Michele Bianco
Antonio De Simone Palatucci
Giovanni Palatucci - Un Olocausto Nella Shoàh

Accademia Vuvarium Novum – Ed. Dragonetti – Montella - MMIII

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PRESENTAZIONE

Fiorangelo Morrone

 
Mi è d’obbligo, innanzi tutto, precisare che la mia presentazione sarà piuttosto ridotta e limitata rispetto alla mole e alla profondità del volume del dott. Michele Bianco coadiuvato nella ricerca storica dei fatti dal dott. Antonio De Simone Palatucci.
Il libro, affascinante e poliedrico, d’ eccezionale valore storico, ponderoso non solo per il numero di pagine, ma per la complessità del contenuto, rivela un’approfondita e analitica indagine, alla base di ogni serio metodo di studio e di critica, del problema dell’antisemitismo, una fluidità espressiva che deriva dall’alta preparazione letteraria dell’autore, ed inoltre, l’ottima struttura filosofica, trasversale in tutto il testo, rivela la genialità dell’autore. Chiedo venia, perciò, innanzitutto all’illustre autore qui presente ed a voi tutti se questo potrà apparire un excursus rapido e superficiale su un’opera che avrebbe meritato di più.
Il testo “Giovanni Palatucci - un olocausto nella shoàh” è in realtà la biografia di una straordinaria figura di uomo, alto funzionario dello stato: penultimo questore reggente di Fiume ancora italiana, trovatosi a vivere e a svolgere il suo lavoro in un periodo drammatico della storia d’Italia e d’Europa, in cui, più che in altri tempi, soprattutto chi rivestiva cariche importanti ed occupava posti di responsabilità si è trovato di fronte ad una scelta difficilissima: obbedire alle leggi dello stato o alla propria coscienza?
Quelle leggi, infatti, non collimavano più, nè con i principi della morale cristiana, e neppure con quelli della più semplice e primitiva etica umana.
Diamo dunque prima di fermare l’attenzione sulle pagine del volume in esame, uno sguardo al periodo storico in cui ebbe la sorte di vivere e di operare Giovanni Palatucci.
Sono gli anni tristissimi della seconda guerra mondiale che, a dire di Hitler, doveva instaurare il “nuovo ordine” nazista.
Prima che scoppiasse la guerra in Europa, le misure adottate da Hitler ai danni degli ebrei parvero essenzialmente intese ad escluderli da tutte le funzioni all’interno della società tedesca.
Risultato di questo progressivo isolamento fu che la maggior parte degli ebrei decisero di lasciare spontaneamente la Germania, l’Austria e il protettorato di Boemia e di Moravia.
Ma dopo la conquista della Polonia, più di tre milioni di ebrei si trovarono sotto il controllo tedesco e il loro numero superò i sette milioni dopo che i nazisti estesero la loro egemonia nell’Europa orientale, nei paesi baltici, nei Balcani, nella Russia Bianca Orientale e nell’Ucraina.
Fino all’ottobre del ’41 agli ebrei fu teoricamente consentito di emigrare, ma, in realtà, solo poche migliaia di privilegiati (e con aiuti, sotterfugi, ripieghi di vario genere) riuscirono ad abbandonare le regioni controllate dalle forze armate del Reich. [ràik].
Tre settimane dopo l’invasione della Polonia, il 21 settembre 1939, il capo dell’ufficio centrale di sicurezza del reich ordinò di tenere gli ebrei polacchi rigorosamente raggruppati “come prima premessa per lo scopo finale”.
Il 23 novembre dello stesso anno gli ebrei polacchi ebbero l’ordine di indossare una specie di distintivo, la stella gialla.
Nel 1940, quasi tutti gli ebrei polacchi furono imprigionati nei ghetti, che potevano contenere alcune migliaia di persone, fino al mezzo milione del ghetto di Varsavia.
I ghetti erano separati dai quartieri ariani per mezzo di alti muri e barriere di filo spinato ed erano sorvegliati dalla polizia.
