Francesco Petrarca, poeta del “Rinascimento”

L’esiguitas di spazio e di scrittura, che son concessi per un articolo, m’obbligano ad entrare, immantinente, in medias res, sforzandomi, brevibus verbis, di lumeggiare solo qualche aspetto dell’argomento de quo, che, in altra sede, sarà sviluppato ampiamente e colla dovuta acribia.

Per  comprender ciò che il Petrarca  rappresentò nel movimento letterario del XIV secolo bisogna andare oltre l’opera dei trovieri, dei feudi, dello stesso Dante (che compendiò in sé tutti i caratteri del suo tempo ma, come avviene per i grandi, oltrepassandoli e facendoli diventare patrimonio dell’intera umanità di ogni epoca storica): occorre passare in rassegna, almeno a brevi tratti, la vita, i sentimenti e l’arte dei medievali, per contrapporli all’attività creativa, culturale ed estetica più alta e più nuova degli autori del Rinascimento.  La filosofia, ancilla theologiae, era quella aristotelico - tomista, la philosophia perennis o classica, che si fondava sulla mistica: ed ogni forma d’arte, la pittura, la musica, la poesia, e via enumerando, erano un continuo carme alla Bellezza divina.

Ben presto,  però, la vita offrì nuovi orizzonti e l’uomo fu risollevato da questa condizione di sudditanza nei confronti d’uno stato teocratico -  considerato come una Respublica sub deo; e che gl’imponeva di pensare ed agire nell’ambito di rigidi schematismi precostituiti - e fu ricondotto ai problemi della quotidianità;  il divino fu avvicinato all’umano; l’amore divenne reale; allora l’arte tout court, espressione dei popoli, ebbe nuove forme più libere e più belle.

La natura proteiforme della produzione poetica dell’Aretino, ch’è ricca, complessa e variegata - espressione macrocosmica del microcosmo dell’autore – non potrà ch’esser tangenzialmente sfiorata, nella specificazione formale del tema ch’è oggetto di studio.

Nondimeno, anche soltanto dalla considerazione d’un sol aspetto della sua eclettica e versatile produzione artistica (fonte inesauribile di tanta lirica europea), la figura del grande letterato ne risulta viva e vibrante, per quel fervore d’intimi contrasti, onde il Petrarca è stato definito il “primo uomo moderno”.

Questo non significa punto ch’egli rompe ogni legame col passato; sopravvive, infatti, nella sua lirica, l’humus dell’impianto ideologico medievale e scolastico, come profondo sostrato culturale – che postula la funzione educativa dell’arte attraverso l’allegoria – ma esso  è in vivo contrasto con quell’insorgere irrefrenabile dell’ispirazione, ch’è modernamente soggettiva ed espressione d’una coscienza sovranamente libera.

Quest’aspetto è ben colto da Ferdinando Neri: “ Vero è però che, da un lato, il lirismo stesso del Petrarca si compone fin da principio per molti riguardi in una tradizione di schemi già preesistente, la grande tradizione della lirica amorosa provenzale italiana del XII e XIII secolo; dall’altro, l’intento unitario e architettonico del libro non rispecchia soltanto una concezione antiquata, ma un’esigenza attuale del poeta, la sua cosciente volontà di affermare, anche polemicamente, il nuovo ideale, la nuova visione della realtà, che egli incarna con sottile coerenza nella vita e negli scritti.

È questo l’ideale che oggi chiamiamo umanistico; il quale proprio in quegli anni, e per merito del Petrarca sopra ogni altro, nasceva e si affermava in Italia, parallelamente al dissolversi della civiltà comunale in rapporto con le nuove condizioni di vita imposte dalla civiltà delle signorie(1).

E difatti, il poeta assomma in sé tutti i caratteri dell’uomo moderno in antitesi con quelli del Medioevo: fa ancora parte dell’età tramontata, e presenta tutti i segni di quella che sorge; il misticismo lo signoreggia e la passione lo domina; la schietta e sincera fede religiosa non gl’impediscono una ricerca appassionata della cultura classica (e la contemplazione della sua antica grandezza!), nella fermezza di doverla conciliare colla fede cristiana, sotto il comun denominatore dell’humanitas;  il desiderio vivo e palpitante di vivere e idealmente dialogare cogli antichi, ch’elige per maestri e modelli di paideia e  d’etos, diventa l’occasione cristiana d’un’autoconfessione e scandaglio dell’io nelle più recondite latebre dell’animo.

