Michele Bianco IL CREDO DI DANTE NELLA DIVINA COMMEDIA Ed. Le Radici - Gennaio 2006 – Avellino

È stato definito "un gioiello estetico per l'originalità del taglio ermeneutico dove la filosofia speculativa si concilia col cristianesimo".
Recentissimo lavoro letterario di indagine teologica – filosofica

Commento a cura di Rosa Maucione

Il saggio, un sapiente studio teologico del più grande poema dantesco. È stato adornato di numerose stampe a colori. Anche se destinato ai giovani, traspare evidente, dalla lettura di questa originale presentazione, l’attenta e acribica ricerca del credo di Dante negli spunti più salienti che fanno di Dante un devotissimo cattolico. È stato stampato in una tiratura di 5000 copie, su carta palatina, e distribuito, gratuitamente, col settimanale cattolico della Diocesi di Avellino, "Il Ponte". Ampio è il rimando bibliografico che rimanda ad una selezione dei migliori volumi scritti sull’argomento. È suddiviso in 4 capitoli: il primo introduce il lettore alla conoscenza didattica di Dante e all’universalità del suo messaggio; il secondo, Il Credo Nicecostantinopolitano: un tentativo di analisi Filosofico-Teologica, rende possibile "l’accordo tra filosofia e fede" dove la ricerca della "Professio fidei" di Dante, ispirata da Dionigi, Agostino e Tommaso, emerge chiara in " Io credo…, in Dio Uno…, e Trino…, Creatore e Signore del cielo e della terra…," comincia con " _Creazione e peccato… Maria Santissima…, La Santa Chiesa Cattolica…, Il Papa…, La Comunione dei Santi…, Remissione dei peccati, Resurrezione della carne e vita eterna…". Il capitolo III è dedicato alla Vergine Maria e ai personaggi del Nuovo Testamento nella Divina Commedia. Conclude il saggio il capitolo IV: "Orientamento per lo studio di Dante tra Teologia, Filosofia e letteratura, dove l’autore offre un orientamento didattico per la critica di Dante dal quale trae una serie di spunti di insegnamento etico – morale: Dignità e saldezza di condotta, Discordie e divisioni, perdono, Mode invereconde e sconce, Freno alle passioni e ai sensi. Infine nella Conclusione sono consigliate piste di lettura delle cantiche più salienti per quest’itinerario.

PREMESSA

Il breve lavoro sul Credo nice­no-costantinopolitano è destinato, perlopiù, ai giovani studenti; perciò, di là dall'"altezza della matera", è stato pensato e   scritto in modo semplice e scorrevole per facilitame la lettura.

Le tematiche affrontate riguardano, stricto sensu, la fede della Chiesa e dei credenti; per chi desidera approfondirle è di gran­de utilità il ricco rimando bibliografico, che ha inteso selezio­nare i migliori volumi scritti sull'argomento, da me tangen­zialmente sfiorato brevibus verbis.

Il poco tempo a disposizione, e la specifica richiesta che mi è stata avanzata, non è guari, di realizzare un "agile volumetto per le scuole", mi hanno costretto, vi coactus, a sorvolare su molti aspetti importanti, impedendomi di effettuare un'ermeneutica attenta e profonda e uno studio rigoroso, se­condo il mio metodo zetetico di studioso.

Spero, comunque, di non deludere le attese; al contrario, se in qualcuno si "raccende l'amore" per Dante, sarò affatto ripa­gato.

"Ma se invece - per dirla col grande Manzoni - fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta".

Un grazie cordiale a don Gerardo Capaldo, direttore del set­timanale cattolico dell'lrpinia "Il Ponte", che ha voluto e inco­raggiato questo breve saggio. Esprimo, infine, vivissima gratitudine ai carissimi amici, dott. Angelo Disanto e dott. Andrea Ricchiuti, che mi hanno fornito consigli e suggerimenti preziosi, e senza il cui aiuto cotesto saggio non avrebbe mai visto la luce in questa forma.

Sac. dott. Michele Bianco

CAPITOLO I
DANTE TRA FILOSOFIA E TEOLOGIA

1. Guida didattica alla conoscenza di Dante
L'universalità del Poema dantesco è atte stata non solo dalla mole degli studi ispirati in ogni tempo ad ogni nazione civile, ma anche dal fatto che ogni secolo vi si specchia e quasi si configura, rivelando, nella sua capacità di comprenderle, le varie forme spirituali.
La generazione coeva, o di poco posteriore all' Alighieri (12651321), vide nella Commedia il "tesoro" del sapere teologico, filosofico e, in una tal quale misura, anche scientifico del tempo: i commenti del Boccaccio (1313-1375) I e d'altri chiosatori del Trecento insistono sulla nota erudita e dottrinale a scapito dei valori poetici.

