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Maria “Janua coeli” nell’innografia latina medievale
Nell’innografia latina del medioevo la
fortuna della Madonna, come soggetto di poesia, è grandissima, a
testimonianza della fervida devozione tributata in quell’epoca alla Madre di
Dio. Negl’inni (come pure nelle sequenze, nei tropi, negli uffizi rimati dei
testi liturgici e aliturgici) incontriamo, sin dai secoli anteriori al
Mille, tutti gli attributi che, nelle litanie lauretane, son dati alla
Madonna. La più antica serie innica appare soltanto nel XII secolo; e
appartiene al fondo certosino della biblioteca di Magonza (vi sono inseriti
quasi tutti i titoli consacrati dall’uso e riportati nell’odierna serie
delle litanie). Alcuni titoli hanno carattere simbolico e risalgono ad
espressioni bibliche (Rosa mystica, Turris davidica, Turris eburnea, Domus
aurea, Foederis arca, Stella matutina); altre attestano la maternità divina
di Maria – e ci riportano al Concilio di Efeso e alle controversie
nestoriane -, e gli attributi della Maternità verginale della Madonna, Madre
anche di tutti i christifideles laici; altri ancora inneggiano alla Sua
verginità e alla Sua regalità su tutti gli Spiriti eletti dell’Antico e del
Nuovo Testamento.
Questa serie di tre attributi (Mater, Virgo, Regina) è stata felicemente
paragonata alle navate di un grande tempio della devozione mariana, e ad
essa fanno corona, come tante cappelle laterali, gli altri titoli (Speculum
justitiae, Sedes sapientiae, Causa nostrae laetitiae, Vas Spirituale, Vas
Honorabile, Vas Insignae Devotionis), insieme con quelli che innalzano la
Madonna ad aiuto per l’eterna salvezza dell’umanità tutta (Salus Infirmorum,
Refugium peccatorum, Consolatrix afflictorum). Dopo il secolo XV i Romani
Pontefici aggiungeranno altri titoli.
Tolta la serie di tre attributi di Mater, Virgo e Regina, gli altri
rientreranno in quel linguaggio figurato e simbolico, che ha avuto così
cospicui esempi nella Bibbia ed ha innumeri imitatori nell’innografia latina
del Medioevo. Questa peculiarità l’aveva avvertita un ignoto innografo del
XIII secolo, che scrive: “Sicut pratum picturatur / Et ver veris floribus, /
Mater Dei figuratur / Mysticis nominibus” (com’è dipinto il prato, così
fiore vero tra fiori veri, è raffigurata la Madre di Dio con mistici nomi).
La fonte è la collana Anacleta Hymnica medi aevii (d’ora in poi A. H.),
indicando con i numeri romani il volume e con le cifre arabiche la
numerazione dell’inno nel volume. Per questo primo inno (A. H., XL, 105).
In questa sede mi soffermerò solo su un attributo “Porta del cielo”. Nel
linguaggio biblico “porta” equivale, metaforicamente a dominio, signoria,
giurisdizione, e, attribuito alla Madonna, il concetto ha un duplice
significato. Il primo si riferisce alla funzione della Vergine nel mistero
dell’Incarnazione, esprimendo, così, la libera accettazione della divina
maternità e il concorso dato all’apertura delle porte del Paradiso, chiuse
dal peccato d’Adamo.
A quest’interpretazione rispondono parecchi inni, a cominciare da quello
celebre di Venanzio, morto verso il Seicento, “Quam terra, pontus aetera”
(La terra che, il mare e l’aria), che ha la strofe” Quod Eva tristis
abstulit / Tu reddis almo germine, / intrent ut astra flebiles / Caeli
fenestra facta es” [A., H., L 27]. “Ciò che l’infelice Eva sottrasse, Tu
restituisci come propizio germoglio; entrino come astri i piangenti, Tu sei
finestra del Cielo”, in cui i correttori di papa Urbano VIII ritoccarono,
per il breviario, l’ultimo verso in “caeli recludis cardines” “schiudi i
cardini del cielo”. In una strofa successiva Venanzio afferma: “Tu regis
alti Janua /et porta caeli fulgida”, “Tu soglia del re altissimo e fulgida
porta del cielo”. A distanza di due secoli vediamo la prima strofe dell’Ave,
maris Stella, ch’è la più antica attestazione liturgica dell’attributo
“porta del cielo”, “caeli porta”; troviamo la presenza dell’inno in un
manoscritto del IX secolo; in esso, nella seconda strofe, rinveniamo una
delle più antiche attestazioni del contrasto d’inversione della parola Ave –
Eva, che tanto piacque agl’innografi del medioevo. Nel secolo X, in un
tropario dell’Abbazia di S. Marziale di Limoges troviamo la strofe: “ Tu
salus orbis alma, / Tu caeli porta facta, / per te saeculo vita / omni est
data” [A., H., L III 101], “Tu alma salvezza del mondo, Tu porta del cielo,
attraverso di Te è data la vita ad ogni generazione”, per affermare, indi
”Paradisiaca / per Te nobis patet Janua”, vale a dire “ per il tuo tramite,
si apre per noi la porta del Paradiso”. Attribuita a S. Pier Damiani è la
strofe del secolo XI: “ Haec Virgo Verbi gravida / Fit paradisi janua, /
Quae Deum mundo reddidit, / Caelium nobis aperuit” [A., H., XL VIII, 20],
cioè “Questa Vergine incinta del Verbo è la porta del Paradiso la quale ha
restituito Dio al mondo e ci ha aperto il cielo”. Il secondo significato
dell’attributo dato alla Vergine riguarda il potere d’intercessione nella
grazia. Un graduale dell’Abbazia di S. Marziale di Limoges, in un inno del
secolo XI, porta la strofe: “ Imperatrix omnium, / Firma spes credentium, /
praemium /, Pretium /, Salus es fidelium, / Janua caelestium”, [A., H., LIII,
107], cioè “Imperatrice di tutti, sei ferma speranza dei credenti, premio,
prezzo e salute dei fedeli, e porta del cielo”.