Ad un certo momento i tedeschi considerarono la possibilità di deportare tutti gli ebrei d’Europa nel Madagascar. Ma poi non se ne fece più nulla. Nei paesi dell’Europa orientale occupata dai nazisti gli ebrei finivano quasi sempre internati in campi speciali.
Il 31 luglio del ’39 Goering dette a Heydrich l’ordine scritto di fare tutti i passi necessari per “una soluzione generale del problema ebraico nelle zone europee d’influenza tedesca”.
“La soluzione finale, del problema ebraico in Europa, sarà applicata a 11 milioni di persone” dichiarò Heydrich il 20 gennaio del ’42, nel suo piano alla conferenza di Wannsee [wonnsee]: infatti per gli ebrei non c’era posto: la guerra mondiale, come aveva detto Hitler, avrebbe dovuto portare al loro sterminio in tutta Europa.
Nel 1942 la situazione degli ebrei cambiò in peggio: Hitler vedeva il conflitto come una lotta apocalittica tra le forze del bene, guidate dalla Germania, e le forze del male, di cui il “bolscevismo giudaico” era l’espressione suprema. Una nuova guerra mondiale avrebbe segnato lo sterminio della razza giudaica in Europa.
E il programma fu realizzato con esecuzioni in massa, deportazioni, lavori forzati, “esperimenti medici”. All’inizio del ’45 erano morti 6 milioni di ebrei.
In tale contesto storico si svolse l’opera di Giovanni Palatucci, che nel bel mezzo di questi orrori, senza lasciarsi turbare, senza clamori, nella silenziosa semplicità di chi segue con naturalezza un percorso di vita che gli è connaturato, compì azioni che oggi suscitano ammirazione e stupore.
Azioni che hanno prima determinato, a furor di popolo, la sua proclamazione a “servo di Dio” e che hanno poi portato a numerosi riconoscimenti da parte degli ebrei e quindi all’attuale causa di beatificazione e canonizzazione.
Numerosissime sono le sfumature, i chiaroscuri, gli approfondimenti palesi e nascosti che andrebbero sviscerati e studiati.
D’altra parte l’opera non può considerarsi una semplice biografia, scritta da un’illustre perito storico, nominato dall’eminentissimo Cardinale Ruini per il processo di beatificazione.
Da essa emerge la ricerca accurata e metodica tendente a dimostrare, (attraverso le notizie biografiche, le lettere del protagonista, le numerose testimonianze di familiari, amici, persone beneficate e familiari beneficati, gli studi e gli articoli apparsi su numerose riviste) l’esistenza, nella vita di Giovanni Palatucci e nel suo indubbio e acclarato eroismo, degli elementi necessari al riconoscimento del “martirio” e della “santità”.
Ammirevole, per questo, il metodo rigorosamente scientifico seguito, dopo le dotte prefazioni del postulatore della causa di canonizzazione mons. Gianfranco Zuncheddu, dell’ebreo Georges De Canino, storico della Shoàh, del prof. Luigi Miraglia, presidente dell’Accademia “Vivarium Novum”, dopo note chiarificatrici sul “fondo documentale Giovanni Palatucci” dopo le lettere dell’eroe, e una ben circostanziata cronologia essenziale.
Il volume è diviso in 12 capitoli:
  • Il primo attraverso numerose testimonianze attinte da documenti e giudizi espressi da personalità autorevoli, ci presenta Giovanni Palatucci penultimo questore reggente di Fiume italiana, come martire cristiano.
    § Il secondo, dedicato alla famiglia dell’eroe, all’ambiente in cui si formò, dall’infanzia alla conclusione degli studi, dà la possibilità di seguire da vicino la lenta e naturale formazione di un carattere adamantino, di una personalità lineare dalle idee ben chiare e dai principi cristiani fermi e sicuri. Infatti, gli esempi dei nonni, dei genitori e soprattutto degli zii (autorevoli e santi religiosi), impressero nel giovane il timbro, non solo, della rettitudine ma, addirittura, dell’eroica fermezza che porta alla santità.
