Prolusione al seminario del chiarissimo professor Piero Gargiulo sul tema
“Le ragioni di un primato: Petrarca nelle intonazioni madrigalistiche”

Un cordiale saluto all’illustre relatore e a tutti i congrassisti.

L’esiguitas di spazio e di tempo, che sono concessi per una prolusione seminariale, m’obbligano ad entrare, immanente, in medias res, sforzandomi, brevis verbis, di lumeggiare solo qualche aspetto dell’argomento de quo, che sarà sviluppato, con magistrale competenza e colla dovuta acribia, dal preclaro studioso, che, ammirati, non è      , abbiamo già avuto il piacere d’ascoltare al convegno di studi su Carlo Gesualdo nella Storia d’Irpinia, della musica e delle arti.

La natura proteiforme della produzione poetica dell’aretino, ch’è ricca, complessa e variegata - espressione macrocosmica del microcosmo dell’autore – non potrà ch’esser tangenzialmente sfiorata, nella specificazione formale del tema ch’è oggetto di studio.

Nondimeno, anche soltanto dalla considerazione d’un sol aspetto della sua eclettica e versatile produzione artistica (fonte inesauribile di tanta lirica europea), la figura del grande letterato ne risulta viva e vibrante, per quel fervore d’intimi contrasti, onde il Petrarca è stato definito il “primo uomo moderno”.

E difatti il poeta assomma in sé tutti i caratteri dell’uomo moderno in antitesi con quelli del Medioevo: fa ancora parte dell’età tramontata, e presenta tutti i segni di quella che sorge; il misticismo lo signoreggia e la passione lo domina; la schietta e sincera fede religiosa non gl’impediscono una ricerca appassionata della cultura classica (e la contemplazione della sua antica grandezza!), nella fermezza di doverla conciliare colla fede cristiana, sotto il comun denominatore dell’humanitas;  il desiderio vivo e palpitante di vivere e idealmente dialogare cogli antichi, ch’elige per maestri e modelli di paideia e  d’etos, diventa l’occasione cristiana d’un’autoconfessione scandaglio dell’io nelle più recondite latebre dell’animo.

Lande, il divino l’attrae e l’umano gli sollecita intimamente i sensi, nei martellanti ossimori dei singoli componimenti.

Eppure, quest’ambivalenza (che, spesso, per le coscienze più sensibili assumerà la forma del male), che nel Tasso si trasformerà in dubbi ed incertezze, che nel Leopardi diventerà pessimismo e nel Pascoli celebrazione bella e disincantata d’affetti del fanciullino ch’è in ognuno di noi, è per il Petrarca “un viver dolce amaro”; ed il suo cuore “or ride, or piagne, or teme, or s’assecura”.

Infatti, un minimo barlume di speranza lo fa passare dal dolore alla gioia, e viceversa, in quella dialettica degli opposti che anticipa un dramma leopardiano) di passioni e contrasti, cioè, apparentemente senza via d’uscita.

La ragione prima di questo dissidio è l’amore per Laura: egli l’ama, ma non come Dante Beatrice; egli l’ama perché è bella, e soltanto dopo la morte di lei la poesia del Petrarca tende ad esprimere un amore che s’avvicina, in qualche modo, a quello dei poeti del “dolce stil novo”. E, intanto una poesia nuova sia nell’espressione che negli accenti, sgorga dall’animo di Francesco che contempla, pensoso, l’amata, alla guisa dei mistici medioevali che contemplano Iddio, finché l’anima estasiata e felice non è ricondotta alla realtà, e l’illusione non svela, alfine, il suo inganno. Allora il dissidio ricomincia, e più dirompente di prima!

La seconda parte del Canzoniere, infatti, è composta tutta di sonetti dolci e piani, e a poco a poco sembra che il poeta ritrovi la pace perduta; ma è solo un’illusione!

Allora torni pure lo zefiro a carezzare le erbe dei prati, ricominci il cinguettio della rondine in cerca di lidi solatii, torni quel rosignolo a cantare canzoni d’amore,sboccino i fiori al bacio fecondo del sole: il suo cuore non vedrà che uno sconfinato deserto e sarà gravato da un’eterna melanconia.

Tutta questa ricchezza di temi chiaroscurali e d’intimi contrasti non sono contenuti in nuce, nei quattro madrigali dell’opera volgare dell’aretino, il cui titolo autentico, apposito sul primo foglio del manoscritto originale, è Rerum volgarium fragmenta (documento vaticano latino 3196).

In questo primo documento (che ci dice, chiaramente,come qualmente sia stata  - usque in fidem – la certosina fatica del limae labor del poeta, alla ricerca di una sempre maggiore perfezionestilistica), v’è un’esplicita dichiarazione sinestetica, vergata suapte manu dal Petrarca, riguardo al carattere della parola che sia anche musica, cioè phoné  kai schema,  ci ricorda  Platone cratilo. Essa recita:”hoc  placet quia sonantior”, vale a dire “questo va bene perché  più musicale”.

Il secondo codice il vaticano latino 3195, contiene la versione definitiva del canzoniere, che nella sua stesura finale, comprende 366 componimenti, divisi in 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali.

I madrigali del Petrarca – che saranno assunti ad archetipi dai madrigalisti del cinquecento, che canteranno anche i versi di Bembo, Sannazaro, Ariosto, Tasso, Guarini, Marino e  via enumerando – sono di genere idilliaco amoroso, sul tipo della pastorella provenzale, e sono formate da due o tre strofe tristi che, vale a dire di tre versi endecasillabi, seguiti da una o due coppie di versi a rima baciata.

Nel primo madrigale (LII) “Non al suo amante più Diana piacque”, v’è una scena d’idillio per Laura, o a lei rivolta, in suo onore,  nella forma: ” ch’a l’aura”; nel secondo (LIV) “Perch’al viso d’amor portava insegna”, la donna, che dianzi è stata chiamata pastorella è detta pellegrina: e si tratta di figure leggiadre, quasi eteree, che fanno capolino solo nei madrigali e nelle  ballate, trattandosi di situazioni topiche della sua lirica giovanile, precedente al Canzoniere, e quasi recuperate dal poeta.

Così nel madrigale CVI “Nova Angeletta sovra l’ale accorta”, la donna è angelicata nella sua freschezza evanescente; e nell’ultimo – che nel Codice  3195 subentrò alla ballata ”Donna mi vien spesso ne la mente, Altra donna vi è sempre” – ch’è titolato “Or vedi , Amor, che giovenetta donna”, la pastorella diventa guerriera, sprezzante sia dell’amore sia del poeta ch’è suo prigioniero.

Qui mi fermo, consapevole d’aver travalicato di già i limiti consentiti ad un predatore, riproponendomi di sviluppare gli argomenti qui trattati in un prossimo articolo sul Madrigale, che titolerei: “Petrarca, uomo del <<Rinascimento>>”.

Grazie per l’attenzione che m’è stata prestata, e auguri di buon lavoro.

Padre Michele Bianco

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