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Reverendissimo e carissimo Direttore,
mi corre l’obbligo morale de veritate dicenda coram Domino et omnibus et
fidei causa, di replicare alle argomentazioni riguardanti la nota
chiarificatrice del dottor F. Gentile, riportata sul n. 9 de il Ponte,
sotto il roboante titolo: Riportare la delicata questione nei suoi giusti
termini storiografici. Palatucci, fuori dai canoni della retorica, in
risposta ad una mia intervista, rilasciata al dottor A. De Luca, non è
guari, e pubblicata sul numero 7 del suo settimanale: Don Michele Bianco
condanna le reticenze e insinuazioni di alcuni storici su G. Palatucci
Martire della fede e della carità).
Un sereno dibattito fra gli storici (historikerstreit),
più che un conflitto (historikersdiskussion), sulla figura di G. Palatucci e
sulla sua opera di salvamento di migliaia d’ebrei, è quantomeno opportuno,
anche alla luce delle nuove e documentate pubblicazioni che gli sono state
dedicate, completamente o solo in parte.
L’ultima in ordine di tempo: Giovanni
Palatucci. La scelta, le differenze, a cura di L. Parente e di S. Festa (Atripalda,
Mephite 2004), non è tanto un’opera, in subiecta materia, sull’eroico
funzionario, quanto sulle efferatezze del fascismo. Difatti su nove
articoli, di cui tre in Appendice, solo cinque si riferiscono specificamente
all’azione e all’operato del nostro venerabile. I restanti saggi sono
interessantissimi contributi, da parte di storici collaudati e navigati, per
una rilettura attenta e precisa dei crimini del nazifascismo e
dell’antisemitismo fascista; un posto a parte occupa la trattazione sul
campo di concentramento di Campagna e non mancano puntuali osservazioni
sull’applicazione delle norme sull’immigrazione e sull’internamento degli
ebrei.
Gli stessi contributi dedicati a Palatucci
sono affatto eterogenei per indole e per taglio storico: riduttivo e in
chiave revisionistica e negozionista, mi sembra quello di M. Coslovic:
Giovanni Palatucci: un eroe modesto, mentre gli altri di Barra, Baldassarre
e Di Francesco sono prudenti ed equilibrati, e tutti richiedono un
approfondimento.
Nella mia intervista non intendevo demolire o
confutare le convincenti analisi dell’Osservatorio politico-sindacale
“Gaetano Vardaro” di Avellino sul fascismo, ma piuttosto evidenziare che,
riguardo a G. Palatucci, le loro riflessioni risultano inconciliabili con le
opinioni sinora espresse dagli storici che si sono dedicati allo studio
serio ed approfondito dell’alto funzionario, che, a soli trentasei anni,
immolò come olocausto nella grande Shoah la propria vita per salvare quelle
d’innumeri “fratelli maggiori” nella fede.
Queste distanze e differenze risultano
lapalissianamente nel corposo articolo di Gentile, ch’è la sintesi del
saggio di Parente e Festa.
Possiamo suddividerlo in quattro parti, che
confuterò brevibus verbis.
La prima ha per oggetto la persecuzione
razziale durante il fascismo, soprattutto in seguito alla promulgazione
della Legislazione Razziale del 1938 e dopo l’otto settembre del 1943, che
principiò scricto sensu le persecuzioni antiebraiche (è tristemente famosa
la razzia del rastrellamento d’ebrei del 16 ottobre del 1943, nell’Urbe,
con la deportazione ad Auschwitz di 1023 ebrei su 1529, catturati quasi
sotto le finestre del Vaticano); s’accusano, poi, la Chiesa e Pio XII d’una
sostanziale acquiescenza e si accenna, infine, ad un revisionismo storico
che vorrebbe ridimensionare il ruolo del fascismo nella Penisola. La seconda
parte è dedicata esclusivamente al compianto professor Goffredo Raimo,
autore della prima biografia, poi integrata, del servo di Dio: A Dachau per
amore. Giovanni Palatucci (Dragonetti, Montella 1989); egli avrebbe
“inventato” la riscoperta dell’eroico funzionario proponendolo come modello
di dialogo tra la Chiesa, la Comunità Ebraica e la Polizia di Stato.