  • Il terzo capitolo tratta della permanenza del Palatucci a Torino (dal ’32 al ’36) ove si laurea in Legge; svolge il tirocinio forense, supera gli esami per l’esercizio della professione all’albo degli avvocati e procuratori di Ivrea, e dove, poichè non ottiene l’iscrizione per aver trascurato di presentare tutti i documenti necessari, presenta domanda di assunzione nell’amministrazione della Pubblica Sicurezza.
  • Il quarto capitolo riguarda la sua nomina a vicecommissario aggiunto a Genova, dove resterà in servizio pochi mesi, fino ad ottobre, per essere poi trasferito, per punizione, a Fiume per essere venuto in contrasto con colleghi e superiori a causa della sua ferrea integrità morale.
  • Dall’insediamento a Fiume nel novembre del 1937 alla morte drammatica del 10 febbraio del 1945, nel campo di sterminio di Dachau, viviamo, gli otto anni d’ininterrotta ed eroica carità del Palatucci. L’apparente casualità della scelta della carriera e del trasferimento a Fiume, possono essere interpretate, se si crede che le vie del Signore sono imprevedibili ed imperscrutabili, come un intervento della provvidenza. Anche se i fatti sono oggettivamente narrati: avrebbe potuto esercitare la professione di avvocato, ma era stato poco diligente nel presentare la documentazione o pare secondo una testimonianza della sorella che non se la sentisse di affrontare una professione che avrebbe potuto richiedere qualche compromesso con la coscienza. Si era affrettato, per necessità economiche, ad entrare in polizia e per puro caso era giunto a Fiume dove aveva trovato un mondo pulsante di difficoltà, di dolori e di miserie il mondo cui forse inconsapevolmente aspirava la sua anima. Egli, che era stato esitante nell’avvocatura, critico e forse intemperante di fronte alla fredda burocrazia dell’ufficio di Genova, si buttò a capofitto in un lavoro senza sosta, là dove alla legge dura e spietata, si poteva sostituire la legge dell’amore e della carità, donando al fratello il refrigerio dell’amore fraterno. A Fiume, infatti, dove, con la carica di vicecommissario aggiunto, si vide affidata la responsabilità dell’ufficio stranieri, esisteva una numerosa comunità ebraica e, appena entrarono in vigore le leggi razziali, (il 17 novembre 1938), il suo compito fu proprio quello di schedare, sorvegliare gli Ebrei ed evitare che avessero rapporti con gli Ariani.
    Fu da allora che cominciò con vero spirito di abnegazione a dedicarsi alla protezione degli Ebrei perseguitati; e che probabilmente rinunciò definitivamente alla carriera di magistrato.
    Soddisfatto, tranquillo, non è più stimolato dall’ambizione a una professione più gratificante: eppure non ha ancora trent’anni!
    In questo V capitolo, prima di passare ai particolari sulla salvezza di migliaia di ebrei operata da Giovanni Palatucci, è introdotto un paragrafo sulle leggi razziali, accompagnato dall’intero decreto legge del 17-11-1938. Seguono numerose testimonianze e lettere su salvataggi operati dal ’39 in poi. Le lettere più importanti sono quelle inviate allo zio, S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna. Esisteva, in provincia di Salerno, un campo di raccolta di ebrei dove Giovanni Palatucci riuscì a convogliare i migliaia di perseguitati (dall’inizio della guerra nel giugno del ’40 all’8 settembre del ’43 gli ebrei messi in salvo furono circa 6000) e collocarli sotto la benevola protezione dello zio vescovo. Dopo l’armistizio, altri 2000. Ormai Fiume era nelle mani dei tedeschi e il Palatucci, nominato questore reggente, impiegava tutto il suo tempo nella protezione dei deboli e degli oppressi, pur difendendo e sostenendo fermamente l’italianità di Fiume e la dignità dei suoi poliziotti, privati delle armi.
