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IL messaggio di Dante
Nulla rende Dante più grande del suo tempo,
e, sotto taluni aspetti, di tutti i tempi, che l’attualità indeclinabile del
suo pensiero di poeta e di uomo.
Quest’attualità scaturisce, come da una fonte perenne, dalla sovrana
architettura della sua mente, che abbraccia la vita umana, nella sua essenza
e nei suoi rapporti fondamentali con l’ambiente, in una visione ampia,
solare, onde l’analisi dei problemi sociali, politici, religiosi,
scientifici della sua età non si ferma alla semplice diagnosi, ma pone in
essere una prognosi precisa. Questa visione universale delle cose del mondo,
tutte concentrate nella Commedia, ma con chiari riferimenti o derivazioni
anche ad altre sue opere, come il De Monarchia, ad esempio, illuminano la
società dell’uomo, di là dalla sua età, dilatando il respiro di quella luce
sulla vita di relazione, di tutti i tempi posteriori al poeta.
Egli ricerca - e trova - nelle rughe pensose della storia, dove l’indagine
dei più s’arresta, tutto quanto sia più confacente alla sua indole:
tetragona al male, nemica del compromesso, avversaria irriducibile - perciò
l’esilio - dei potenti, che, generalmente sono i prepotenti; anzi tanto più
il Poeta si dimostra implacabile, quanto più quelli sono in alto: non
gl’importa la cattedra da cui essi calpestano gli umili, schiavizzano lo
spirito delle folle, immiseriscono e degradano il destino della grande
armata inconsapevole della comunità umana, brulicante d’idee innovatrici,
perché assetata di verità e di giustizia.
Egli è l’alfiere irriducibile di quest’armata; tanto più invitta, quanto più
cade, com’è sorte di ogni autentico genio, sotto il peso della fortuna
avversa: implacabile, eterna nemica delle menti eccelse, perché meretrice
delle corti, ipocrita plorante degli altari.
La natura di questa mente è ciclopica spaziante nel tempo con la libertà
dell’ingegno consapevole: aquila, raccogliente il volo, soltanto sulle
agugliate cime, da dove mira il confuso formicolio della grande massa
strisciante sulla terra, per mordersi l’un l’altro, per contendersi in
vanità e cupidigia, ≪quanto una fossa serra», è in ciascun’anima qualunque
sia l’età cui appartenga, allo stato latente: ecco perché tutte le epoche, a
dante posteriori, si riconoscono in lui, ond’egli è figlio di tutti i
popoli, ma è anche il padre spirituale di tutte le genti; è la voce del
passato, ma anche il monito per l’avvenire, in quella meravigliosa sintesi
del tempo che si chiama presente.
Quest’uomo solitario - e solo -, costretto a salire di scala in scala, a
manducare quel ≪pane altrui» che ≪sa di sale», odiato più che amato, anche
da chi avrebbe dovuto, per legge di natura, essergli vicino - - e non lo fu
-, forse perché ≪il tatto» l’affetto non raccendeva, è una fiaccola accesa
sul mondo cui guardano le genti dell’orbe civile nell’infausta come
nell’avventurosa sorte amica. Gli è che il Poeta divino è la testimonianza
vivente di quanto sia capace di compiere il genio, avversato,deriso,
umiliato,bandito, allorché, sposato al sacrificio e al dolore, nel titanico
sforzo della nuova fatica, egli ha per fine l’elevare un altare di verità e
di giustizia al bene.
Ecco perché Dante affossa nella brodaglia o nella melma, o attorca al fuoco
i suoi nemici che per essere i nemici di quella libertà che propugna, sono i
nemici di quell’umanità, ch’egli anticipa, elevando in alto le anime
semplici, perché quelle sono le anime libere, come Piccarda Donati, Matelda,
Beatrice.
Dante s’eleva a giudice implacabile, non importa se, a volte, poco sereno,
di tutta una umanità, giudicandola e assolvendola secondo i canoni di una
legge non scritta, che affonda la sua ragione d’essere in una morale
sublime: quella del Cristo, ma sconosciuta all’uomo, anche se l’estremo
ossequio, ipocrita a tutti i livelli mostra d’esserne consapevole.
Egli sferza a sangue i principi e i re, ignavi di ogni risma, prevaricatori
di ogni potere, cardinali e papi , ma sempre in difesa di quell’umanità,
cioè di quella libertà, di quella morale, che i primi derisero
dogmatizzandola, i secondi sprezzarono adattandola, di volta in volta, alla
propria politica, coprendo, e gli uni e gli altri, così, le loro azioni di
quell’ipocrisia divenuta ormai congeniale alle loro stesse funzioni esterne,
ma che Dante punisce in tombe infuocate, sotto cappe di piombo e in tant’altri
modi.
Sicché, il messaggio, scaturente robusto da quest’atleta del pensiero, che
non il nostro, come i passati, ma i venturi secoli potranno raccogliere, per
comprenderlo appieno, è un messaggio di pace nel bene e di bene nella pace,
perché questa è, in definitiva, la morale di tutta l’opera e il pensiero di
Dante. Esso – quel messaggio, cioè – è diretto, oggi più che mai, per una
paurosa carenza di valori morali, a quella parte dell’umanità, i giovani,
che avendo innanzi a sé la responsabilità dell’avvenire, più d’ogni altra
potrà saperlo raccogliere, non per ignorarlo, ma per la disperata volontà
d’applicarlo nella pratica, se il futuro vuol salvo dalla rovina totale.
È un messaggio che si sostanzia d’eterno, perché la visione del mondo del
Poeta, il modo come organizzarlo, il sistema come istaurare negli ordini
sociali l’armonia della sua morale, è insita, ma priva d’energia, nella
coscienza umana.
È dato a voi, o giovani, d’alimentarlo di bene e d’ideali perch’esso possa
acquistare quel vigore d’operosità responsabile, garante d’un domani
migliore.
È quanto, brevemente, cercherò di dire, facendo, spesso, parlare il Poeta
ex ore suo! |
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Dott. P. Michele Bianco |
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