Laonde, il divino l’attrae e l’umano gli sollecita intimamente i sensi, nei martellanti ossimori dei singoli componimenti.

Eppure, quest’ambivalenza (che, spesso, per le coscienze più sensibili assumerà la forma del male), che nel Tasso si trasformerà in dubbi ed incertezze, che nel Leopardi diventerà pessimismo e nel Pascoli celebrazione bella e disincantata d’affetti del fanciullino ch’è in ognuno di noi, è per il Petrarca “un viver dolce amaro”; ed il suo cuore “or ride, or piagne, or teme, or s’assecura”.

Infatti, un minimo barlume di speranza lo fa passare dal dolore alla gioia, e viceversa, in quella dialettica degli opposti (che anticipa il dramma leopardiano) di passioni e contrasti, cioè, apparentemente senza via d’uscita.

La ragione prima di questo dissidio è l’amore per Laura: egli l’ama, ma non come Dante Beatrice; egli l’ama perché è bella, e soltanto dopo la morte di lei la poesia del Petrarca tende ad esprimere un amore che s’avvicina, in qualche modo, a quello dei poeti del “dolce stil novo”. E, intanto una poesia nuova sia nell’espressione che negli accenti, sgorga dall’animo di Francesco che contempla, pensoso, l’amata, alla guisa dei mistici medioevali che contemplano Iddio, finché l’anima estasiata e felice non è ricondotta alla realtà, e l’illusione non svela, alfine, il suo inganno. Allora il dissidio ricomincia, e più dirompente di prima!

La seconda parte del Canzoniere, infatti, è composta tutta di sonetti dolci e piani, e a poco a poco sembra che il poeta ritrovi la pace perduta; ma è solo un’illusione!

Allora torni pure lo zefiro a carezzare le erbe dei prati, ricominci il cinguettio della rondine in cerca di lidi solatii, torni quel rosignolo a cantare canzoni d’amore, sboccino i fiori al bacio fecondo del sole: il suo cuore non vedrà che uno sconfinato deserto e sarà gravato da un’eterna melanconia.

Nella canzone “Di pensiero in pensier, di monte in monte” (CXXIX) il poeta s’apparta da ogni luogo abitato, perché meglio possa scrutar la sua anima: ora l’accoglie una valle, ora la cima d’un monte da dove un pino colla sua chioma annosa brusisce lievemente al vento e da dove egli possa spingere da lontano lo sguardo nell’azzurro cielo … lassù, e mentre il creato tutto ride e la natura canta con le sue infinite bellezze, coll’aria, i fiori, le fonti, egli rivede Laura ora scolpita su di un sasso, ora avvolta nel bianco vapore d’una nube che passa lentamente.

1.La Letteratura Italiana, Storia e testi , vol. 6°, p. VIII (Introduzione), Riccardo Ricciardi editore,  Milano - Napoli MCMLI.

Nella canzone “Chiare fresche e dolci acque” (CXXVI) il Petrarca raggiunge il massimo della perfezione creatrice: l’uomo moderno si rivela nell’amore per la natura e per tutto ciò che è umano.
È la Laura trionfante e divinizzata che riceve l’omaggio della natura: anzi è la natura quasi animata da una vita nuova e antica ch’esprime il frutto più bello del suo seno: i fiori. Sono i fiori degli alberi nelle loro pannocchie serrate, che vagano intorno a Laura, quasi per godere un po’ della sua beltà e poi si posano o sul suo grembo , o sui suoi capelli dorati come l’onde del grano di Luglio …

Da’ be’ rami scendea
dolce ne la memoria,
una pioggia di fior sovra’l suo grembo,
ed ella si sedea
umile di tanta gloria,
coverta già dell’amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual sulle treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra e qual su l’onde,
qual con vago errore
gridando parea dir: “Qui regna amore”.

Orbene, mutatis mutandis, quanto ci sarà di diverso nella celebrazione poetica della natura del Vate?
In un altro sonetto, che fa parte di quelli scritti dopo la morte di madonna Laura, sembra proprio di sentir i versi melanconici del X Agosto del Pascoli, imparati a memoria nella nostra fanciullezza

Quel rosignuol che sì soave piagne
forse suoi figli o sua cara consorte
di dolcezza empie il cielo e le campagne
con tante note sì pietose e scorte …(CCCI)

È un usignolo che piange su di un ramo forse il figlio perduto, o forse la campagna smarrita: quel canto s’accompagna a quello del poeta: e il cielo e le campagne ascoltano e si ripetono con l’eco il gemito dei due amanti.