    Numerosi sono i riconoscimenti di eroismo e santità per il dottor Palatucci: il primo da parte degli israeliti che gli conferiscono, fra l’altro, l’altissimo titolo di “Giusto tra le Nazioni”; il secondo da parte delle autorità italiane (conferimento della medaglia d’oro al merito civile) e infine l’ultimo da parte della chiesa: l’editto per la causa della beatificazione e canonizzazione come servo di Dio. L’altissima considerazione finale sulle gesta e sulla fine di Giovanni Palatucci espressa per bocca di autorevoli personalità del mondo ebraico e cristiano ci trova certamente tutti concordi: in Giovanni l’eroismo, il martirio non furono l’espressione di un istantaneo atto di coraggio, ma il frutto lentamente maturato di un’azione lunga e costante di paziente e sofferente opera di carità. “Martirium Caritatis” lo chiama il gesuita Piersandro Vanzan: “questa forma di martirio, più lunga, diuturna, e lacerante, richiede di essere continuamente ribadita, motivata e voluta e tale lacerazione diventa massima quando bisogna disobbedire alle leggi umane per obbedire a Dio. Emblematica e chiarificatrice dei sentimenti e dei principi più nobili è la frase di Giovanni: “Ci vogliono dare a intendere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare ciò che il cuore e la nostra religione ci dettano”.
  • Saltiamo a pié pari il VI capitolo, dove si vuole demolire la pur casta e delicatissima, presunta storia d’amore con l’ebrea Mika Eisler, per scoprire che questo libro non è solo un’originale biografia, e un’opera agiografica ma, è un vero trattato storico - filosofico che solo il multiforme e poliedrico ingegno di chi lo ha scritto poteva produrre.
  • Nel VII capitolo oltre alle testimonianze del ruolo di Giovanni nella resistenza e del suo coinvolgimento in “un piano per l’indipendenza di Fiume”, dell’impavida sfida al pericolo nazista, si trovano documenti sull’arresto, la deportazione e il decesso di Giovanni Palatucci. Si sa che fu arrestato e poi inviato a Dachau, ma non si conosce l’esatta motivazione dell’arresto.
    La lunga protezione concessa agli Ebrei o l’adesione al C.L.N. ( comitato di liberazione nazionale ) ? O il tentativo di consegnare agli inglesi un piano relativo alla sistemazione di Fiume come città indipendente?
    Si sa che morì a Dachau, ma è incerta la causa della sua morte: gli stenti? Le violenze subite? O il tifo che infuriava nel campo? Lo stesso racconto del testimone “De Visu” Dottor Feliciano Ricciarelli, suo collega e conterraneo, che lo incontrò nell’infermeria del campo già ammalato, appare vago e sfumato.
  • L’ottavo capitolo descrive l’attualità della memoria del servo di Dio come testimone della fede: da numerose testimonianze apprendiamo che egli fu ed è considerato “santo”, titolo equivalente a quello di “giusto” come si augurano gli autori che venga ben presto ufficialmente riconosciuto. Tale riconoscimento di santo e martire rafforzerebbe i rapporti tra chiesa cattolica ed ebraica contribuendo all’avvicinamento della chiesa cattolica all’ebraismo, così caldamente promosso da Giovanni Paolo II, culminato nel “mea culpa” del nostro Pontefice. Si esamina, alla luce di articoli e testimonianze, il concetto di “Martyrium in odium fidei”, meglio approfondito nel capitolo XI, corroborato con l’esempio di Massimiliano Maria Kolbe.
  • Il capitolo IX, può essere definito la “sezione antologica”, con le numerose testimonianze di personaggi eminenti, oltre che di uomini e donne comuni, che sono sottoposte attualmente all’esame della commissione teologica nel processo per la causa di beatificazione e canonizzazione.
