al possesso e al
godimento dei beni. Quest'incongruenza oggettiva della religione trova
analoghe contraddizioni logiche al suo interno. "Come effetto e fine
principale della religione cristiana viene addotto il miglioramento morale e
la benevolenza presso Dio; e come condizione onde si possa avere la vera
religione, la vera fede, viene richiesto o che si sia già tanto nel fervore
di Dio, che egli doni ad una persona spontaneamente la vera fede, o che si
sia così moralmente buoni da odiare il male e da essere assetati di
giustizia; con la religione cristiana cioè si può divenire buoni se lo si è
già prima"4. |
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L'inganno qui è che la religione sia incapace di attuare ciò che essa
promette. E ciò perché tra l'uomo e il fine che egli persegue c'è una
inadeguatezza di fondo: "L'uomo buono merita la felicità, che può
richiederla come suo diritto, che ne è degno; solo che si presuppone
l'impossibilità di divenire uomo buono"s. Nella religione razionale il fine
morale è tutt'uno con la ragione, ovvero l'idea si accorda con la ragione.
Quest'idea, che è l'idea della beatitudine, che Dio elargisce, è comune ad
entrambe le religioni; ma la condizione della sua possibilità segue vie
diverse: "La condizione suprema della possibilità del sommo |
| bene è, secondo la ragione, la
congruenza della disposizione dell'animo con la legge morale; secondo la
religione cristiana, la suprema condizione della beatitudine eterna è la
fede in Cristo e nella forza della sua morte riconciliatrice"6.
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Nei due ambiti lo squilibrio è legato alla forma, non alla materia: da un
lato il sommo bene si identifica con la legge morale ovvero con la ragione;
dall'altro è la fede stessa il fondamento della benevolenza divina. La
diversità non è cosa da poco, ma è sostanziale, e investe il piano stesso
della positività. Questa positività ha a che fare col processo storico
dell'uomo, col compito della realizzazione del suo destino finale. Ma questo
destino non si appaga solo della fede, della disposizione dell'animo alla
legge morale; in altre parole non è solo fede in Dio, ma la fede in Cristo e
nella sua parola; non l'agire per la ragione, ma l'agire per l'ubbidienza
dovuta alla lettura di Gesù. La fede, per così dire, si oggettiva, si
indirizza all'esterno, si fa qualcosa di particolare, posto, appare come
autorità. E anche se Gesù ammonì spesso gli uomini: "Forse che io esigo
rispetto per la mia persona? O fede in me? O voglio forse imporvi come mia
invenzione un criterio per valutare e giudicare il valore degli uomini? No."
E parlando di sé disse: "Questi uomini si sbagliano se mi attribuiscono
l'ambizione di volermi erigere ad un Messia quale essi aspettano, se credono
che io esiga che mi si debba servire o che io mi senta lusingato se essi si
offrono ad accrescere la schiera dei miei seguaci. Se essi obbediscono alla
santa legge della ragione, allora saranno miei fratelli, e noi apparterremo
a una medesima società"7; ma gli uomini non si lasciarono
"illuminare" e lo crocifissero sotto l'accusa di essersi proclamato figlio
di Dio, e per questo poi lo adorarono. |
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Hegel cala Gesù nella storia, e rende "storico" il suo destino. Gesù agisce
per portare a redenzione il popolo ebraico, per sollevarlo al mondo morale.
Ma egli dovette accettare la sola possibilità d'agire che consentiva la
situazione. Dal momento che "Gli ebrei erano intimamente convinti di aver
ricevuto da Dio l'intera loro costituzione, le loro leggi religiose,
politiche e civili"8, Gesù fu costretto, per promuovere la
moralità nel suo popolo, a fondare il suo insegnamento su un'autorità
ugualmente divina. Gesù soggiace a un circolo: per illuminare la sua
spiritualità nell'animo dell'individuo, la oggettiva nella forma
dell'autorità. Nell'indagine hegeliana volta a raccogliere il processo di
storicizzazione della predicazione di Gesù, si tengono insieme due momenti
decisivi: l'aspetto universalistico-razionalistico e l'aspetto storico:
ovvero religione razionale e religione naturale.
