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Un articolo scientifico, per l’esiguità di spazio concesso,
impedisce affatto una trattazione completa ed esaustiva d’una vexata
quaestio, che, da sempre, è oggetto d’indagine ermeneutica, euristica,
filologica e semantica, sia in ambito filosofico – teologico sia in ambito
medico e delle scienze affini.
Tra mente e corpo, vale a dire, spirito e materia, c’è
inconciliabile dicotomia, o profonda e indisgiungibile relazione olistica e
simpatetica? A questa domanda cercherò di rispondere, brevibus verbis,
sintetizzando l’analisi d’un mio contributo, che, non è guari, ho presentato
all’annuale Congresso Nazionale KS di studi sulla posturologia, tenutosi ad
Avellino, nei giorni 25, 26 e 27 giugno u.s., presso il Green Park Hotel di
Mercogliano, ed organizzato dalla dinamica e vulcanica dottoressa, prof.
Antonietta Fusco, formulando, alfine, una mia teoria.
La complessità e la vastità della tematica trattata
m’obbligano immantinente ad entrare in medias res nell’argomentazione
de qua.
In base al concetto stesso di scienza, ogni analisi
filosofica, scricto sensu, non potrebbe avere un valore probativo
matematico assoluto, se si parte da assiomi apodittici; al contrario,
considerando le due realtà, che sono oggetto d’indagine, anche all’inesperto
e al quidam de populo, appare chiaro, in senso lapalissiano, che i
due enti non si possono considerare se non l’uno in funzione dell’altro,
perché l’uno è per l’altro: tertium non datur. La mente, o intelletto
(gr. nous) è usato, dai filosofi, come un termine dal duplice
significato, cioè, facoltà di pensare in genere (significato generico) e
particolare tecnica o attività del pensare (significato specifico).
La mente è, perciò, la facoltà conoscitiva dell’intelletto in
quanto operante ai livelli astratti e concettuali più alti.
Sant’Agostino distingue l’intelletto dalla ragione: aliud
est intellectus, aliud ratio. L’intellezione risulterebbe
impossibile senza la ragione: intelligere non volemus, nisi rationem
habemus. L’intelletto è, perciò, l’anima stessa.
Non enim aliquid aliud est quam anima, sed
aliquid animae est intellectus. Esso
governa l’anima: intellectus animam regit, ad ipsam animam
pertinens: tanto l’intelletto quanto la ragione son innati nella mente:
mens cui ratio et intelligentia naturaliter inest. La ragione cerca
la conoscenza o scienza, mentre l’intelletto, ch’è più alto, mira alla
saggezza o contemplazione.
Si delinea, quindi, nel concetto stesso d’intelletto –
conoscenza la necessità d’un corpo – quantunque l’intelletto sia una facoltà
immateriale dell’anima - perché esse (la mente e l’intelletto) dipendono dal
corpo e dai suoi sensi per il materiale dal quale ricevono il primo impulso.
Nulla è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi, come ci ammonisce
Aristotele: nihil in intellectu nisi prius fuerit in sensu. Le
impressioni ricevute dai sensi esterni son sintetizzate dall’interno,
sensus communis, che forma un’immagine o fantasma; e il fantasma è
presentato all’intelletto dall’immaginazione, la memoria e la vis
cogitativa in cooperazione.
I sensi interni, originati da quelli esterni – che sono cioè
nella materia corporea – son concepiti come se fossero legati alle funzioni
organiche del cervello.
Come intelletto attivo (intellectus agens) esso
illumina il fantasma, specificandone la natura universale; in quanto
intelletto passivo (intellectus possibilis) esso è informato dal
risultato di quest’operazione d’astrazione che sviluppa il concetto. I
concetti, indi, son uniti nei giudizi per combinazione e divisione, cioè
asserzione e negazione. I giudizi sono connessi tra loro in ragionamenti
sillogistici o con le forme abbreviate dell’entimema.
È chiaro, perciò, da quanto è stato scritto che già l’idea
stessa di mente (o intelletto) postula un rapporto con l’elemento corporeo.
Come particolare tecnica o affinità del pensare l’intelletto
può essere intuitivo, operativo o comprendente.
Platone e Aristotele definiscono chiaramente, l’intelletto
come attività del pensiero, e su questa linea s’erano posti già
precedentemente Parmenide e Anassagora, e successivamente vi si collocherà
Plotino. Questo significato generico s’imporrà fino al Romanticismo. Locke
lo contrappone alla volontà: capacità di pensare è l’intelletto, capacità di
volere è la volontà, e entrambe sono facoltà dell’anima. L’intelletto come
facoltà di pensare è predominante in tutto il Settecento, come può
agevolmente notarsi in Kant, nell’introduzione alla Logica nella
Critica alla Ragion Pura.
Nell’Ottocento, a partire da Fichte si avrà la nozione d’un
intelletto immobile, che, con Hegel diventerà anche rigido e astratto. Esso
tiene ferme le determinazioni; l’io decade dal suo rango di pensare come una
facoltà e si subordina alla facoltà del pensare astratto.
Un primo tentativo di demolizione dell’impianto hegelistico
viene fuori dal vitalismo bergsoniano, che, in Evoluzione Creatrice,
critica l’intelletto rigido e morto di Hegel e all’opposizione intelletto –
ragione sostituisce la coppia intelletto – vita, che tuttora ispira molte
concezioni filosofiche contemporanee.