    Le testimonianze sono tutte interessantissime e certamente rilevanti ai fini che si propongono; ma quella che mi ha colpito di più, nella sua lineare semplicità, è la dichiarazione di Amerigo Cucciniello, ex collaboratore del questore. Vivo e commovente il ritratto che traccia del suo superiore: ”di natura molto riservata, con uno stile di vita austero, intellettuale vivace e competente, non solo nel campo giuridico e professionale ma anche in campo filosofico………
    Comunque in questo capitolo le testimonianze si susseguono numerosissime, da quelle di s.e. monsignor Palatucci e del fratello, padre Alfonso, alle altre non meno significative di s.e. mons. Gastone Mojaisky Perrelli; da quelle dei collaboratori di ufficio ad altre di persone beneficate o salvate, di compagni di sofferenza e prigionia. È un capitolo che va letto con attenzione e rispetto.
  • I capitoli successivi (X, X1, X11) costituiscono il frutto del lavoro storico-teologico applicato con perizia ed acume alla interpretazione conclusiva della figura eccezionale e delle vicende di Giovanni Palatucci. Nel capitolo X, intitolato “Il giudizio della storia su Giovanni Palatucci - una nostra risposta ai pochissimi detrattori”, sono demolite alla luce delle copiose e robuste testimonianze precedenti, quelle contrarie della “rivista storica della società di studi fiumani” e quella del professore Marco Coslovich, pubblicata nella rassegna mensile “Israel”. Le tesi sostenute in questi articoli prendono l’avvio da un certo revisionismo storico, per cui si vorrebbe dimostrare che il fascismo mai perseguitò sul serio gli ebrei e che le azioni del Palatucci a favore di costoro non furono che l’esecuzione di compiti di ufficio da parte di un funzionario dello stato che eseguiva ordini superiori.
  • Demolite facilmente e rapidamente le contestazioni dei detrattori, nel capitolo XI, è considerato il valore del “Martirio Cristiano” nel senso storico e teologico, corredandolo di una ricchissima serie di note di carattere bibliografico. L’impostazione e lo sviluppo danno a questo capitolo e al successivo, l’aspetto di veri e propri trattati a sé su argomenti di difficile interpretazione: ”Il martirio in senso cristiano”e l’antisemitismo”.
  • Il capitolo XII del volume costituisce una dotta trattazione della questione giudaica e studia attentamente l’antiebraismo dalle sue origini alla “soluzione finale” di Hitler.
    Si parte dalla fase precristiana, addirittura dall’epoca della “cattività babilonese”, durante la quale, secondo il teologo Hans Kung, si sarebbe determinato un vero e proprio “autoisolamento” del popolo ebraico nei confronti delle altre nazioni ritenute escluse dal patto di alleanza riservato da Dio al popolo eletto.
    Un’attenta analisi conduce da queste lontane origini dell’antiebraismo (dovute all’“autoseparazione socio-religiosa del popolo eletto da Dio”), attraverso un excursus storico-politico-religioso, dal quinto secolo A.C. all’età ellenistica, a quella dell’impero romano, al MedioEvo, all’età della riforma e, via via, fino all’antisemitismo e antigiudaismo dei tempi moderni in Austria e in Germania.
    Partendo dal concetto di “martire”, quale fu inteso nei primi secoli della cristianità, si passa in rapida rassegna (attraverso testimonianze storiche) il numero stragrande di martiri, che con i metodi più orripilanti furono tormentati e caddero per testimoniare la loro fede o per non rinnegarla. L’autore ricorda poi come la chiesa pose dei criteri per regolare il culto dei martiri; motivo per cui in un editoriale della “civiltà cattolica” sul senso del martirio cristiano si afferma fra l’altro: “La morte subìta dal martire gli deve essere inflitta da un altro in odio della fede o di una delle verità e delle virtù cristiane”. Ma, partendo da questa e dalle altre rigorose affermazioni, si può, attraverso deduzioni, giungere al concetto che anche chi è ucciso per aver compiuto un atto di carità, per aver difeso la giustizia, per essersi opposto a chi ha commesso gravi ingiustizie contro in deboli…. è da considerarsi martire’’.