Il primo aspetto è ciò che l'illuminismo, presupponendo che la natura umana
sia una sola, chiama religione naturale; il secondo è ciò che esso chiama
religione positiva (das Positive), la quale, prescindendo dal concetto di
una natu- |
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copia di superfluità; il che alla fioca luce dei concetti universali appare
come ghiaccio e pietra" 11 • Ma questa compenetrazione tra il momento
universale e il particolare che Hegel sostiene con tanta sicurezza, nasconde
tuttavia nel suo fondo una difficoltà: se la molteplicità del particolare
possa calarsi ogni volta nell'universale, e se questo universale possa venir
accolto da ogni particolare con altrettanta legittimazione. La risposta
hegeliana è che vi devono essere dei gradi di positività, di particolarità,
ovvero che nessun particolare può essere preso ut sic. In altri termini,
qualora i particolari fossero postulati come differenti tra loro, ma posti
tutti sul medesimo piano, se ne otterrebbe quella uniformità che è il
difetto dell' intellettualismo. La via segnata da Hegel in questi approcci
dal tono chiaramente dialettico è una rivalutazione del cristianesimo che si
tenga lontano dal puro razionalismo.
Hegel cerca un canone storiografico più comprensivo, e lo fa sferrando una
nuova condanna del razionalismo: il limite di questo non è tanto
l'unilateralità e l'astrattezza della sua posizione, quanto piuttosto
l'incapacità del suo metodo di spiegare la possibilità del mondo dei sensi,
dei pregiudizi, della particolarità e positività contro cui esso si dirige.
Che egli voglia ripercorrere con spirito più cauto e giusto il percorso
della religione cristiana storica, contro cui, in verità, pure aveva
infierito, traspare da queste parole: "Se secondo il metodo preferito,
attraverso concetti universali, l'intero edificio della dommatica, è stato
inteso come un residuo di secoli oscuri insostenibili in tempi rischiarati,
tuttavia siamo almeno così umani da chiederei come possa spiegarsi il fatto
che abbia potuto essere costruito un simile edificio così ripugnante alla
ragione umana e sempre più in orrore" 12. Hegel, dunque, trascina
al centro della sua disamina la positività, e lo fa con spirito critico. Ma
poiché nella sua proiezione metafisica il positivo si identifica con il
particolare, e questo cade sotto gli attacchi della critica razionalistica
come l'inessenziale o il "superfluo", il filosofo deve scindere "positività"
e "particolarità". |
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In altre parole, la positività dev'esser liberata dalla presa
dell'intelletto e messa in rapporto con la ragione. Diversamente, essa
acquista la forma di qualcos'altro: "In una religione, azioni, persone,
ricordi, possono valere come cose sacre. La ragione prova la loro
accidentalità; essa richiede che ciò che è sacro sia eterno, imperituro. Ma
con ciò essa non ha dimostrato la positività di quegli elementi religiosi;
infatti l'uomo può legare all'accidentale e deve legare ad un accidentale,
eternità e santità: nel suo pensiero dell'eterno, egli lega l'eterno
all'accidentalità del suo pensiero. Altra cosa è però se l'accidentale come
tale, come ciò che esso è per l'intelletto, eleva pretese di immortalità, di
santità e di rispetto. Allora subentra il diritto della ragione di parlare
di positività"13.