I Si rinvia, per tutte le questioni relative al Boccaccia dantista, al profilo critico tracciato da G. Padoan, Boccaccio, in Enciclopedia dantesca, va\. I, Roma 1970, pp. 645-650; si veda Id., L'ultima opera di Giovanni Boccaccio. Le "Esposizioni sopra il Dante ", Firenze 1959; A Rossi, Dante nella prospettiva del Boccaccio, in "Studi danteschi", XXXVII, 1960, pp. 63-139. Tra gli studi più recenti si segnalano: Società Dantesca Italiana (a cura di), Giovanni Boccaccio editore e interprete di Dante, Firenze 1979; C. Cazalé Bérard, Dante e Boccaccio: due strategie del narrare d'amore, in "Rassegna europea della letteratura italiana", IIl, 1994.

L'Ottocento ha capovolto questa concezione critica, esal­tando i brani di poesia "pura"; e, nel fervido clima risorgimen­tale, i motivi etico-nazionali e politici, mettono in margine l'elemento didascalico, il sovrasenso anagogico, i valori reli­giosi e mistici, e via enumerando. L'arte secondo la nota enun­ciazione romantica non soffre eteronomie: il pathos umano, la rappresentazione fantastica, il dato espressivo lirico, descrittivo e narrativo furono l' humus più feconda della portentosa disa­mina ottocentesca. D'altra parte la scuola storica e filosofica con indagini scrupolose, di cui molte definitive, ha approntato il corredo cronologico, biografico e nozionale ed anche più ampiamente documentario, indagando i problemi di lingua e di stile e fornendo un adeguato apparato critico del Poema. Ed il nostro secolo, ch'è da poco passato? Dobbiamo anzitutto con­fessare la nostra perplessità (mia e d'altri studiosi) nell'indicare un terminus dal quale si possa ragionevolmente parlare d'un nuovo orientamento dell'esegesi dantesca; mentre il Barbi (1867 -1941), ch'è il più autorevole continuatore della scuola filologica (nel senso vichiano) s'addentra notevolmente nel Novecento, il Pascoli fa capolino con Minerva oscura nel 1898, il Croce pubblica nel 1921 La poesia di Dante, e il V ossler modifica nel 1925 la prima edizione del 1907 sulle varie Genesi della Commedia. A me pare che una svolta della critica sulla Commedia possa esser riconosciuta nel saggio del Croce, anche perché ancorato ad una salda formulazione di principi. Accantonando come "allotrie" le interpretazioni estranee all'Arte, definita - com' è noto - quale intuizione - espressione lirica, il Croce ha approfondito la distinzione fra struttura e po­esia, già accennata dal De Sanctis, sceverandone i temi dal "romanzo etico - politico - religioso". Tornerò sull'argomento nel prosieguo del saggio.

2. Il messaggio di Dante

Nulla rende Dante più grande del suo tempo, e, sotto taluni aspetti, di tutti i tempi, che l'attualità indeclinabile del suo pensiero di poeta e di uomo.

Quest'attualità scaturisce, come da una fonte perenne, dalla sovrana architettura della sua mente, che abbraccia la vita u­mana, nella sua essenza e nei suoi rapporti fondamentali con l'ambiente, in una visione ampia, solare, onde l'analisi dei pro­blemi sociali, politici, religiosi, scientifici della sua età non si ferma alla semplice diagnosi, ma pone in essere una prognosi precisa. Questa visione universale delle cose del mondo, tutte concentrate nella Commedia, ma con chiari riferimenti o deri­vazioni anche ad altre sue opere, come il De Monarchia, ad e­sempio, illuminano la società dell'uomo, di là dalla sua età, di­latando il respiro di quella luce sulla vita di relazione, di tutti i tempi posteriori al Poeta.

Egli ricerca - e trova - nelle rughe pensose della storia, do­ve l'indagine dei più s'arresta, tutto quanto sia più confacente alla sua indole: tetragona al male, nemica del compromesso, avversaria irriducibile - perciò l'esilio - dei potenti, che, gene­ralmente, sono i prepotenti; anzi tanto più il Poeta si dimostra implacabile, quanto più quelli sono in alto: non gl'importa la cattedra da cui essi calpestano gli umili, schiavizzano lo spirito delle folle, immiseriscono e degradano il destino della grande armata inconsapevole della comunità umana, brulicante d'idee innovatrici, perché assetata di verità e di giustizia.