    Ordunque se il concetto tradizionale di martirio si è così ampliato in questi ultimi anni, Giovanni Palatucci, alla luce di tutte le testimonianze citate, merita certamente il titolo di martire: aiutò il prossimo, soprattutto i deboli e le vittime delle sopraffazioni, non cercò gloria, né gratitudine, non si lamentò mai; fu compassionevole, gentile, corretto; non evitò il rischio e, quando si rese conto che era esposto al pericolo dell’arresto e che avrebbe potuto trovare scampo in Svizzera (ai cui vàlichi era giunto per accompagnare due signore ebree da mettere in salvo: la presunta fidanzata, Mika Eisler, e sua madre), preferì tornare a Fiume a compiere il suo dovere, ed espletare in pieno il compito di carità che si era assegnato.
    L’affermazione centrale, pilastro della tesi sostenuta di “santità “e di martirio” e’ quella che leggiamo a pag.33: “la sua fu vera e autentica carità, non semplice filantropìa”.
    Abbiamo parlato di sobrietà, di riservatezza, a proposito del dott. Palatucci e del suo epistolario, e pare che sobrietà e riservatezza si stendano su tutta la sua vita, sulle notizie che lo riguardano, perfino sulle testimonianze.
    Pare che su tutto ciò che riguarda la vita, le attività, perfino la malattia e la morte del nostro eroe sia calata una delicata cortina, un velo protettivo. Forse l’ha determinato lui stesso, col suo carattere schivo, che riteneva puro dovere ciò che per noi è dedizione ed eroismo; forse l’atmosfera di mistero che avvolgeva necessariamente l’attività antinazista e, successivamente, l’azione di occultamento che gli stessi tedeschi operarono delle loro scelleratezze fecero in modo che molte delle splendide prove di eroismo del questore prima e del prigioniero poi rimanessero celate. Ma vennero, poi, ugualmente alla luce soprattutto per la riconoscenza di chi sopravvisse a causa di quel sacrificio. Furono, infatti, gli Ebrei a tributare i primi e più alti onori a Giovanni Palatucci e ad offrire spontaneamente testimonianze perché la chiesa cattolica riconoscesse ufficialmente la Santità.
Particolare acume e rigoroso spirito di verità si riscontra nello studio dell’antigiudaismo cattolico, soprattutto dall’inquisizione in poi, fino a giungere alla dichiarazione conciliare “nostra aetate” del 1974, che libera definitivamente gli ebrei dall’accusa di “deicidio” e di “responsabilità collettiva” nell’uccisione di Gesù Cristo. Poi vengono presi in esame tutti i particolari degli errori del sistema nazionalsocialista di Hitler, dai “lager” alla Shoàh. E si trova qui, nella trattativa approfondita dei lager e dei campi di sterminio, l’occasione di tornare a Giovanni Palatucci. Un paragrafo a parte viene infatti dedicato a Dachau, il primo campo di concentramento nazista. Esso fu inaugurato nel 1933; destinato alla reclusione degli oppositori del regime fu affidato alla gestione delle famigerate S.S.. Con un rigido sistema organizzativo e una rigida sorveglianza divenne ben presto un modello per gli altri campi che saranno costruiti in seguito. Dal 1938 iniziò la deportazione degli ebrei.
Sul suo esempio nacquero altri campi di cui il più noto per le sue crudeltà fu quello di Auschwitz.
La descrizione particolareggiata dei “campi”, della loro organizzazione, della “vita” (se così si può dire) che vi conducevano gli sventurati prigionieri, accompagnata da un’agghiacciante documentazione fotografica, ci fa scendere nel cuore di queste bolge infernali. E di qui abbiamo la possibilità di dare un ultimo sguardo alla storia personale del “servo di Dio”: arrestato in piena notte, il 13 settembre 1944, fu tradotto nel carcere Coroneo di Trieste per aver ottenuto la commutazione della pena capitale nella deportazione al campo di concentramento di Dachau. Qui giunse, dopo 40 giorni di permanenza in carcere e qui morì il 10 febbraio 1945. Possiamo solo immaginare le sue sofferenze e supporre che si spense vittima di un’ epidemia di tifo che imperversava ancora nel campo al momento della liberazione. Dobbiamo a questo punto fermarci: abbiamo tentato di lumeggiare anche noi brevemente la storia di Giovanni Palatucci e le motivazioni che sicuramente lo porteranno alla gloria degli altari.