Qui Hegel scinde positività e particolarità, e individua in seno alla
particolarità una speciale accidentalità che si fa vita quando il
particolare (o la particolarità)
|
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si
stacca dalla ragione e cade sotto il dominio dell'intelletto. Nell'
acquisizione della nuova categoria, l'analisi hegeliana riporta al centro
del suo discorso sulla positività la forma nella quale l'accidentale si
presenta nella sua più caratteristica e potentissima espressione:
l'autorità. Di questa parola, che reca in sé una massiccia invadenza in
ogni campo religioso o politico, Hegel vuole ricostruire l'origine e l'esito
provocatorio nel dominio religioso. |
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Il
punto di partenza è Gesù, ed essenzialmente la sua immagine come mediazione.
Questa mediazione è il lato filosofico del cristianesimo, ed esso si fonda
"sul presupposto, bello certamente, che tutto ciò che vi è di alto, di
nobile, di buono negli uomini è qualcosa di divino, viene da Dio, è suo
spirito, che da lui procede"14. Se ciò facesse tutt'uno con la coscienza, il
"positivo" si presenterebbe nella sua veste razionale; viceversa questo
aspetto, ovvero il rapporto della religione cristiana con gli uomini,
diviene "acuta positività" se appunto "si separa assolutamente la natura
umana dalla divina". Diversamente: se la mediazione viene spostata, viene
resa estranea all'interiorità della coscienza e posta in un "individuo",
allora "si avvilisce ogni coscienza umana del bene e del divino nell'
attività e annullamento di una fede in un ultrapotente affatto estraneo"
15. |
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Se
la fede è consegnata all'interno di un solo "individuo", allora a quest'individuo
bisognerà credere, a lui bisognerà ubbidire, e questo individuo bisognerà in
qualche modo imitare. L'uomo incapace di portare dentro di sé la forza
vivificatrice che lo renderà partecipe della presenza di Dio, dovrà
riconoscere la propria natura malsana e abietta. Scissa dentro di sé la
mediazione con Dio, l'uomo spingerà questo sommo essere fuori di sé,
estraneo e lontano, come una potenza aliena e nemica. L'ulteriore
conseguenza di questa separazione sarà la perdita da parte di Dio di ogni
attributo di dolcezza e di bontà, ed Egli stesso si solleverà a immagine di
un giudice assiso in una sfera irraggiungibile alla quale si guarderà senza
speranza e con terrore.
La venuta di Gesù nella storia è l'espressione vivente di questa dura
scissione tra l'uomo e Dio, che alberga in lui, cioè tra l'uomo e se stesso.
Solo con l'età nuova il genere umano si riscatterà dalla schiavitù del Dio
che esso stesso ha allontanato da sé, e si riapproprierà della coscienza
divina che è in sé e diverrà al tempo stesso padrone di sé medesimo.
Nelle parole del giovane filosofo il tema della mediazione (Menschwerdung) è
tema centrale nella struttura teorica che si viene costituendo, perché esso
reca sotto di sé il processo di formazione dell'autocoscienza dell'Idea o,
più precisamente, il rapporto tra finito e infinito. È Hegel stesso a
riconoscerlo:
"Ben si vede che la ricerca intorno a questo punto, se dovesse essere
condotta a fondo mediante concetti, finirebbe nell'esame metafisico del
rapporto del finito con l'infinito,,16. Ma il tempo non è ancora maturo per
affrontare quest' "esame |
metafisico"; ed Hegel resta
fermo alla sua ricerca "storica": sapere come mai i cristiani abbiano dato
un' interpretazione autoritaria di Gesù, e, soprattutto, come mai la
religione cristiana sia divenuta una religione della scissione dell'uomo da
Dio. L'indagine storica di Hegel ha due momenti: l'uno, il rapporto di Gesù
con gli ebrei, l'altro, con i cristiani.
