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Un cordiale saluto all’illustre relatore e a tutti i
congrassisti.
L’esiguitas di spazio e di tempo, che sono concessi
per una prolusione seminariale, m’obbligano ad entrare, immanente, in
medias res, sforzandomi, brevis verbis, di lumeggiare solo
qualche aspetto dell’argomento de quo, che sarà sviluppato, con
magistrale competenza e colla dovuta acribia, dal preclaro studioso, che,
ammirati, non è , abbiamo già avuto il piacere d’ascoltare al convegno
di studi su Carlo Gesualdo nella Storia d’Irpinia, della musica e delle
arti.
La natura proteiforme della produzione poetica dell’aretino,
ch’è ricca, complessa e variegata - espressione macrocosmica del microcosmo
dell’autore – non potrà ch’esser tangenzialmente sfiorata, nella
specificazione formale del tema ch’è oggetto di studio.
Nondimeno, anche soltanto dalla considerazione d’un sol
aspetto della sua eclettica e versatile produzione artistica (fonte
inesauribile di tanta lirica europea), la figura del grande letterato ne
risulta viva e vibrante, per quel fervore d’intimi contrasti, onde il
Petrarca è stato definito il “primo uomo moderno”.
E difatti il poeta assomma in sé tutti i caratteri dell’uomo
moderno in antitesi con quelli del Medioevo: fa ancora parte dell’età
tramontata, e presenta tutti i segni di quella che sorge; il misticismo lo
signoreggia e la passione lo domina; la schietta e sincera fede religiosa
non gl’impediscono una ricerca appassionata della cultura classica (e la
contemplazione della sua antica grandezza!), nella fermezza di doverla
conciliare colla fede cristiana, sotto il comun denominatore dell’humanitas;
il desiderio vivo e palpitante di vivere e idealmente dialogare cogli
antichi, ch’elige per maestri e modelli di paideia e d’etos,
diventa l’occasione cristiana d’un’autoconfessione scandaglio dell’io nelle
più recondite latebre dell’animo.
Lande, il divino l’attrae e l’umano gli sollecita intimamente
i sensi, nei martellanti ossimori dei singoli componimenti.
Eppure, quest’ambivalenza (che, spesso, per le coscienze più
sensibili assumerà la forma del male), che nel Tasso si trasformerà in dubbi
ed incertezze, che nel Leopardi diventerà pessimismo e nel Pascoli
celebrazione bella e disincantata d’affetti del fanciullino ch’è in ognuno
di noi, è per il Petrarca “un viver dolce amaro”; ed il suo cuore “or ride,
or piagne, or teme, or s’assecura”.
Infatti, un minimo barlume di speranza lo fa passare dal
dolore alla gioia, e viceversa, in quella dialettica degli opposti che
anticipa un dramma leopardiano) di passioni e contrasti, cioè,
apparentemente senza via d’uscita.
La ragione prima di questo dissidio è l’amore per Laura: egli
l’ama, ma non come Dante Beatrice; egli l’ama perché è bella, e soltanto
dopo la morte di lei la poesia del Petrarca tende ad esprimere un amore che
s’avvicina, in qualche modo, a quello dei poeti del “dolce stil novo”. E,
intanto una poesia nuova sia nell’espressione che negli accenti, sgorga
dall’animo di Francesco che contempla, pensoso, l’amata, alla guisa dei
mistici medioevali che contemplano Iddio, finché l’anima estasiata e felice
non è ricondotta alla realtà, e l’illusione non svela, alfine, il suo
inganno. Allora il dissidio ricomincia, e più dirompente di prima!
La seconda parte del Canzoniere, infatti, è composta tutta di
sonetti dolci e piani, e a poco a poco sembra che il poeta ritrovi la pace
perduta; ma è solo un’illusione!
Allora torni pure lo zefiro a carezzare le erbe dei prati,
ricominci il cinguettio della rondine in cerca di lidi solatii, torni quel
rosignolo a cantare canzoni d’amore,sboccino i fiori al bacio fecondo del
sole: il suo cuore non vedrà che uno sconfinato deserto e sarà gravato da
un’eterna melanconia.
Tutta questa ricchezza di temi chiaroscurali e d’intimi
contrasti non sono contenuti in nuce, nei quattro madrigali
dell’opera volgare dell’aretino, il cui titolo autentico, apposito sul primo
foglio del manoscritto originale, è Rerum volgarium fragmenta
(documento vaticano latino 3196).
In questo primo documento (che ci dice, chiaramente,come
qualmente sia stata - usque in fidem – la certosina fatica del
limae labor del poeta, alla ricerca di una sempre maggiore
perfezionestilistica), v’è un’esplicita dichiarazione sinestetica, vergata
suapte manu dal Petrarca, riguardo al carattere della parola che sia
anche musica, cioè phoné kai schema, ci ricorda Platone cratilo.
Essa recita:”hoc placet quia sonantior”, vale a dire “questo va bene
perché più musicale”.
Il secondo codice il vaticano latino 3195, contiene la
versione definitiva del canzoniere, che nella sua stesura finale, comprende
366 componimenti, divisi in 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e
4 madrigali.
I madrigali del Petrarca – che saranno assunti ad archetipi
dai madrigalisti del cinquecento, che canteranno anche i versi di Bembo,
Sannazaro, Ariosto, Tasso, Guarini, Marino e via enumerando – sono di
genere idilliaco amoroso, sul tipo della pastorella provenzale, e
sono formate da due o tre strofe tristi che, vale a dire di tre versi
endecasillabi, seguiti da una o due coppie di versi a rima baciata.
Nel primo madrigale (LII) “Non al suo amante più Diana
piacque”, v’è una scena d’idillio per Laura, o a lei rivolta, in suo onore,
nella forma: ” ch’a l’aura”; nel secondo (LIV) “Perch’al viso d’amor portava
insegna”, la donna, che dianzi è stata chiamata pastorella è detta
pellegrina: e si tratta di figure leggiadre, quasi eteree, che fanno
capolino solo nei madrigali e nelle ballate, trattandosi di situazioni
topiche della sua lirica giovanile, precedente al Canzoniere, e quasi
recuperate dal poeta.
Così nel madrigale CVI “Nova Angeletta sovra l’ale accorta”,
la donna è angelicata nella sua freschezza evanescente; e nell’ultimo – che
nel Codice 3195 subentrò alla ballata ”Donna mi vien spesso ne la mente,
Altra donna vi è sempre” – ch’è titolato “Or vedi , Amor, che giovenetta
donna”, la pastorella diventa guerriera, sprezzante sia dell’amore sia del
poeta ch’è suo prigioniero.
Qui mi fermo, consapevole d’aver travalicato di già i limiti
consentiti ad un predatore, riproponendomi di sviluppare gli argomenti qui
trattati in un prossimo articolo sul Madrigale, che titolerei: “Petrarca,
uomo del <<Rinascimento>>”.
Grazie per l’attenzione che m’è stata prestata, e auguri di buon lavoro. |