Dopo quest’analisi fugace e frammentaria sull’intelletto, è
d’uopo che mi soffermi a parlare del corpo per poter stabilire, indi, una
profonda e inscindibile relazione fra mente e corpo, ch’è uno dei più
persistenti problemi filosofici.
Corpo (gr. soma) è tutto ciò che appartiene alla
natura e che ha estensione in ogni direzione ed è divisibile. Leibniz
distingue il corpo matematico, ch’è lo spazio, da quello fisico, ch’è la
materia.
Numerose son state in filosofia, le teorie sul corpo. Per
l’alternativa idealistica di Berkley e Hume i corpi son solo
“rappresentazioni” o percezioni: esse est percepi.
Per essa – che purtroppo ha
signoreggiato nei secoli e domina ancora la filosofia contemporanea – i
corpi non ci sono. Si elimina, così, ab imis il problema d’un
rapporto con l’anima, o spirito, o mente.
A questa prima alternativa demolitrice se n’affianca
un’altra, ch’è proprio dell’esistenzialismo, e che si limita a considerare i
corpi come semplici mezzi o strumenti di cui si serve l’uomo nel mondo, che
n’è padrone assoluto.
Questa teoria, mutuata dallo strumentalismo americano,
purtroppo informa buona parte delle riflessioni filosofiche contemporanee.
In antico non si liquidò con tanta facilità un rapporto che s’imponeva
ictu oculi.
La teoria strumentale antica,considerante cioè il corpo come
strumento dell’anima, fu variamente interpretata.
Per gli orfici e Platone il corpo è tomba e prigione
dell’anima; per Nietzsche, al contrario, non v’è nulla all’infuori del
corpo.
La concezione d’un corpo schiavo dell’anima ha una matrice
patristica (si pensi a Origine e a Scoto Ėriugena!) che considera la
corporeità come una conseguenza del peccato dell’uomo concepito da Dio, a
loro dire, come eviterno, alla guisa degli angeli, e però, costituito di
solo spirito (pneuma).
Per Aristotele il corpo è un certo strumento naturale
dell’anima, come l’ascia lo è del tagliare.
Questa teoria che – se ben intesa – non subordina il corpo
all’anima, o mente, ma ne stabilisce una profonda e sinergetica
relazionalità, nel grossolano materialismo dell’Ottocento, al contrario,
accentuò, l’aspetto di sudditanza dell’anima verso il corpo, dichiarando
esso che:” l’anima è un prodotto del cervello, come la bile del fegato e
l’urina dei reni”.
La concezione strumentalistica, che riconosceva al corpo una
sostanza indipendente dallo spirito, evitò, per tutto il Medioevo, un
dualismo di fondo, cosa che avverrrà con Cartesio che distingue il pensiero
res cogitans dalla materia corporea res
extensa.
Al dualismo cartesiano la filosofia moderna e contemporanea
ha risposto con quattro soluzioni: la prima riduce il corpo a sostanza
spirituale, come avviene in Leibniz nella sua teoria delle monadi e,
mutatis mutandis, in Bergson e Schopenhauer, che riducono il corpo a
sola volontà o azione.
Per la seconda soluzione il corpo è segno dell’anima, è sua
manifestazione e realizzazione esterna (orfici ed hegelismo); una terza
soluzione, poi, considera corpo ed anima come due manifestazioni d’una sola
sostanza (Spinoza). Questa dottrina ha originato la teoria del parallelismo
psico-fisico, che, in ultima soluzione, considera il corpo come
un’esperienza vivente che si connette a determinate circostanze spirito –
anima e corpo come processi diversi ma interagenti che solo nella loro
connessione hanno senso e significato. Lo spirito è l’essere, l’anima
l’avere (come capacità di conoscenza) e il corpo è la consapevolezza di ciò
che avviene in noi. È il processo triadico sartriano dell’io sono, mi
oltrepasso e ho ancora da essere.
In conclusione tanto il materialismo (tutto è solo materia)
che l’idealismo (tutto è solo spirito) possono essere considerati come forme
di monismo psico-fisico; il materialismo negando l’esistenza reale di esseri
spirituali e riducendo lo spirito ad una funzione della materia; e lo
spiritualismo, considerando i corpi semplicemente come contenuti di
coscienza, ed eludendo, così, il problema principale del rapporto tra anima
- o mente – e corpo.
Ad ogni modo, tutti coloro che riconoscono apertamente la
dualità empirica di mente e corpo, sono costretti ad affrontare il loro
rapporto. La prima – da noi ampiamente considerata dianzi – ritiene corpo e
mente due enti sostanziali, che s’influenzano vicendevolmente e son perciò
in rapporto causale.
La seconda sostiene che i processi fisici e mentali
s’accompagnino reciprocamente senz’alcun’alterazione o interferenza, e però
non possono esser connessi casualmente.
A partire dalla Scolastica, che formula la teoria del
composto umano d’anima e corpo uniti in un’unica sostanza e natura, direi
d’insistere sul concetto di persona umana o io profondo, a cui
vanno ascritte tutte le azioni di cui l’uomo è capace. In un solo agente le
due componenti non solo interagiscono, ma l’una non avrebbe senso senza
l’altra.
L’anima è perciò l’essenza del totale, di cui l’io, lo
spirito e la coscienza sono funzioni del farsi concreto dell’inconcreto: lo
spirito, che non è quello hegeliano, che interiorizza la vita e la rende
partecipe del Logos – Dio. |