La terza parte analizza il carattere retorico
ed agiografico delle opere su Palatucci postume a quella di Raimo. Infine è
valutata la discutibilità d’un presunto salvataggio unilaterale e personale
di cinquemila ebrei da parte di Palatucci.
Sul primo punto, salvatis salvandis,
sostanzialmente son d’accordo col dottor Gentile sul fatto che il fascismo
abbia avuto colpe oggettive gravissime, al pari del nazionalsocialismo del
Führer (quantunque l’azione repressiva del Fascio sia stata modesta, se
paragonata a quella germanica e, nonostante le leggi persecutorie, gli
arresti e le deportazioni in Germania furono di soli 8369 ebrei su 70 000, e
s’iniziarono soltanto dopo l’armistizio dell’otto di settembre del 1943).
Circa, poi, l’acquiescenza del Papa e della
Chiesa, Gentile cita a suo sostegno solo lo Zuccotti; in realtà la vexata
quaestio che vede due schieramenti di storici favorevoli e contrari, serrati
e giustapposti, spinge sempre più molti di loro a schierarsi in pro del
Papa: Riccardi, Malgieri, Lapide, e via enumerando.
L’unicità d’Auschwitz è rivendicata dalla più accreditata storiografia in
dialogo con la teologia, la filosofia e altre scienze antropologiche.
Basta dare una veloce scorsa a pensatori e
storici o teologi o letterati di sicura fama: Küng, Kocka, Meier, Mommsen,
Schiele, Celan, Metz, ecc.; per loro, dopo l’esperienza d’Auschwitz la
storia e la stessa teologia hanno mutato il loro significato.
La violenza razzista espressa dal fascismo
riguardò principalmente il Duce e i suoi gerarchi, ma non coinvolse la
stragrande maggioranza del Paese - mancarono i volonterosi carnefici di
Goldhagen - e come nota acutamente S. Colarizzi, l’Italia accolse in
silenzio e con imbarazzo le leggi razziali, non essendo esistita, al pari
della Germania, una questione semita con riflessi politici importanti nella
storia della Nazione.
Di là dallo stereotipo degl’italiani “brava
gente”, resta il fatto che un antisemitismo italiano alla guisa di quello
teutonico rimane da provare.
Gli altri punti elencati dal dottor Gentile
meriterebbero una dettagliata confutazione verbum pro verbo, che, in cotesta
sede, risulta impossibile.
Procederò, pertanto, velocemente.
Il professor Raimo ha senz’altro il merito
pionieristico d’aver sottratto all’oblio la figura di Giovanni Palatucci e
d’averla fatta conoscere domi tamquam foras, dedicandogli una corposa e
dotta biografia, realizzata con rigore e acribia, ma non ha “inventato” un
bel niente: fin da subito, post mortem, l’interesse per l’opera del Servo di
Dio s’è viepiù accresciuto, e non solo presso la comunità ebraica.
L’alto merito del professor Goffredo Raimo
consiste nell’aver raccolto e documentato importanti escussioni ed audizioni
di testi comprovanti l’uso soprannaturale delle virtù cristiane in modo
eroico da parte del venerabile, pur non avendo pensato la sua biografia pro
causa beatificatione.
Una lettura attenta e puntuale dei più recenti
saggi su Giovanni Palatucci esclude tassativamente aspetti agiografici o
apologetici: mi riferisco all’opera del Dipartimento di P. S.: Giovanni
Palatucci il poliziotto che salvò migliaia di ebrei, Larus Robuffo, Roma
2002, e alla recentissima pubblicazione di P. Vanzan e M. Scatena: Giovanni
Palatucci il Questore “giusto”, edizioni Pro Sanctitate, Roma 2004.