Ora non ci resta che rivolgere i nostri elogi ammirati agli autori per il pregevole lavoro svolto. La raccolta di testimonianze e la documentazione accurata di notizie su tutte le vicende della vita del Palatucci si concludono infatti con questo 12º capitolo, cui io ho solo accennato, ma che meriterebbe di essere analizzato in uno studio a parte, sia per la completezza delle informazioni storiche, sia per la chiarezza e l’obiettività dei ragionamenti usati nel lumeggiare il progressivo isolamento degli ebrei nel corso dei secoli, da una parte, e il progressivo incalzare della crudeltà di Hitler e dei suoi accoliti fino all’atrocità agghiacciante della “soluzione finale”. Un cenno a parte meritano gli ultimi paragrafi riguardanti i “dieci punti fondamentali del problema ebraico”; l’elenco per cognomi di tutte le famiglie di ebrei italiani, ma soprattutto la bibliografia ricchissima e aggiornata, fonte inesauribile di notizie per chiunque volesse accingersi ad uno studio sia sugli ebrei sia su alcune delle più tormentate pagine di storia che l’Europa abbia vissuto.

Prefazione di Luigi Miraglia, presidente dell'Accademia Vivarium Novum
Quando si pensa a Fiume, la memoria corre subito alle imprese superomistiche del D'Annunzio, ai suoi giovani legionari, alla conquista dell'italianissima città sui nostri confini, ai sogni di gloria d'un Paese ancora animato da ideali risorgimentali. Ma a Fiume, alcuni anni più tardi, un nuovo e diverso eroismo accese il petto d'un uomo che, al contrario del vate guerriero, amabat nesciri; a tal punto, che delle sue gesta e della sua azione volta alla salvezza di migliaia e migliaia di esseri umani sottoposti a soprusi e angherie non si seppe nulla per lunghi anni. Quell'uomo si chiamava Giovanni Palatucci, ed era il penultimo questore italiano di Fiume. Sentii parlare del Palatucci la prima volta a Montella, dove vivo da alcuni anni, tra i monti vestiti delle selve secolari e maestose dell'Irpinia, fra scroscianti cascate e arcadici paesaggi, tra gente austera come la roccia dei gioghi appenninici e genuina, sincera, onesta come 1'acqua delle innumerevoli fonti che vi scaturiscono. La vecchia piazza del mercato avrebbe presto cambiato nome, e un monumento bronzeo era stato commissionato a un giovane scultore dal promettente avvenire, Gildo Varallo. Piazza e busto sarebbero stati dedicati a Giovanni Palatucci, figlio di queste terre, di cui i concittadini onoravano così il ricordo non disgiunto da un motivato orgoglio. M'informai allora sulla vita e le imprese di quest'uomo per me fino ad allora sconosciuto, e appresi cose che mi fecero sentire onorato di vivere, sia pur come ospite, nello stesso paese che gli aveva dato i natali. Un solo libro era stato al tempo pubblicato sulla figura del Palatucci, quello scritto da Goffredo Raimo, ma bastava per poter accendere d'entusiasmo per la nobile figura del giovane questore, eroicamente morto in campo di concentramento, vittima della brutalità delle umane belve che s’agitano senza tregua in quest’atomo opaco de4l male, in quest’aiuola che ci fa tanto feroci

 

.………….