Egli è l'alfiere irriducibile di quest'armata: tanto più invit­ta, quanto più cade, com'è sorte di ogni autentico genio, sotto il peso della fortuna avversa: implacabile, eterna nemica delle menti eccelse, perché meretrice delle corti, ipocrita plorante degli altari.
La natura di questa mente è ciclopica e spaziante nel tempo con la libertà dell'ingegno consapevole: aquila, raccogliente il volo, soltanto sulle agugliate cime, da dove mira il confuso formicolio della grande massa strisciante sulla terra, per mordersi l'un l'altro, per contendersi in vanità e cupidigia, e "quanto una fossa serra" è in ciascun' anima, qualunque sia l'età cui appartenga, allo stato latente: ecco perché tutte le epoche, a Dante posteriori, si riconoscono in lui, ond'egli è figlio di tutti i popoli, ma è anche il padre spirituale di tutte le genti; è la voce del passato, ma anche il monito per l'avvenire, in quella meravigliosa sintesi del tempo che si chiama presente.
Quest'uomo solitario - e solo -, costretto a salire di scala in scala, a manducare quel "pane altrui" che "sa di sale", odiato più che amato, anche da chi avrebbe dovuto, per legge di natura, essergli vicino - e non lo fu -, forse perché "il tatto" l'affetto non raccendeva, è una fiaccola accesa sul mondo cui guardano le genti dell' orbe civile nell' infausta come nell'avventurosa sorte amica. Gli è che il Poeta divino è la testimonianza vivente di quanto sia capace di compiere il genio, avversato, deriso, umiliato, bandito, allorché, sposato al sacrificio e al dolore, nel titanico sforzo della nuova fatica, egli ha per fine l'elevare un altare di verità e di giustizia al bene.
Ecco perché Dante affossa nella brodaglia o nella melma, o attorca al fuoco i suoi nemici che, per essere i nemici di quella libertà che propugna, sono i nemici di quell'umanità, ch'egli anticipa, elevando in alto le anime semplici, perché quelle sono le anime libere, come Picarda Donati, Matelda, Beatrice.

 Dante s'eleva a giudice implacabile, non importa se, a volte, poco sereno, di tutta una umanità, giudicandola e assolvendola secondo i canoni di una legge non scritta, che affonda la sua ragion d'essere in una morale sublime: quella del Cristo, ma sconosciuta all'uomo, anche se l'estremo ossequio, ipocrita a tutti i livelli, mostra d'esserne consapevole. Egli sferza a sangue i principi e i re, ignavi di ogni risma, prevaricatori di ogni potere, cardinali e papi, ma sempre in difesa di quell'umanità, cioè di quella libertà, di quella morale, che i primi derisero dogmatizzandola, i secondi sprezzarono adattando la, di volta in volta, alla propria politica, coprendo, e gli uni e gli altri, così, le loro azioni di quell'ipocrisia divenuta ormai congeniale alle loro stesse funzioni esterne, ma che Dante punisce in tombe infuocate, sotto cappe di piombo e in tant'altri modi. Sicché, il messaggio, scaturente robusto da quest'atleta del pensiero, che non il nostro, come i passanti, ma i venturi secoli potranno raccogliere, per comprenderlo appieno, è un messaggio di pace nel bene e di bene nella pace, perché questa è, in definitiva, la morale di tutta l'opera e il pensiero di Dante. Esso - quel messaggio, cioè - è diretto, oggi più che mai, per una paurosa carenza di valori morali, a quella parte della umanità, i giovani, che avendo innanzi a sé la responsabilità dell'avvenire, più d'ogni altra potrà saperlo raccogliere, non per ignorarlo, ma per la disperata volontà d' applicarlo nella pratica, se il futuro vuoI salvo dalla rovina totale.
È un messaggio che si sostanzia d'eterno, perché la visione del mondo del Poeta, il modo come organizzarlo, il sistema come istaurare negli ordini sociali l'armonia della sua morale, è insita, ma priva d'energia, nella coscienza umana.
È dato a voi, o giovani, d'alimentarlo di bene e d'ideali perch'esso possa acquistare quel vigore d'operosità responsabile, garante d'un domani migliore.
È quanto, brevemente, cercherò di dire facendo, spesso, parlare il Poeta ex ore suo.

(per il seguito si fa riferimento al testo)

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