Si tratta di studi seri e puntuali, realizzati
con rigorosa metodologia scientifica. Dovrò necessariamente, se pure
brevemente, accennare anche al mio libro: Giovanni Palatucci. Un olocausto
nella Shoàh, Dragonetti, Montella 2003 che il dottor Gentile ascrive
nell’elenco delle opere encomiastiche ed apologetiche. Alle questioni
sollevate da Gentile (e prima di lui da Ballerini, Coslovich et alii) ho
risposto alle pp. 295 – 318 del mio saggio, ed ivi rimando il lettore
volenteroso.
Palatucci non è un “eroe per forza” costruito
a tavolino.
Egli fu un cattolico che seppe vivere
eroicamente la propria fede, avversando e contrastando, in nome della
superiore legge dell’amore cristiano, gl’iniqui editti tirannici e razziali,
spinto dalla soprannaturale carità di Dio.
È quanto emerge dalle testimonianze raccolte
da Raimo, dalla Polizia di Stato, dal mio testo, e dal padre Vanzan.
Sobrietà e limpidezza d’argomentazioni
irrefutabili, supportate da prove ineccepibili con verifica di coerente
impegno ermeneutico-interpretativo sono alla base del mio saggio, che, nel
primo capitolo, chiarisce fin da subito expressis verbis il rigore
metodologico nella ricerca e nella divisione dello studio, senza niuno
spirito di consorteria o di camarilla, anzi bandendo ogni forma elogiativa o
encomiastica, per ricercare solo la verità.
Alla concretezza d’argomentazione fa riscontro
l’interrogazione critica delle essenze o istituzioni concettuali con un
rigoroso ripensamento metodologico, sulla linea del metodo storico e critico
rivendicato dal Chabod.
Le notazioni critiche e ricostruttive sulla
figura e l’opera del Servo di Dio hanno dato occasione, e specie da parte d’innumeri
zelatori, a grande impegno di studi e ricerche. La vicenda palatucciana ha
certo del nuovo e del grande, e come criterio selettivo, per la più
affidabile utilizzazione delle fonti, considerando anche le eventuali
divergenze, ho seguito la probatio caso per caso nelle testimonianze
mediante la comparazione di fonti esterne: l’argumentum ex dissonantiis o ex
silentio. La comparazione diretta ha permesso d’evidenziare il carattere
affatto univoco delle escussioni o audizioni e di verificare una continuità
ininterrotta con quelle realizzate da Raimo, dalla P. S. o da Vanzan.
Tutti noi giungiamo al medesimo risultato, per
vie diverse e con accentuazioni differenziate, partendo dall’analisi delle
fonti escusse.
Questo metodo storico circolare è seguito
dalla più accreditata storiografia.
Se, al contrario, s’intende far la storia di
G. Palatucci partendo solo dal suo fascicolo personale – che io ho letto ed
esaminato attentamente! – è ovvio che non si vada da nessuna parte.
In esso non si possono trovare (e non si
trovano!) riferimenti alla sua opera di salvamento o al canale fiumano, la
ratline che di fatto ne permise la realizzazione.
Infine, riguardo al numero degli ebrei salvati
da Giovanni, ci sono le testimonianze di Morgani, che n’elenca 5000 alla
prima conferenza mondiale ebraica del 1945; Lapide, poi, riferisce di 961
ebrei salvati a Campagna dal vescovo G. M. Palatucci e dai suoi
collaboratori (si fa implicito riferimento a Giovanni), affermando inoltre
lo stesso presule che il nipote “salvò migliaia d’ebrei”.
Di là dall’esattezza matematica della cifra:
5000 o più? resta il fatto delle testimonianze tutte univoche e delle fonti
che le fanno oscillare intorno alle cinquemila unità. Ed è la somma che
Raimo, io stesso, la P. S. e il Padre Vanzan riteniamo la più credibile.
A Gentile e agli storici dell’Osservatorio
chiediamo prove certe che ci possano convincere del contrario.
Al momento mancano…
Dott. Don Michele Bianco |