xxx

 

CAPITOLO I

GIOVANNI PALATUCCI, MARTIRE CRISTIANO

Metodo usato nella ricerca e nella divisione dello studio
Per comprender bene e a fondo l'opera del servo di Dio Giovanni Palatucci, penultimo questore reggente di Fiume italiana, il suo eroismo cristiano, che culminerà nell' olocausto della sua giovane vita, per aver sottratto allo sterminio della nefandezza nazista oltre seimila ebrei, è necessaria un' attenta analisi dell' ambiente e del tempo in cui egli VIsse. La terra natale, la famiglia, la severa educazione impartitagli, i suoi studi e il carattere forte e deciso, contribuirono molto a formargli una fede robusta, rafforzata da quelle virtù cristiane che si riveleranno determinanti nelle future scelte della sua vita. Il suo operato lo spinse sempre non solo a una sconfinata carità, che ha fatto di lui un esempio di bontà per tutti i tempi, ma anche a una continua lotta contro gli orrori della follia nazionalsocialista di Hitler, evidenziando, in ogni circostanza, coraggio, determinazione e risolutezza. Le circostanze storiche che lo videro protagonista, quando si trattò d'aiutare per una giusta causa, resero eroica la sua azione di soccorso e di salvataggio, facendogli attingere forza e luce dalla sua fede cristiana, come si cercherà di dimostrare. Egli seppe trasformare il suo vivere coi fratelli in un vivere per i fratelli. Difese gli oppressi, non scelse le mezze misure o, peggio, il compromesso; inculcò coraggio e fortezza anche nell'animo dei suoi collaboratori, fornendo egli stesso uno splendido esempio colla sua completa dedizione alla causa della verità, per amore di Cristo. Il presente studio, unicamente orientato alla ricerca delle fonti, rigorosamente documentate, ripercorre la breve ma intensa vita del giovane questore reggente Giovanni Palatucci, per accertare ch' essa fu tutta votata all'amore del prossimo, ma, soprattutto, di Dio, di Cristo e della Chiesa, spingendosi fino al supremo sacrificio del martirio. Il metodo usato non è quello apologetico; esso si fonda sulla documentazione sul servo di Dio in nostro possesso, che abbraccia l'arco di tempo che va dalla sua nascita alla prematura morte, per considerare tutti i futuri sviluppi della sua memoria. Perciò sono state esaminate le sue lettere e tutto ciò ch' è stato scritto su di lui: dalle biografie ai numerosi studi e articoli, apparsi su riviste nazionali ed estere. Gli archivi consultati sono stati sempre citati; e, parimenti, è stata documentata l'autenticità del materiale raccolto. Il servo di Dio non ci ha lasciato nessuno scritto o diario. Pertanto le sue lettere, perlopiù occasionali e indirizzate ai superiori o ai colleghi, per questioni di lavoro, o spedite ai suoi familiari, sono l'unica fonte di prima mano. A esse vanno aggiunte le testimonianze e dichiarazioni postume, rilasciate sia dai suoi collaboratori, sia dai sopravvissuti allo sterminio nazista, e da lui stesso salvati. La maggior parte delle dichiarazioni e testimonianze sono contenute nella corposa e dotta biografia del servo di Dio scritta dal compianto professor Goffredo Raimo, A Dachau, per Amore1; si tratta d'importanti audizioni, effettuate dal primo ed unico biografo, che contribuiscono sicuramente a provare l'uso delle virtù cristiane in modo eroico, da parte del funzionario, nell' esercizio della sua professione. Altre testimonianze sul martire sono ricavate dagli scritti inediti contenuti nel "Pondo documentale" e dall'ultimo e recentissimo libro scritto in sua memoria a cura del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Giovanni Palatucci. Il poliziotto che salvò migliaia di ebreP. Infine, sono state esaminate le escussioni realizzate dal reverendissimo postulatore, l'avvocato Gianfranco Zuncheddu, che ringraziamo. Riportiamo, in seguito, alcune delle tante testimonianze che ci sembrano pertinenti per dimostrare che Giovanni, grazie alla sua conoscenza della realtà multi etnica fiumana, a prevalenza ebraica, avversando veementemente le ignominiose leggi razziali, iniziò, sia pure indirettamente, il suo iter verso il martirio. Tali testimonianze costituiscono sicuramente un valido argomento per dimostrare che la vita del servo di Dio fu finalizzata unicamente al conseguimento del bene dei fratelli......

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