In un messale manoscritto di Linz, dello stesso secolo, leggiamo: “Gaude,
gemma lucida, / Gaude, caeli Janua, / Lucens ut lilia, / Florens rosa. /
Caeli porta fulgida, / sola Tu salus Unica. / O mundi domina / Tu nos salva”
[A., H., X, 98], cioè “godi, o luminosa gemma, godi o porta del cielo, che
risplendi come i gigli e fiorisci come la rosa. Fulgida porta del cielo, Tu
sola sei unica salvezza, o Signora del mondo, salvaci”.
Contemporanea è una strofe, rinvenuta in un antifonario e graduale di Nevers,
nella quale il poeta sfoggia uno dei più comuni colori retorici usati nel
Medioevo, l’omofonia, “Cara carens carie, porta caeli patriae, per quam
patet patria”, esprimendo i medesimi concetti, “O cara senza di te siamo
come marciume, o porta della patria del cielo per mezzo della quale appare
manifesta la patria”.
Nel secolo XII troviamo queste testimonianze un un’orazione di origine
incerta, posta nel codice miscellaneo 266 dell’università di Oxford: “Salve,
Regina omnium,Virgo mater post filium, / salve, caelestis janua,
Peccatoribus patula” [A. H., XLVI, 134], cioè “Salve, o Regina di tutti, o
Vergine madre, inferiore solo al Figlio, salve o Porta del cielo, aperta ai
peccatori”. D’incerta origine, ma forse tedesca, e contenuta in 10
manoscritti di Germania e Francia, del secolo XII, è la strofe: “Ave carens
simili, / Mundo diu flebili / Reparasti gaudium”. /Per quam servitus finitur;
/ Porta caeli aperitur et libertas traditur”, [A. H., LIV, 217], vale a dire
“per il mondo a lungo in lacrime, riacquistasti la gioia; per Tuo merito è
finita la schiavitù ed è conseguita la libertà”. In un innario dello stesso
secolo dell’abbazia cistercense di Zwette, in Austria, abbiamo alfine:
“Janua Tu caeli, tu porta patens paradis”; / Posce fructum ventris tui qui
nos benedictum / Collocet in caelis, tribuens pia gaudia cunctis; [A. H.,
XLVI, 105], “Tu soglia del cielo, Tu porta aperta del Paradiso, implora il
frutto benedetto del tuo seno, che ci colloca in cielo, accordando a tutti
amorevoli gioie”. E siamo, così, giunti al tempo dell’apparizione del primo
testo litanico, che è contemporaneo al martirologio di S. Cedda di Shrewbury
(XII secolo): “salve, Porta Paradisi, / Domina angelorum et hominum, “salve
o porta del Paradiso, Signora degli angeli e degli uomini”.
Nell’innografia medioevale Maria non è soltanto la “porta del cielo”; al
sostantivo sono aggiunti anche altri attributi, nel corso dei secoli.
- Secolo XI – In un tropario dell’Abbazia di S. Marziale di Limoges, in un
commento al versetto 23 del cap. 24 dell’Ecclesiastico, è scritto: “Ego
quasi vitis fructificavi suavitatem odoris. / Novi botrum do saporis, /
Medicinam huic odoris, / Atque requiem laboris; / Porta sum mediatoris” [A.