Tutta questa ricchezza di temi chiaroscurali e d’intimi contrasti non sono contenuti che in nuce, nei quattro madrigali dell’opera volgare dell’Aretino, il cui titolo autentico, apposto sul primo foglio del manoscritto originale, è Rerum volgarium fragmenta (documento vaticano latino 3196).

In questo primo documento (che ci dice, chiaramente, come qualmente sia stata  - usque in finem – la certosina fatica del limae labor del poeta, alla ricerca d’una sempre maggiore perfezione stilistica), v’è un’esplicita dichiarazione sinestetica, vergata suapte manu dal Petrarca, riguardo al carattere della parola che sia anche musica, cioè phoné  kai schema,  come ci ricorda  Platone nel Cratilo. Essa recita:”hoc  placet quia sonantior”,vale a dire “questo va bene perché  più musicale”.

Il secondo codice, il vaticano latino 3195, contiene la versione definitiva del Canzoniere, che nella sua stesura finale, comprende 366 componimenti, divisi in 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali.

I madrigali del Petrarca – che saranno assunti ad archetipi dai madrigalisti del Cinquecento, che canteranno anche i versi di Bembo, Sannazaro, Ariosto, Tasso, Guarini, Marino e  via enumerando – sono di genere idilliaco -  amoroso, sul tipo della pastourelle provenzale, e sono formate da due o tre strofe tristiche, vale a dire di tre versi endecasillabi, seguiti da una o due coppie di versi a rima baciata.

Nel primo madrigale (LII) “Non al suo amante più Diana piacque”, v’è una scena d’idillio per Laura, o a lei rivolta, in suo onore,  nella forma: ”ch’a l’aura”; nel secondo (LIV) “Perch’al viso d’amor portava insegna”, la donna, che dianzi è stata chiamata pastorella è detta pellegrina: e si tratta di figure leggiadre, quasi eteree, che fanno capolino solo nei madrigali e nelle  ballate, trattandosi di situazioni topiche della sua lirica giovanile, precedente al Canzoniere, e quivi recuperate dal poeta.

Così nel madrigale CVI “Nova angeletta sovra l’ale accorta”, la donna è angelicata nella sua freschezza evanescente; e nell’ultimo – che nel Codice  3195 subentrò alla ballata ”Donna mi vene spesso ne la mente, Altra donna v’è sempre” – ch’è titolato “Or vedi, Amor, che giovenetta donna”, la pastorella diventa guerriera, sprezzante sia dell’amore sia del poeta ch’è suo prigioniero.

In conclusione, com’è facile vedere, l’amore nel Petrarca è riconsacrato alla vita e la filosofia s’è allontanata dalla mistica.

E l’amore per l’Italia e per Roma è vivo in lui più che nei suoi contemporanei e negli stessi uomini medievali.

L’afferma apertis verbis, e da maestro impareggiabile di stile qual è il Carducci: “Il Petrarca fu primo a sentire e a fare quello che il Cristianesimo non fece se non a fine di ascetica mortificazione, a sentire cioè che ogni anima d’individuo può avere una storia come la storia umana, che in ogni ora della vita può svolgersi un poema, che un piccolo ed intimo avvenimento, se ha lunga eco in un cuore umano, può averla nella lirica: vogliamo dire che il Petrarca fu il primo a denudare esteticamente la sua coscienza, a interrogarla, ad analizzarla; e ciò facendo avvertì quello ch’è il significato vero e profondo della sua elegia, il dissidio fra l’uomo finito e le sue aspirazioni infinite, tra il sensibile e l’ideale, tra l’umano e il divino, fra il pagano e il cristiano”.

E invero dopo tante preghiere mistiche e sacrificazioni estetiche, dopo una poesia tutta ideale e una filosofia tutta religiosa, sorge col Petrarca l’alba luminosa del Rinascimento,in nome dell’antichità classica, ed è annunciata la resurrezione e la vita, l’amore e la pace là dove ancora esistono i monumenti dei tempi antichi, e cioè, per dirla col sommo Parini:

le rocche e le cadenti mura
dei prischi feudi, ove la polve e l’ombra
abita, e il gufo …

 Padre Michele Bianco

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