Il tratto iniziale è il convincimento del popolo ebraico della corruzione
non solo degli uomini, ma della natura umana in genere. |
| Questo coinvolgimento si fonda
"sulla base della debole esegesi di alcuni passi discordanti delle
Scritture"l7. Ma, secondo Hegel, il punto della degenerazione del
popolo ebraico non si trova nella Scrittura, bensì nella politica. A
condannare questo popolo, all'origine, fu il suo orgoglio (unito ad altri
popoli per geografia e rapporti commerciali, invece di arricchire il proprio
spirito in una comunione di costumanze, gli ebrei rifiutarono ogni contatto
umano, e si spinsero a vivere per sé, fermi nel loro presuntuoso
isolamento). |
Ma sull' orgoglio prevalse il
destino politico; dopo lotte e scontri sanguinosi, gli ebrei, tormentati ed
esasperati, dovettero assistere all'assoggettamento dello Stato a potenze
straniere. La rovina politica precipitò il popolo ebraico in una condizione
di schiavitù spirituale. Soffocato dalla coscienza dei propri peccati
diviene preda di una disperata mania di espiazione. Per sopravvivere si
attaccò alla speranza della venuta di un Messia che avrebbe proclamato la
pienezza dei tempi e il regno dei cieli. Immiserita la stima di se stessi e
della natura umana, gli ebrei dovettero allontanare dal piano terreno lo
scopo e la realizzazione della loro azione. Quel Dio che essi avevano
accantonato da sé, si trasformò ai loro occhi in un giudice senza
misericordia, freddo e inaccessibile signore, assiso in alto da cui reggeva
le catene della servitù. La religione di questo popolo si svuotò di ogni
fiducia e si ridusse all'esercizio e all'osservanza di un numero di pratiche
in conformità di una legge indiscussa, intorno alla quale pullulavano
cavilli di una dottrina senz'anima, inasprita oltre misura dallo spirito
settario che dilaniava il paese 18.
Questa fu la sorte in c'ui precipitò il popolo ebraico roso dal suo
orgoglio.
Nelle parole di Hegel il processo storico si infuria e avanza come un'onda
terribile che investe e travolge l'intero dominio religioso. Il dramma
storico culmina, nel pensiero del giovane Hegel, in una tragedia metafisica:
"L'intero fu smembrato una volta per sempre"19.
Incontrando Gesù gli ebrei lo fecero con spirito sottomesso, come è uno
spirito dinanzi all'autorità di un governo straniero e dispotico o
all'autorità di una legge discesa da un Dio estraneo alla terra e però
incomprensibile nel suo spirito. Cristo subì così lo stesso destino che fu
già delle Scritture, la personificazione di un'immagine autoritaria e
cavillosa. Nel processo di giudaizzazione che …… |
|
1.
Ma è solo a Francoforte che il tema dell' oggettività prenderà forma
nell'analisi di un rapporto dialettica tra forma privata della società e
forma pubblica dello Stato. |
|
2.
G.W.F. Hegel, Werke I, cit., p. 59; trad. it., Scritti teologici giovanili
cit., p. 69.
3. lbidem, p. 63; trad. it., cit., p. 72.
4. lbidem, p. 60; trad. it., ibidem, p. 70.
5. Ibidem, pp. 90-9]; trad. it., ibidem, p. 95. |
|
6.
lbidem; trad. it., ibidem.
7. Cfr. Hegels Theologische Jugendschriften, herausgegeben von H. Nohl, Mohr
Tubingen 1907, p. 119; trad. it., Scritti teologici, cit., p. ]69.
8. G.W.F. Hegel, Werke I, cit., p. ] 13; trad. it., cit., p. 241. |
|
11. /bidem, p. 221; trad. it., p.
222.
12. /bidem, pp. 221-222; trad. it., cit., p. 224.
13./bidem, p. 221; trad. it., p.
223; cS.ns. |
|
14. lbidem, p. 224; trad. it., p. 227. ] 5. lbidem; trad. it., ibidem.
16. lbidem; trad. it., ibidem. |
17. /bidem, p.
91; trad. it., p. 95.
18. /bidem, pp. 226 e 55.; trad. it., pp. 228 e 55. 19./bidem; trad. it., /bidem.
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