H., XLIX, 400], “Io ho quasi prodotto la soavità dell’odore della vite. Do
un grappolo d’uva di sapore nuovo, e a questo (do) una medicina odorosa e
riposo nel lavoro, sono Porta del Mediatore”. Di Gadescalco di Limburgo,
morto nel 1090, è l’attribuzione alla Madonna del titolo di “Porta della
vita”: “Tu vitae Porta supernae / Et via caelestis patriae / Nos exules
digneris reducere”, [A. H., L, 282], “Tu porta della vita celeste e via
della patria del cielo, degnati di ricondurre noi esuli”. Il titolo è
ripreso, nel secolo seguente, da un tropario di S. Marziale di Limoges:
“Virgo, virga singularis, / Singularis Portus maris, / Porta vitae previa”
[A. H., VIII, 101], “o Vergine, singolare virgulto, Unico Porto del mare,
Porta che precede la vita”, e dal Codice Vaticano Latino 3087: “Scala caeli,
Porta vitae, / pandit nobis iter vitae / Adeamus patriam” [A. H., XXXVII,
77], “Scala del cielo, Porta della vita / aprici il cammino della vita,
veniamo alla patria”.
- Secolo XII - Un tropario dell’Abbazia benedettina dell’isola di Jertsey
riporta la seguente strofe: “Regina poli curiae / Mater misericordiae, / In
hac valle miseriae / sis nobis Porta veniae” [A. H., XLIX, 656], “Regina del
senato celeste, sii per noi Porta di grazia”.
L’attribuzione è ripresa anche nei secoli seguenti: nel tropario di Roberto
di Carillon del secolo XIV: “Imperatrix gloriae, / Regina caelestium, /
potens porta veniae, / Peccatorum omnium / Salus et refugium”, [A. H., XL,
110], “Imperatrice di gloria, Regina del cielo, porta aperta di grazia,
salvezza e rifugio di tutti i peccatori”. E in un’orazione dell’Abbazia
cistercense di Lichteuthal del secolo XV, è scritto: “Tu salutis Medicina, /
Tu redentionis Via, Tu perennis vitae Janua” [A. H., XLII, 108], “Tu Via
della redenzione, Tu Porta della vita eterna”.
- Secolo XIII - In un graduale dell’Abbazia di S. Vittore di Parigi la
Madonna è invocata: “O salutis nostreae Porta, / nos exaudi, nos conforta, /
et a via nos distorta / rendere prospera” [A. H., XL, 108], “Ave Tu che
generi un fiore di virtù, che sei creata dalla forza divina, da forza ai
vacillanti e nell’ora della nostra morte sii per noi porta di salvezza,
liberandoci dalla triplice morte”.
- Secolo XIV e XV – In un messale del prioratocluniacense di Pébrac, la
Madonna è invocata come “Porta di gloria”: “Ave porta gloriae, / Quam solem
justitiae / Mundo pradis caelestius” [A. H., XLII, 120], “Ave, o porta di
gloria, che avanzi dal cielo come sole di giustizia per il mondo”.
L’appellativo si ritrova anche in un breviario degli Umiliati, conservato
ora nell’Ambrosiana, “Virgo, Mater Ecclesiae, / Aeterna porta gloriae, /
Esto nobis refugium / Apud Patrem et Filium. / Alma Mater Summi Regis, / Lux
et porta celsi caeli, / Inclinate miserrimis, / Gementibus cum lacrimis” [A.
H., XXXIII, 82], “Vergine, Madre della Chiesa, eterna porta di gloria, sii
per noi rifugio appo il Padre e il Figlio, Alma Madre del Sommo Re, piegate
a noi miserrimi che gemiamo con lagrime la luce e la porta dell’alto cielo”.
Un orazionale inglese dell’Abbazia benedettina di Burton reca questa
preghiera, resa snella dal gioco della rima: “ Mater Dei / Lux diei, / Porta
spei / Porta quam rei / Lucis intrant gaudia. / Nobis natum / Fac placatum,
/ Parce reis / Et fac eis / vitae dare premium” [A. H., XL, 99], “Madre di
Dio, Luce del giorno, Porta di speranza, Porta mediante la quale entrano le
gioie della luce, placa il tuo Gesù, nato per noi, perdona i peccatori e fa
che a loro sia dato il premio della vita”. E qui occorre mettere il punto,
avendo dovuto sacrificare altre espressioni poetiche, di nuovi e più sonanti
ritmi che, nel corso dei secoli, hanno celebrato la Gran Madre di Dio.
Dopo quest’ampia parentesi mariana, torno alle considerazioni del concetto
di koinonia (soprattutto nel primo millennio della storia della Chiesa), che
saranno sviluppate, a puntate, nei prossimi numeri de Il Ponte. |
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Dott. don Michele Bianco |
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